In Ucraina sono sparite 243mila persone a causa della guerra

di Nello Scavo, inviato a Leopoli
Si tratta di militari e civili: per la Croce rossa sono stati inghiottiti da trincee, esplosioni e deportazioni. Kiev è più prudente e ferma la sua contabilità a quota 90mila scomparsi. Ecco le loro storie e quelle dei loro cari, che ne chiedono incessantemente il ritorno
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May 29, 2026
In Ucraina sono sparite 243mila persone a causa della guerra
Una manifestazione a Kiev dei familiari dei dispersi in guerra / Ukraine Media Center
Neanche ieri mattina il nome di Vladislav era nella lista pubblica dei caduti, né in quella dei prigionieri, e nemmeno nell’elenco degli identificati dai brandelli putrefatti recuperati al fronte. Era partito volontario due anni fa. Non è ancora tornato. Nei fascicoli umanitari manca una città come Venezia: 243mila casi ancora aperti nel lavoro della Croce Rossa internazionale sul conflitto tra Russia e Ucraina. Kiev ne contabilizza oltre 90mila nel registro nazionale delle «persone scomparse in circostanze speciali», ma il Comitato internazionale della Croce Rossa lavora su un perimetro più ampio, tra civili e militari inghiottiti da trincee, deportazioni, esplosioni e macerie che nessuno può ancora andare a bonificare.
Nella casa di campagna del remoto villaggio dell’Est, Vladislav è un fantasma che aleggia con altri. Le famiglie non vogliono saperne di accendere un cero nei memoriali dei senza nome. Escono dalle chiese con le foto dei loro cari. Protestano affinché quei volti stampati sulle bandiere non diventino una pratica da archiviare.
I due numeri, quelli delle autorità ucraine e quello della Croce Rossa, non sono sovrapponibili. Il primo è il registro ufficiale delle autorità locali, il secondo riguarda le richieste e i casi trattati dal sistema umanitario internazionale, «che include il lavoro tra le parti e le segnalazioni delle famiglie», spiega una fonte del Comitato di Ginevra. In altre parole, ci sono anche migliaia di dispersi russi segnalati dalle famiglie che in silenzio scavalcano la burocrazia moscovita e quanti, pur di cittadinanza ucraina, sono svaniti nei territori occupati e di loro non si sa più nulla.
La guerra è anche assenza, non solo il fragore dei bombardamenti. Artur Dobroserdov, commissario ucraino per le persone scomparse in circostanze speciali, ha ricordato che dentro ci sono casi dal 2014, ma la maggior parte riguarda il periodo successivo al 24 febbraio 2022, quando l’invasione russa su larga scala ha trasformato il fronte in una macchina di sparizione. Il registro comprende militari e civili. Non dice chi è vivo e chi è morto. Dice che una risposta ancora non c’è.
A Ginevra si misura il fenomeno con un’altra scala. A fine gennaio 2026 l’Ufficio dell’Agenzia centrale di ricerca, la struttura del Comitato internazionale della Croce Rossa che raccoglie e incrocia le informazioni su dispersi, prigionieri e famiglie separate dal conflitto, lavorava per chiarire la sorte di oltre 205.000 persone. Nei mesi successivi la platea dei casi ancora mancanti è salita fino a 243.000. «Le famiglie dei dispersi — è la regola semplice e difficile della Croce Rossa — hanno il diritto di sapere che cosa è accaduto ai loro cari». Non è una formula astratta, ma la sostanza del diritto umanitario. Registrare un detenuto. Comunicare il luogo di prigionia. Restituire un corpo. Iryna Zaporozhets ha raccontato la scomparsa del padre a “Index Ukraine”, un centro per la documentazione con sede a Leopoli. Quando droni e missili arrivano fin qui, spesso è per mandare un messaggio all’Europa, distante pochi rettilinei tra i campi dove matura il grano. Dietro la grazia della vecchia città austroungarica il rumore lontano del fronte arriva come un’eco tenuta fuori dalle antiche mura. Ed è più facile ascoltare le storie che da sole raccontano l’intera guerra.
