I diritti delle persone con disabilità negati dalla possibilità dell'aborto

Due influencer rendono noto di aver abortito il figlio per la diagnosi di sindrome di Down. Ma se non si confuta l'idea che queste persone abbiano meno diritto di nascere, si sta ammettendo che hanno meno valore. L'opposto di quanto dice la Convenzione Onu
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June 10, 2026
I diritti delle persone con disabilità negati dalla possibilità dell'aborto
Al Palazzo delle Nazioni Unite a New York è in corso la Conferenza sulla Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità/ IMAGOECONOMICA
Non conosco i due influencer americani che hanno ritenuto di dover sbandierare ai quattro venti che avevano scelto di abortire il loro figlio perché gli era stata certificata la sindrome di Down. Come dicono i più, si tratta di una scelta personale e insindacabile. In realtà, però, poiché ne hanno fatto tema dei loro contenuti social (dai quali verosimilmente traggono profitto) siamo tutti autorizzati a commentarla. E la valutazione non può che essere negativa, e non solo perché hanno diffuso informazioni parziali (quindi false) sulla condizione delle persone con sindrome di Down, come hanno lamentato sia Associazione italiana persone Down (Aipd), sia CoorDown.
Proprio in questi giorni, al Palazzo delle Nazioni Unite di New York si svolge la 19a Conferenza degli Stati che hanno condiviso la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità. Verranno esposte buone pratiche di inclusione sociale, scolastica e lavorativa, messe in atto in molti Stati del mondo, frutto dell’impegno delle famiglie, della collaborazione delle associazioni, di legislazioni più o meno avanzate nel campo della tutela dei diritti delle persone con disabilità. Anche l’Italia partecipa con una delegazione che accompagna il ministro per le Disabilità, Alessandra Locatelli.
Tuttavia, anche all’Onu, difficilmente verrà sottolineato che il primo diritto che deve essere garantito alle persone con disabilità è quello di nascere: perché studiare, lavorare, accedere a cure adeguate alle proprie esigenze, poter essere parte attiva della società è possibile solo a una persona viva. Sembra una constatazione superflua, ma non lo è più quando si affronta il tema dell’interruzione di gravidanza. E se la Convenzione Onu mai cita l’aborto, tuttavia (all’art. 10) afferma «che il diritto alla vita è connaturato alla persona umana ed adottano tutte le misure necessarie a garantire l’effettivo godimento di tale diritto da parte delle persone con disabilità, su base di uguaglianza con gli altri». E tra gli obblighi generali (art. 4) gli Stati si impegnano «ad adottare tutte le misure, incluse quelle legislative, idonee a modificare o ad abrogare qualsiasi legge, regolamento, consuetudine e pratica vigente che costituisca una discriminazione nei confronti di persone con disabilità».
Ma se l’aborto è un dramma sempre, rappresentando l’interruzione di una vita umana innocente, nel caso di una persona con sindrome di Down (o altre anomalie individuabili già nel ventre materno) la motivazione – come esplicitato dai due influencer – è proprio la presenza di una disabilità, e quindi è un’evidente discriminazione, una “pratica vigente” che contrasta con lo spirito della Convenzione.
Nelle nostre società occidentali, in cui non si può parlare di nessun “principio non negoziabile”, l’unica granitica e indiscutibile convinzione è l’autodeterminazione assoluta di ogni individuo, che porta (in questo caso) la donna a poter decidere del proprio corpo in piena libertà, anche quando ciò implica la soppressione di un altro essere umano. Non occorre essere cristiani (anche se aiuta) per opporsi all’interruzione di gravidanza: già Norberto Bobbio riconosceva che «con l’aborto si dispone di una vita altrui» e si stupiva che i laici lasciassero «ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere». Senza dimenticare che Madre Teresa ripeteva che l’aborto è la più grande minaccia alla pace.
È un segno – tristissimo – dei tempi pervasi da ideologia che quanto più l’essere umano in utero è riconosciuto in modo accurato dalla scienza come individuo autonomo (in realtà lo sapeva già Ippocrate nel V secolo a.C.), tanto più il “pensiero unico” di una parte dell’Occidente vieta di difenderne il diritto a nascere: basta ricordare il diritto di aborto inserito in Costituzione dalla Francia (e la Spagna sta cercando di imitarla), o le leggi che nel Regno Unito portano ad arrestare persino chi prega in silenzio per i bimbi abortiti. La censura tende ad abbattersi su ogni espressione dissenziente, come fu in Francia per il video Dear future mom, prodotto da CoorDown nel 2014 per mostrare, a una mamma spaventata dalla diagnosi di sindrome di Down, quanto queste persone potevano raggiungere in età adulta una vita pienamente soddisfacente.
Nonostante questo (ottimo) precedente, anche le associazioni che si occupano delle persone con sindrome di Down spesso balbettano, nascondendosi dietro il rispetto delle scelte private, o ripetendo che si prodigano nel prendersi cura dei bambini, giovani e adulti che giungono alla loro attenzione. Ma pare evidente che se non si difende il primo dei diritti, quello alla vita, risulta zoppa ogni argomentazione tesa a “fare cultura” in favore della disabilità e a contrastare le discriminazioni che possono verificarsi nella vita quotidiana: se non si confuta l’idea che la persona con disabilità abbia “meno” diritto alla vita, che resta condizionato o subordinato ad altri presunti diritti, si sta ammettendo che la persona stessa ha meno valore. Che è esattamente quanto la Convenzione Onu vorrebbe contestare in radice. 

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