I nuovi lavori ai tempi dell'IA
Dal progettista di decisioni ai consulenti etici: emerge la necessità di nuove figure professionali legate all'intelligenza artificiale. I direttori del personale avvertono: "Sarà una sfida epocale"

Poco più di un anno fa è diventato rapidamente virale un annuncio secondo il quale OpenaAI – l’azienda produttrice di ChatGpt, l’intelligenza artificiale più diffusa e conosciuta al mondo – era alla ricerca di un “killswitch engineer”. Ovvero di un ingegnere pronto a “uccidere” un software di fronte ad anomalie o pericoli. Nel caso la macchina impazzisse e, come posseduta, si leggeva testuale «si rivolti contro di noi». Competenze richieste, tra le altre: «gettare un secchio d’acqua per ogni evenienza».
Si trattava di un meme, di un post satirico che però partiva da un assunto veritiero: l’intelligenza artificiale sempre più “sofisticata” sta immettendo sul mercato nuovi posti di lavoro, figure che prima non esistevano, il cui compito è quello di mediare tra uomo e tecnologia. Un dato non di poco conto se pensiamo alle critiche mosse all’IA, rea di “ammazzare” lavori (umani) in nome di una maggiore automazione e quindi produttività.
Del resto, «capire come le persone e l’intelligenza artificiale debbano collaborare è la sfida epocale per tutte le imprese», dice Matilde Marandola, presidente dell’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (Aidp), anche perché «la tecnologia è già ovunque e, se non governata, rischia di incepparsi quando da strumento a servizio dell’essere umano ne diventa un sostituto». Come accade già in alcune realtà dove per esempio ci sono team di lavoro misti, formati da persone in carne e ossa e da colleghi virtuali. Oppure dove la macchina ricopre posizioni di comando o si occupa di formazione.
Li chiamano “professioni di dialogo con l’IA” e sono i nuovi lavori che la tecnologia di ultimissima generazione porta con sé: 170 milioni a fronte di 92 milioni persi per la digitalizzazione al 2030, secondo il Future of Jobs Report del World Economic Forum. Per quanto possa sembrare paradossale, l’esigenza di questi nuovi ruoli nasce proprio da una maggiore avanzata della stessa IA. Come dimostra l’ampia letteratura scientifica in materia: più la macchina cresce e si perfeziona, più è necessario che sia affiancata da una figura umana affinché il processo vada a buon fine. E sia “conveniente” automatizzare. Fino a pochissimo tempo fa, queste mansioni venivano semplicemente riorganizzate all’interno della stessa azienda. Oggi il salto di scala dei software rende necessario il ricorso a professionisti con competenze ad hoc, sempre più richiesti in posizioni manageriali e ben retribuite.

L‘esempio che racconta più di tutti il “perché” di queste nuove figure è quello del “progettista di decisioni”. Si prenda un’impresa che affida all’intelligenza artificiale l’approvazione di un prestito a un privato. In base a cosa la tecnologia potrà decidere se accordarlo o meno? Avrà bisogno di una persona che ne stabilisca i criteri sulla base di input umani, crei una struttura informatica capace di dare risposte, e si prenda la responsabilità delle scelte del software. Che faccia da filtro, insomma, tra algoritmi e output finale «dimostrando che alla fine qualsiasi processo che non metta al centro la persona è fallimentare», spiega Marandola di Aidp.
Del resto, questo che cosa è se non il tentativo di umanizzare la macchina? Di creare empatia? Non a caso altri lavori emergenti tra questi sono quelli – sempre prettamente umani – dell’AI experience officer, per esempio, ovvero di colui che si deve assicurare che l’intelligenza artificiale sia in linea con gli obiettivi aziendali. O ancora quello del consulente per l’etica digitale. Professioni che ci ricordano che la tecnologia è un “mezzo” e non una “risorsa umana”. Citando padre Paolo Benanti, uno dei maggiori esperti internazionali in materia, «è come una potente torcia elettrica, illumina paesaggi sconosciuti offrendoci strumenti senza precedenti per esplorare la realtà. Ma una torcia non sa dove sia giusto andare». La scelta della meta e la responsabilità dei passi da compiere «rimangono e devono rimanere imperativamente umane». Soprattutto nei contesti in cui la macchina entra a gamba tesa nella vita delle persone, non è più un agente esterno, ma indossa i panni del collega d’ufficio, del caporeparto, svolge funzione di coaching. Generando paure e ritrosie.
Conclude Marandola: «Sono ambiti delicati in cui è necessario muoversi all’interno di una logica di progetto e di ascolto». Sperimentare, non improvvisare, «condividere il senso di un processo di automazione, i rischi e le opportunità». Si capisce allora lo sconcerto provocato recentemente dalla comparsa in rete di “renthuman.ai” una piattaforma sperimentale che funziona come un vero e proprio capoufficio: in base ai curricula seleziona il personale, affida a gettone incarichi che non può svolgere (consegnare pacchi, firmare lettere…) e paga in criptovalute. Con buona pace del confronto, della pausa caffè alla macchinetta e della pizza tra colleghi. Per non parlare dei rischi legali e del rispetto dei diritti. È questo il futuro che si sta avvicinando a grandi passi: saperlo guardare in “faccia” è la condizione necessaria per cambiarne la direzione. Se lo vogliamo.
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