Farmaci scaduti e prezzi triplicati «Qui a Gaza non ci si cura più»
Con il cessate il fuoco i medicinali hanno ripreso a entrare nella Striscia ma solo sui camion commerciali. Non esiste l’accesso gratuito ai trattamenti e mancano le terapie anticancro

Una pastiglia da assumere ogni mattina, con la raccomandazione di non saltare nemmeno un giorno. Shaimaa Baraka sapeva di doverla prendere, ma non ha avuto scelta. Dall’inizio della guerra, la donna ha rinunciato alla dose quotidiana di levotiroxina, il medicinale che sostituisce la funzionalità della sua tiroide, asportata dopo un tumore. Così, in questi due anni e mezzo, ha visto manifestarsi sul suo corpo tutte le conseguenze dell’assenza di terapia. «Ho perso i capelli, ho problemi alla vista e soffro di letargia». Convive, cioè, con una stanchezza cronica che, in un posto come Gaza, è una sciagura ancora più estrema. Nei periodi più duri dello scorso anno la donna, che ha un figlio piccolo, dormiva per terra. «Siamo stati sfollati così tante volte che non avevamo portato niente con noi. Ero esausta» racconta ad Avvenire dalle tende di Khan Yunis. «Con l’inizio del conflitto, il prezzo del farmaco è aumentato subito. In precedenza, era disponibile gratis nelle cliniche, ora costa 60 shekel». Quasi 18 euro, troppo, quando le priorità sono cibo, acqua e riparo.
Prima dell’ottobre 2023, molti istituti medici distribuivano farmaci gratuiti ai malati cronici. «L'Unrwa si occupava di questo», ci spiega Rami Hamad, farmacista che ha aperto un dispensario privato solidale ad al-Nuseirat, dove vive da sfollato. «Con il conflitto, la maggior parte dei servizi farmaceutici si è interrotta per la chiusura dei valichi, il blocco dei medicinali destinati alle strutture sanitarie e il rischio corso dagli operatori». Dopo il cessate il fuoco di ottobre, a diversi fornitori è stato permesso di far entrare quantità limitate di farmaci, dietro il pagamento, però, di somme enormi per facilitare l'ingresso. Così «i prezzi sono rimasti troppo elevati rispetto a quelli prebellici e comunque alcuni prodotti ancora non si trovano». Gli analgesici narcotici sono del tutto irreperibili sul mercato, i trattamenti per i malati di cancro restano rari. «Ora entrano solo medicinali commerciali, pressoché nulla di gratuito a beneficio della popolazione. Oggi si può dire che il 95% dei farmaci sia disponibile, ma a prezzi quasi triplicati. Chi non ha soldi, cioè quasi tutti, il 90% della popolazione, non ce la fa», commenta il farmacista. Le condizioni materiali della Striscia, infatti, restano critiche. La maggior parte dei gazawi rimane sfollata (il 76,6% delle abitazioni è distrutto o danneggiato), i servizi di base sono ancora carenti, l’accesso all'acqua potabile è precario e i rifiuti sono lasciati spesso senza trattamento. «Riceviamo richieste senza precedenti di prodotti per infezioni cutanee da parassiti, ratti, pidocchi. E purtroppo c'è un'epidemia di scabbia», aggiunge Rami Hamad. Al telefono, dal bancone della sua farmacia, prova a fare qualche esempio dei costi da sostenere. «Per un cardiopatico la cura per l'ipertensione con Co-Diovan 160/25 per un mese costa 30 dollari, più 10 dollari per il regolatore del ritmo cardiaco, altri 10 per il diuretico, 40 per un anticoagulante. Prima della guerra, un farmaco per pazienti asmatici costava 25 shekel, 9 dollari, mentre oggi è a 70 shekel, cioè 24 dollari. Questo avviene nelle farmacie ufficiali» prosegue. «Il mercato nero ha iniziato a scomparire, ma prima i medicinali raggiungevano prezzi anche 20 volte quello originale, e spesso erano scaduti. Attualmente, il ministero della Salute ha deciso di estendere la validità di alcuni prodotti oltre scadenza per chi non può acquistarli in farmacia».
A Zakaria Bakr, pescatore di Gaza City, ne è capitato uno fra le mani. Il 4 maggio si è recato all'ambulatorio dell’al-Shati Camp per prendere un farmaco per il cuore. È riuscito a trovare solo una «baby aspirina». «Mentre controllavo la scatola, ho scoperto che era scaduta nel febbraio 2024, più di due anni fa», racconta. «Che logica è questa? Si lascia il paziente in balia di malattia, assedio e medicinali scaduti, per poi poterlo definire un martire dell’occupazione? Prima della guerra compravo il mio farmaco a 8 shekel (2,3 euro). Poi è diventato difficile da trovare o lo pagavo 20 shekel (quasi 6 euro), ma ultimamente non è più reperibile», confida via Messenger.
Per dare una mano ai suoi concittadini, Rami Hamad e sua moglie Shorouq el-Basyouni, anche lei farmacista, hanno aperto il dispensario nel campo di al-Nuseirat con la precisa idea di offrire medicinali a prezzi calmierati a pazienti in forte difficoltà, dopo averne verificato i requisiti. La farmacia che avevano nella loro città, a Beit Hanoun, è stata bombardata e distrutta. Anche quella che avevano allestito in una tenda durante la tregua d’inizio 2025 è stata colpita. Ora, da un mese, c’è quella nuova. «Ci siamo affidati a donatori da Europa e America, e infatti è più un'attività benefica che per profitto» precisa il farmacista. «È un impegno personale che mi sono assunto. È ciò che posso offrire alle persone sfollate che sono qui».
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