Pickaxe Mountain e Parchin, le fortezze invisibili ai satelliti dove l'Iran continua il suo programma nucleare
di Piergiorgio Pescali, Teheran
Solo i tecnici locali sanno cosa c’è davvero sotto l'altura e nel complesso militare a soli trenta chilometri da Teheran: tunnel scavati fino a cento metri di profondità e laboratori blindati da cui anche l’Aiea resta esclusa

Una bozza dell’accordo che Stati Uniti e Iran starebbero negoziando è stata diffusa ieri dai media iraniani. Subito smentita, peraltro, dalla Casa Bianca. Stando al testo divulgato, il memorandum d’intesa prevede che gli Usa si ritirino da una «area circostante» l’Iran e che revochino il blocco navale. In cambio, Teheran riaprirebbe il passaggio nello Stretto di Hormuz, che tornerebbe entro un mese ai livelli precedenti il conflitto. Non si sarebbero accenni al dossier del nucleare iraniano, la cui discussione verrebbe rinviata a successivi negoziati. «Una totale invenzione», ha reagito su X la Casa Bianca.
A sud di Natanz, nel cuore dell'altopiano iraniano, sorge una montagna chiamata Kûh-e Kolang Gaz Lâ, “monte del piccone”. Gli analisti occidentali la chiamano Pickaxe Mountain. Non è alta né pittoresca, poco più di 1.600 metri, ma è diventata forse il sito più monitorato della geografia nucleare iraniana e nessuno, tranne i tecnici iraniani, ci è mai entrato. La storia comincia nel 2020, dopo che un’esplosione, di cui ancora oggi non è chiara la responsabilità, distrusse parte dell’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz. Teheran annunciò l'intenzione di costruire una nuova struttura per l’assemblaggio di centrifughe. Il sito scelto si trovava appena a un paio di chilometri a sud di Natanz, abbastanza vicino logisticamente, ma abbastanza sottoterra da rendere impossibile qualsiasi ispezione esterna. L’Institute for science and international security (Isis) di Washington ha monitorato il cantiere fin dall’inizio, stimando che i tunnel si spingano tra gli 80 e i 100 metri di profondità: abbastanza da resistere ai “bunker buster” impiegati dagli Stati Uniti nei raid del giugno 2025.
Il 22 giugno 2025, nell’ambito dell’operazione Midnight Hammer, le forze americane colpirono Fordow, Natanz e Isfahan, infliggendo danni ingenti ai principali impianti di arricchimento, ma Pickaxe Mountain non venne colpita. E i lavori, anziché fermarsi, accelerarono. Le immagini satellitari commerciali di Maxar Technologies, Planet Labs e Airbus Defence and Space hanno documentato tutto: ingressi rinforzati con cemento armato, un muro di sicurezza perimetrale allargato, cumuli crescenti di materiale di scavo. Nell’aprile 2026, i due accessi orientali erano stati parzialmente ostruiti con terra e detriti, rendendo inaccessibile senza mezzi pesanti l’entrata all’area, un ostacolo pensato tanto contro i bombardieri quanto contro gli ispettori. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) non ha mai avuto accesso al sito e il suo direttore generale Rafael Grossi ha indicato che qui potrebbe trovarsi parte dell’uranio arricchito al 60% in quantità sufficiente, se ulteriormente lavorato, per più ordigni. Con la distruzione degli altri impianti nei raid, oggi Pickaxe Mountain è diventata la struttura più intatta del programma nucleare iraniano.
Ma c’è un’altra struttura altrettanto irraggiungibile e misteriosa che si trova a soli trenta chilometri da Teheran. È il complesso militare di Parchin. Qui, prima del 2003, l’Iran conduceva esperimenti con esplosivi nell'ambito del Piano Amad, il programma segreto che, secondo l’Aiea, puntava allo sviluppo di un ordigno nucleare. La struttura cruciale si chiama Taleghan 2: una camera cilindrica dove fu testato almeno una volta il “generatore di onde d’urto”, il meccanismo che in una bomba nucleare fa detonare simultaneamente la carica convenzionale attorno al nucleo fissile. Agli ispettori dell’Aiea non è mai stato permesso visitare l’edificio. Nell’ottobre 2024, Israele colpì l’area, ma le immagini satellitari mostrarono che la ricostruzione iniziò quasi immediatamente. E nei mesi successivi i satelliti documentarono le riparazioni per proteggere il sito: prima uno scheletro d’acciaio, poi un tetto metallico, poi una copertura parziale di cemento, e infine, nelle immagini del febbraio 2026, la struttura scompare completamente, sepolta da quello che l’Institute for the study of war (Isw) ha definito un «sarcofago di cemento» ricoperto di terra. Un bunker costruito sulle stesse fondamenta del vecchio laboratorio per test nucleari, reso invisibile ai satelliti e ai radar. Le cautele sono d'obbligo: l’Isw stesso precisa che «sono possibili molti altri scopi non nucleari», ma gli analisti si chiedono perché seppellire sotto cemento un impianto sullo stesso sito dove, vent’anni fa, si testava il meccanismo di innesco di una bomba atomica?
Le due vicende obbediscono a una logica coerente: portare il programma nucleare al di sotto della soglia di visibilità e vulnerabilità. È una lezione imparata da decenni di sanzioni e attacchi, che pone un paradosso irrisolvibile: l’Aiea non può verificare ciò che non riesce a vedere, e i bunker buster più potenti hanno un limite fisico. Se la bomba non può raggiungerli, rimane solo la diplomazia che per ora sembra anch'essa incapace di aprire quei tunnel.
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