Il padre di Iryna viveva a Bairak, nella regione di Kharkiv. Era rimasto nel villaggio occupato perché sapeva mantenere in funzione una stazione radio e una torre per la rete mobile. Senza di lui Bairak sarebbe rimasta muta. Dopo l’arrivo dei soldati russi continuò a occuparsi dei generatori. Una mattina, da quello che si è saputo, uomini armati circondarono lui e la moglie. Presero lui e lo fecero salire su un mezzo blindato. E misero a tacere il villaggio. «Non ho più sentito la voce di mio padre da quella mattina di marzo 2022», ha scritto Iryna. Da allora sono cominciate telefonate agli uffici ministeriali, moduli da compilare, elenchi da spulciare, album di fotografie da sfogliare. Pregando che nelle pagine successive, quelle dei morti estratti dalle fosse comuni, non comparisse il volto che cercava. «Di notte sogno il momento in cui varca la porta», dice Iryna. C’è anche la giovane moglie di un operaio del Donbass mai più tornato a casa. Non si rassegna al destino di “vedova bianca”, mentre trattiene il pensiero peggiore, quello che fa sentire in colpa ogni familiare: «Desiderare che lui sia almeno in un campo di prigionia». Da dove quelli che tornano indietro hanno addosso i segni delle torture, i morsi della fame, e gli incubi con cui non impareranno a convivere. Il sogno di Iryna ora è tormento. Cercò il padre tra i sopravvissuti alla camera di tortura di Balakliia, tra i corpi bruciati in un villaggio vicino, tra i circa 450 trucidati e gettati nelle fosse comuni a Izium. Fino a quando non arrivò la notizia che era vivo. Detenuto in una località imprecisata, e non riconosciuto ufficialmente.
A Leopoli nei giorni scorsi si sono date appuntamento le famiglie dei civili risucchiati dal mostro della guerra. Spiegano che il sistema non si limita a trattenere i corpi. «Si sforza molto di nascondere queste persone», hanno raccontato dopo avere sperimentato che silenzio e attesa sono diventati un’arma di guerra. Inviano lettere a diversi centri di detenzione russi. Per qualche ora il sistema di tracciabilità postale segnala che la lettera è giunta a destinazione. Poi qualcuno cancella i dati, o li corregge. E non arriva nessuna risposta. Mosca nega sistematicamente la detenzione illegale di civili. Secondo Lyubov Smachylo, dell’organizzazione “Media Initiative for Human Rights”, almeno 2.500 civili ucraini sarebbero detenuti illegalmente dalla Russia. I casi di rapimento documentati nei territori conquistati superano quota 4.000. Sono numeri provvisori, perché nei distretti occupati la verifica procede attraverso frammenti: un testimone liberato, una telefonata intercettata, una risposta amministrativa, una traccia postale, un nome comparso per poche ore in un sistema russo. Sul tavolo della giustizia internazionale è arrivato anche un nuovo fascicolo. Il procuratore generale ucraino Ruslan Kravchenko ha trasmesso alla Corte penale dell’Aja nuovi materiali sulla deportazione e detenzione illegale in Russia di oltre 1.800 prigionieri ucraini provenienti dalle regioni di Kherson e Mykolaiv. «Nelle colonie russe - rimarca Kravchenko -, i prigionieri ucraini vengono picchiati, torturati, minacciati di esecuzione». Maksym Butkevych sa come funziona. Studiava i casi dei prigionieri politici del Cremlino. Dopo l’invasione si è arruolato nelle Forze armate ucraine. È stato catturato e condannato a 13 anni di colonia penale. È uscito in anticipo grazie a uno scambio di prigionieri. «Nessuno sa dove siete. Nessuno conosce le vostre condizioni», gli urlavano i secondini. E lui, che il diritto internazionale lo conosce, aveva capito che la mancanza di registrazione è la tortura esercitata con un tratto di penna su un nome. Se non c’è prova dell’arresto, della stessa esistenza, non può esserci modo per chiedere la liberazione. «Aspettavamo una visita della Croce Rossa - ha ricordato Butkevych -. Poi abbiamo smesso di aspettarla».

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