A otto mesi dalla tregua a Gaza non è cambiato nulla

Bombardamenti, continui ordini di evacuazione e carenza di cibo. L’esercito israeliano sposta arbitrariamente la “linea gialla”, nessuno rimuove montagne di detriti e rifiuti
Google preferred source
June 9, 2026
A otto mesi dalla tregua a Gaza non è cambiato nulla
Bambini sfollati a Gaza mentre camminano tra pozze di liquami, pattume e macerie. Sullo sfondo, gli edifici danneggiati dai raid/ ALAMY
Per tutti la risposta è sempre la stessa, le parole usate sempre uguali. «Non è cambiato nulla», «niente è migliorato». A otto mesi esatti dall’accordo per il cessate il fuoco a Gaza, raggiunto il 9 ottobre e in vigore dal giorno successivo, che fine ha fatto il Piano di Trump e dov’è il maggior flusso di aiuti in entrata promesso con la tregua? Cosa ne è della sospensione degli attacchi, che invece proseguono, e della rimozione delle macerie, ancora lì a ingombrare quartieri e strade? «Sono domande importanti, dato che la situazione qui è del tutto instabile», dice ad Avvenire Mariam Z., maestra che insegna a Deir al-Balah. Come lei, nessuna delle persone raggiunte al telefono vuole perdere l’occasione di raccontare. «Avrei voluto rispondere subito ieri – assicura l’insegnante – ma qui vicino è stato emesso un nuovo ordine di evacuazione, sono state ore tese». «Siamo ancora sotto la minaccia di bombardamenti, sfollamenti e fame. Quasi ogni notte, qualche famiglia riceve una telefonata dall’esercito israeliano che ordina di abbandonare i propri alloggi prima degli attacchi», aggiunge Mariam Z. Dalla tregua di ottobre sono 970 i morti registrati dal ministero della Salute di Gaza. Tutti i gazawi contattati denunciano un’avanzata militare ancora in corso lungo la “linea gialla”, che il cessate i fuoco istituiva come primo limite dell’area sotto controllo israeliano. Quest’area avrebbe dovuto essere pari al 53% della Striscia. «Ogni giorno, però, gli sfollati si sorprendono nel vedere le Forze di difesa israeliane (Idf) avanzare verso di loro e posizionare i blocchi che delimitano la linea in zone prima non incluse», si lamenta A.H., che chiede l’anonimato. Il 28 maggio, il premier Benjamin Netanyahu ha ammesso che l’Idf è arrivato a occupare il 60% di Gaza, rivelando di aver ordinato di estendere la presenza al 70%. «Intanto, le strade sono ancora bloccate dalle macerie – prosegue A.H. –, i materiali da costruzione non ci sono». Funzionari statunitensi avevano annunciato, entro l’estate, nuovi campi semi-permanenti per migliaia di palestinesi. Un paio di settimane fa, il quotidiano britannico Guardian riferiva di imprese edili che hanno presentato, invano, offerte per rimuovere i detriti. Nessun contratto sarebbe stato ancora stipulato.
«La gente non pensa che a procurarsi del pane e un piatto di cibo gratuito o a prezzo agevolato», ci spiega Abdel Nasser Al-Ajrami, capo dell’Associazione panifici di Gaza. «Il volume degli aiuti è calato e sono stati immessi sul mercato prodotti alimentari destinati ai commercianti, ma a prezzi troppo alti». L’Ufficio Onu per il Coordinamento degli affari umanitari (Ocha), il 6 giugno ha rilevato che «la carenza di fondi sta costringendo le organizzazioni umanitarie a ridimensionare o sospendere alcuni servizi fondamentali» e che «l'operazione umanitaria nel suo complesso è ostacolata dall'inasprimento delle restrizioni di accesso». Israele «non rispetta l'accordo nemmeno sull'ingresso di aiuti, dei 600 camion al giorno promessi ne entrano pochi», si lamenta Fouad Khader, musicista sfollato al Nord. Dal tracciamento di Unops (UN2720 Dashboard), i movimenti umanitari coordinati dall’Onu sono di 93 camion di aiuti scaricati in media al giorno dal 10 ottobre al 1° giugno, 77 al giorno da inizio aprile. L’insufficienza di merci «ha portato a monopoli sui prezzi», riferisce il musicista. «Se i valichi rimangono serrati per due giorni, i mercati si svuotano. Intanto, il Programma alimentare mondiale ha chiuso alcune mense da cui dipendevano molte famiglie», fa sapere Mariam Z.
«Tutto è disorganizzato e insicuro, gli agenti di polizia vengono presi di mira con l'accusa di essere affiliati ad Hamas», aggiunge la maestra. È d’accordo Fouad Khader: «Abbiamo bisogno di un organo di governo che gestisca la vita quotidiana e la ricostruzione, come il Comitato tecnocratico palestinese (istituito a gennaio, al momento in Egitto, ndr)». Secondo il controverso Board of Peace di Donald Trump, il «principale ostacolo» alla nuova fase del piano di pace è il rifiuto di Hamas di consegnare le armi e cedere il potere. Chiediamo cosa rimanga di quel potere. «La polizia di Hamas convoca i cittadini per interrogarli e picchiarli, soprattutto i commercianti, che devono pagare per lavorare. La ripartizione dei guadagni si ripercuote sui prezzi», spiega A.H. «Hamas, a rischio costante di bombardamento, non deve nascondersi tra la popolazione, altrimenti muoiono innocenti. C’è grande malcontento nei suoi confronti. Soffriamo a causa di Hamas ma anche a causa delle milizie che collaborano con l’esercito israeliano, quelle di Abu Shabab, al-Mansi, Rami Halas e al-Astal. Rapiscono le persone, le consegnano all’occupante». A gennaio, il Wall Street Journal aveva rivelato i dettagli del supporto di Israele a milizie palestinesi anti-Hamas, tra assistenza logistica, di intelligence, droni, cibo. Conferma il senso di insicurezza anche H.R., sfollata ad al-Nuseirat. «Oggi bande criminali, ladri e alcuni commercianti esercitano un’enorme influenza. Molti hanno paura di uscire di notte o di percorrere strade solitarie di giorno. La polizia è legata a Hamas e continua a operare, ma non in modo efficace. Non esiste una legge vera e propria né un sistema organizzato. Ai piani per la ricostruzione o al Board of Peace non crediamo. Siamo cresciuti ascoltando promesse. Mai concretizzate».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire