Le borse ai massimi, il mondo ai minimi. Perché sta accadendo?
I mercati finanziari volano, mentre una spirale di conflitti si scarica sulla vita di tutti i giorni. La sfida è orientare rischio, rendimento e credito verso il bene comune, facendo della ricchezza una speranza per il domani

Desta un certo stordimento vedere i mercati finanziari (compresa la Borsa di Milano) ai massimi storici proprio mentre il mondo è sempre più avviluppato in una spirale di conflitti e paralisi che scarica i suoi effetti sulla vita di tutti i giorni: inflazione alta, salari fermi, debito mai così elevato, diseguaglianze galoppanti. Non c’è per forza da gridare allo scandalo, ma di fronte a una divaricazione così ampia tra economia e finanza alcune questioni di senso sempre latenti diventano deflagranti, e anche solo per onestà intellettuale impongono di chiedersi con rinnovata urgenza “perché” e “per chi” stia accadendo tutto questo.
Vale per chi crede, che non può dirsi insensibile di fronte alla simultanea accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi e nella generale diffusione della povertà. Ma anche per chi guarda al mondo armato di semplice buon senso: il tema della sostenibilità non può più essere relegato tra gli optional, o in quelle aree grigie in cui la forma si mescola con la sostanza. La domanda, alla fine, è la stessa per tutti: per quale futuro di medio-lungo periodo stiamo gettando le basi?
Nella Magnifica humanitas , ai paragrafi 160 e 161, a papa Leone XIV bastano poche righe per far luce sul punto. Soprattutto nella chiosa in cui ricorda che «la finanza per la finanza è cosa ben diversa dalla finanza per lo sviluppo e l’evoluzione del lavoro». Lo spartiacque è nel fine e nei mezzi: la storia dell’economia (e delle sue crisi) suggerisce di tenerli separati, perché quando invece si confondono ecco che si innesca «il vortice della finanza», come ha richiamato ieri il cardinale Zuppi a Piazza affari, dove ha presentato le Linee guida Cei per gli investimenti etici e sostenibili.
L’etica è la bussola, si è detto ieri in Borsa, ma come tutte le bussole ha bisogno di essere tarata. E qui il magistero fa entrare in gioco un concetto chiaro e universale come il bene comune: spesso è considerato come un limite per la creazione di valore, la sfida è quello di renderlo “un acceleratore”, ha suggerito Zuppi. Le leve su cui agire sono quelle tipiche della finanza – anzitutto il concetto stesso di rischio, e poi il rendimento, l’orizzonte temporale, la selezione dei settori (e delle società) a cui dare credito – la sfida è illuminarle con logiche di senso. Che cambiano, si evolvono, ma non possono essere date per scontate e delegate a questionari interminabili, serie storiche che prevedono andamenti futuri, algoritmi che decidono per noi.
La questione è strutturale e vale anzitutto per la “grande” finanza, quella di Wall Street e di mercati globali sempre più permeati da una tecnologia che moltiplica le operazioni (e i profitti) e li fa viaggiare a una velocità troppo elevata per le autorità che ambiscono a regolarli piuttosto che a dirigerli. Ma non può chiamarsi fuori neanche l’Italia, marginale ma non troppo vista la vivacità di un mercato meno quiescente del previsto (come dimostrano le tante partite finanziarie aperte) e la plurievocata risorsa del risparmio privato, oltre 6mila miliardi di azioni, obbligazioni e depositi che troppo spesso “seguono la corrente”, finendo per irrigare terreni lontani e sconosciuti. “La finanza può essere una forma di carità organizzata”, dice il documento preparato dalla Cei grazie al lavoro di accademici, teologi e addetti ai lavori. Un azzardo, a guardare le logiche di mercato. Forse la miglior via d’uscita possibile per un Paese in cui progressivamente quella ricchezza privata si concentra sempre in meno mani, come ha ricordato ancora la Banca d’Italia settimana scorsa, segnalando che il 10% delle famiglie italiane detiene il 60,6% della ricchezza netta totale. Demografia alla mano, la rotta non si invertirà da sola. Ed è qui che la finanza può diventare una forma di “carità organizzata”, nel nome di quella speranza nel futuro che era al centro del Giubileo 2025 ma non può non essere l’obiettivo di chi investe oggi per costruire un ritorno domani. E magari anche dopodomani.
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