La guerra fa il record: 65 conflitti nel mondo. È il numero più alto dal 1946
Le morti per attacchi armati sono state 245mila contando le perdite sia civili che militari Ucraina, Sudan e Gaza i contesti con più vittime Il report conta anche gli scontri tra attori non statali: sono 75

C’è un nuovo record che è stato toccato nel 2025. Macabro. Racconta una normalizzazione della violenza che permea sempre più il nostro tempo. L’anno scorso è stato infatti caratterizzato dal numero più alto di conflitti dalla fine della seconda guerra mondiale: sono stati 65. Lo dice il Conflict Trends, autorevole report annuale pubblicato ieri dal Peace Research Institute Oslo e basato su dati raccolti dall’Uppsala Conflict Data Program. Il dato - 65 conflitti nel mondo - si traduce in un numero molto alto di vittime. L’Istituto ha calcolato le morti direttamente riconducibili a combattimenti, bombardamenti o violenze politiche: sono state 245mila, considerando sia le perdite civili che quelle militari. Il 2025 si attesta così come il terzo anno più violento dalla fine della Guerra fredda, superato solo dal 1994 (quando avvenne il genocidio in Ruanda) e dal 2021 (con un numero altissimo di vittime legate alla guerra in Etiopia). A causare il numero maggiore di morti civili e militari l’anno scorso sono stati tre contesti: l’invasione russa in Ucraina; la violenza in Sudan e in particolare il massacro di El-Fasher; i bombardamenti israeliani su Gaza.
Il dato in realtà non è esaustivo per avere un’idea dell’impatto complessivo di una guerra su di un territorio: non vengono infatti conteggiate tutte le vittime per eventi secondari rispetto agli attacchi diretti. I morti per fame dovuta al blocco delle importazioni o degli aiuti umanitari, ad esempio; le vittime di malattie non mortali, che lo diventano però quando gli ospedali vengono bombardati o quando raggiungere le strutture sanitarie è troppo pericoloso; o i morti nei campi profughi, dove le persone arrivano come sfollate proprio per scappare da territori di guerra. La pesantezza dei dati diffusi dal Peace Research Institute Oslo viene bene riassunta da uno dei suoi autori, Siri Aas Rustad: «Di solito riesco a trovare qualcosa di positivo tra i dati, ma quest’anno no - ha commentato - I numeri sono sconvolgenti».

Il documento fa un quadro specifico anche sulle tipologie di conflitto che hanno attraversato il 2025, che solo in alcuni casi vengono classificati come “guerre” vere e proprie, a seconda dell’intensità degli attacchi e del numero di vittime. Si possono in particolare individuare tre forme di violenza organizzata. Il primo è quello dei conflitti state-based, dove la forza viene esercitata da almeno un attore statale solitamente per il controllo del potere o del territorio. Possono essere conflitti tra un attore statale e uno non governativo, oppure tra due attori statali. E si declinano in guerre civili interne a un Paese, contese di confine – come quelle tra India e Pakistan per il Kashmir – guerre che derivano da un’escalation regionale – come i conflitti in Medio Oriente – e quelle di invasione, come l’offensiva russa in Ucraina. È a tutti questi tipi di violenze che si riferisce il record del 2025. Con una specifica. I 65 conflitti si sono verificati con il coinvolgimento di soli 35 Stati: ciò significa che ci sono alcuni governi coinvolti contemporaneamente su più fronti.
Rimangono poi altri tipi di conflitto che non vengono conteggiati nel numero complessivo di 65. Ci sono quelli definiti non-state conflicts, che avvengono cioè tra gruppi armati che non corrispondono a un governo statale. Questi sono stati 75 nel 2025. La maggior parte si concentra in Africa (34) e in America Latina. Un esempio sono le azioni di violenza estrema tra cartelli del narcotraffico in Messico. L’ultima tipologia di conflitto è quella del one-side violence: la violenza è esercitata esclusivamente da un attore, statale o non, contro la popolazione civile. In questo caso, l’aumento di violenza nel 2025 è stata esponenziale: le morti legate a questo tipo di conflitto nel 2024 erano 14mila. Sono state invece 76mila nel 2025. La ragione è soprattutto la violenza in Sudan e in particolare il massacro a El Fasher, la capitale del Nord Darfur, che hanno causato più di 60mila vittime. Altri conflitti di questo tipo sono le uccisioni di massa in Somalia, la violenza delle gang ad Haiti, la repressione post-elezioni in Tanzania. I dati del report portano con sé una consapevolezza:«L’aumento di violenza fa ormai parte di una tendenza di lungo periodo - si legge nelle conclusioni del documento - e non rappresenta semplicemente un picco temporaneo». L’asticella delle brutalità agite e a volte normalizzate si alza. Sempre di più.
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