Negli scam center della Cambogia: «Ho detto “no”, mi hanno accoltellata e lasciata nella foresta»
di Anna Pozzi, Nairobi
Jane, vedova con sei figli, era arrivata in Cambogia piena di speranze. Ora è una donna disperata. «Al minimo errore, ti portavano nella dark room»

Non riesce a smettere di piangere, Jane. E non riesce a smettere di parlare. È un fiume in piena di lacrime e parole che sgorgano senza freni, portando a galla un grumo di dolore, rabbia, frustrazione e vergogna che la divora nel corpo e nell’anima. Alza la maglietta per coprirsi il volto e asciugare le lacrime, lasciando intravedere cicatrici di ferite mal ricucite. Come tutte le donne trafficate in Cambogia, è finita nell’inferno del lavoro forzato negli scam center. Ha subìto minacce e violenze. Stava male e ha provato a chiedere aiuto. Invece di mandarla in ospedale, l’hanno accoltellata e gettata nella foresta. Come un rifiuto. Schiava inutile che non serviva più. Quella di Jane è una delle storie più estreme di crudeltà e disumanità che si celano dietro il business miliardario delle truffe online. Una storia di sofferenza e umiliazione che neppure il rientro in Kenya è riuscito a sanare. Anche perché qui ha trovato ostilità ed emarginazione, pregiudizio e stigma. E ha ritrovato i suoi sei figli che stanno peggio di quando li ha lasciati. La madre, a cui li aveva affidati, è morta. «Dicono che è per colpa mia!», singhiozza. Di tutto quello che ha vissuto è la cosa che proprio non riesce a sopportare. Mostra le foto del funerale che conserva nel cellulare. Ha molte altre immagini “rubate” in Cambogia. Trema. Il pianto si trasforma in un gemito. Jane, sopravvissuta alla tratta e alla schiavitù, oggi è una donna disperata.
Non lo era quando è partita. Non così. «Vengo da una situazione di grande povertà, che si è aggravata quando mio marito è morto – ricorda –. Mi hanno offerto un lavoro a Dubai e sono partita, lasciando i figli con i miei genitori». Poi una donna filippina l’ha avvicinata. «Siamo diventate amiche, mi chiamava mama, mi fidavo di lei. Mi ha parlato di un lavoro più redditizio in Vietnam o Cambogia. Ho pensato che fosse un’ottima opportunità». Tornata in Kenya, Jane ne parla con i genitori che la incoraggiano e la benedicono. È così entusiasta di questo progetto che coinvolge anche il fratello minore. La donna filippina pensa a tutto, visto e biglietti aerei per il Vietnam. I primi sospetti sorgono durante il trasferimento interno. Cambiano tre auto e due moto. Si ritrovano nel folto della foresta e poi nelle paludi del Mekong. Quando arrivano al confine tra Cambogia e Thailandia vengono introdotti in un enorme compound e da lì in un ufficio dove incontrano alcuni cinesi. La procedura è sempre la stessa. Vengono sottratti passaporti, documenti e telefoni. Vengono fornite delle istruzioni e un contratto in cinese. «Ci avrebbero pagato solo alla fine di due anni di lavoro. Non volevo firmarlo, ma loro hanno iniziato a prendermi a sberle».
Dopo due settimane di formazione, Jane comincia il suo “lavoro”: convincere i “clienti” a investire in cripto valute. L’orario è estenuante «sino a 17 ore al giorno – ricorda –. E al minimo errore, ti portavano nella dark room». Jane ricomincia a piangere a dirotto. Il suo racconto però è lucido e dettagliato. Non vuole smettere. Ricorda quello che ha visto – «uomini uccisi e gettati nel fiume». Ricorda quello che ha subìto. Butta fuori tutto, come per potersi liberare da quel vissuto insostenibile di crudeltà e brutalità. «Ho cominciato a stare male – continua –. Un ragazzo keniano mi ha portata in un ufficio per chiedere aiuto. Lì però mi hanno detto di spogliarmi. Mi sono rifiutata». E così si sono accaniti su di lei nella maniera più bestiale. Poi l’hanno accoltellata e scaricata in foresta. Sarebbe morta dissanguata se quello che chiama «un buon samaritano» non l’avesse soccorsa. Ed è grazie a una catena di solidarietà che è riuscita a tornare in Kenya lo scorso aprile. Per ricominciare di nuovo tutto da capo.
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