Sulla Pedemontana del Friuli Venezia Giulia: dove la bicicletta incrocia la grande Storia

Un viaggio a ritmo lento da Gorizia a Pordenone. Il Friuli Venezia Giulia in 45 sfumature di verde: a pedali tra confini e memoria.
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May 30, 2026
Sulla Pedemontana del Friuli Venezia Giulia: dove la bicicletta incrocia la grande Storia
Ciclisti sul ponte di Straccis / Devis Solerti

Il verde delle foreste dell’Amazzonia o delle montagne del Kashmir, ma anche il verde di pietre preziose come il berillo, l’opale e lo smeraldo. Ci sono anche le tonalità di verde dell’erba cipollina, dell’aneto o del quadrifoglio. In totale sono state conteggiate e nominate 45 tonalità: tutte assieme si trovano sfogliando la mazzetta dei colori in qualsiasi ferramenta… Ma esiste una modalità più empirica e naturale per immergersi dentro e riconoscere tutte le sfumature di verde: ci si può spingere a pedalare sulla linea immaginaria che delimita l’arco alpino regionale del Friuli Venezia Giulia.
Cicloturisti tra i vigneti
@Devis Solerti
Non c’è mezzo migliore della bicicletta: i pedali rappresentano il punto di vista prediletto di chi osserva i colori del territorio con delicatezza e attenzione, entrando nei luoghi senza consumarli, ma lasciando emergere curiosità e aneddoti, incontrando persone e realtà del luogo a ritmo lento, sostando per godere della bellezza e annotare dettagli nascosti.
@Nicola Brollo
@Nicola Brollo
Come accade quando nella centralissima via Rastello a Gorizia - città dall’animo austroungarico che poi vivrà anche le pene dei confini, delle recinzioni politico-ideologiche e della Guerra fredda - si resta colpiti da una targa: Luigi Spina, “il goriziano che beffò il muro di Berlino”, ricordato anche a Milano nel giardino dei Giusti. Siamo all’inizio di questo giro a pedali, sulle mappe si legge “FVG3 Ciclovia Pedemontana”, e idealmente segna il passaggio di testimone tra le capitali della cultura del 2025 Nova Gorica-Gorizia e la città di Pordenone nel Friuli Occidentale, che è stata nominata per l’anno prossimo. 

Dentro la piccola storia personale di Luigi Spina c’è tanto della Storia che ha attraversato il Friuli Venezia Giulia, regione di confine ma al centro d’Europa: a poche ore di distanza convivono cultura italiana, slava e germanica, città d’arte, vigneti, montagne e mare. Alla fine degli anni ‘50 il giovane era andato a studiare all’Università di Berlino e fu nel 1961 che si ritrovò a vivere in una città divisa, dall’improvvisa “barriera di protezione antifascista”, il muro con cui la Germania Est voleva frenare l’esodo dei propri cittadini. Spina rivisse quello che era accaduto alla sua città natale nel 1947, quando cemento e filo spinato la tagliarono in due, dall’altro lato l’allora Jugoslavia del comandante Tito.
Barriere apparentemente impenetrabili separavano famiglie, amici e ideali. L’impresa epica della costruzione del tunnel da parte di Spina e altri volontari permise la fuga a ventinove cittadini di Berlino Est. «Là sotto non c’era soltanto terra da scavare ma qualcosa di più, c’era una visione del mondo» racconterà Spina anni dopo in un’intervista.

Ciclisti in piazza Vittoria @Devis Solerti
Ciclisti in piazza Vittoria @Devis Solerti
 Usciti dal centro storico di Gorizia, a pedali si arriva fino al valico goriziano del Rafut. «Dal lato italiano e da quello sloveno si possono visitare il museo del Lasciapassare e quello del Contrabbando: sigarette e grappe erano gli oggetti del desiderio degli italiani che vivevano al confine, mentre gli sloveni, separati da una sbarra verniciata con tricolore, dall’eterna ferrovia e da sognavano i jeans da cowboy. Entrambi gli ex uffici doganali ci raccontano quanto fosse diversa la vita quotidiana alla frontiera» ci ha raccontato la guida ambientale e cicloturistica Anna Santellani, accompagnandoci in questa scoperta lenta dell’arco pedemontano della regione Friuli Venezia Giulia. 
Tornando in sella, tra le tappe obbligate c’è sicuramente piazza della Transalpina che è per metà italiana e per metà slovena con il nome Trg Evrope: un tempo anch’essa separata dal Muro di Gorizia, oggi è un simbolo di unità e cooperazione tra i due Paesi. Dalla città ci si può allontanare pedalando tra filari di vigne e lungo le acque color verde dell’Isonzo, dove un ponte ciclopedonale sospeso rappresenta uno dei simboli di GO2025, e tutto intorno viene coltivata la celebre rosa di Gorizia.
Tra i vigneti e in lontananza si intravedono i condomini colorati di Nova Gorica @Ilaria Solaini
Tra i vigneti e in lontananza si intravedono i condomini colorati di Nova Gorica @Ilaria Solaini
Si prosegue, quindi, veloci verso Ovest fino a Cormons e poi dritti a Cividale del Friuli, dove la vista più fotografata è quella del Ponte del diavolo, costruito con un unico pilastro centrale che poggia direttamente su un masso nel fiume Natisone che pure rientra a pieno in questa ricerca di sfumature di verde.
Ponte del diavolo @Ilaria Solaini
Ponte del diavolo @Ilaria Solaini
Svettano anche i campanili della chiesa di San Biagio, San Giovanni, San Francesco, San Nicola, San Martino e l’Oratorio di Santa Maria in Valle, noto anche come Cappella Palatina o Tempietto Longobardo. Una densità che preannuncia alla prima vista la storia illustre di Cividale del Friuli “non tanto un paese, ma una puntina di città”, fondata da Giulio Cesare e divenuta sede del primo ducato longobardo. Da non mancare la visita al museo archeologico con il suo nuovo allestimento.
Sulla cultura della ricostruzione e la memoria storica del terremoto del 1976 due possibili tappe sono a GemonaVenzone, che incrociano l’itinerario della FVG3 Ciclovia Pedemontana: è possibile anche visitare il museo dedicato alla ricostruzione storica e documentaristica di quegli anni post devastazione, il Tiere Motus, ospitato nel palazzo Orgnani Martina a Venzone. E tra i tanti documenti c’è anche il manifesto che i sacerdoti friulani scrissero dopo il terremoto “Ai furlans che crodin” era intitolato. Al centro l’esortazione alla popolazione a non cedere alla rassegnazione. Quel testo sottolineava il senso generale dell’operazione di ricostruzione nel rispetto delle radici culturali e dell’autonomia del Friuli, rifiutando interventi esterni calati dall’alto che non tenessero conto della dignità del popolo.
Alcuni dettagli dell'allestimento della mostra permanente "Tiere Motus. Storia di un terremoto e della sua gente" ospitata al primo piano del cinquecentesco Palazzo Orgnani-Martina, situato nel centro storico di Venzone. @Ilaria SolainiE tra i tanti documenti c’è anche il manifesto che i sacerdoti friulani scrissero dopo il terremoto, intitolato “Ai furlans che crodin”. Al centro l’esortazione alla popolazione a non cedere alla rassegnazione @Ilaria SolainiAlcuni dettagli dell'allestimento della mostra permanente "Tiere Motus. Storia di un terremoto e della sua gente" ospitata al primo piano del cinquecentesco Palazzo Orgnani-Martina, situato nel centro storico di Venzone. @Ilaria SolainiAlcuni dettagli dell'allestimento della mostra permanente "Tiere Motus. Storia di un terremoto e della sua gente" ospitata al primo piano del cinquecentesco Palazzo Orgnani-Martina, situato nel centro storico di Venzone. @Ilaria SolainiAlcune dettagli dell'allestimento della mostra permanente "Tiere Motus. Storia di un terremoto e della sua gente" ospitata al primo piano del cinquecentesco Palazzo Orgnani-Martina, situato nel centro storico di Venzone. @Ilaria Solaini
Alcuni dettagli dell'allestimento della mostra permanente "Tiere Motus. Storia di un terremoto e della sua gente" ospitata al primo piano del cinquecentesco Palazzo Orgnani-Martina, situato nel centro storico di Venzone. @Ilaria Solaini
Se anche si dovesse esser poco fortunati con il meteo le alternative culturali lungo il percorso sono tantissime, dalla Scuola mosaicisti di Spilimbergo al museo del fumetto a Pordenone: scegliamo di citare due chicche meno note. La prima a San Daniele del Friuli è lo Scriptorium Foroiuliense che si occupa di diffondere l’arte amanuense e della calligrafia e ospita al suo interno una raccolta di volumi storici, fra cui 500 manuali di scrittura a partire dal 1500. La seconda si trova a Maniago ed è la mostra permanente di biciclette, tricicli e tandem del secolo scorso. Un’infinita di modelli, dalla bicicletta del pompiere a quella del parrco, da quella con il carrettino per i gelati ai primissimi esemplari a miscela, antesignane delle odierne ebike. A collezionarle tutte da piate dal signor Emilio Zoccarato che mostrano quanta strada abbia percorso questa bellissima invenzione a pedali, con cui oggi si possono anche fare splendidi viaggi a un ritmo lento. 

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