Istria: il “cold case” del sacerdote martire Bonifacio

Don Francesco Bonifacio venne ucciso nel settembre di 80 anni fa “in odium fidei” da comunisti italiani e slavi. Sul crimine sta indagando la procura di Pola
Google preferred source
May 28, 2026
Istria: il “cold case” del sacerdote martire Bonifacio
Francesco Bonifacio / WikiCommons
Pedalava con il cuore in gola Andreino, 16 anni, per arrivare in tempo a salvare la vita a don Libero Colomban, parroco di Villanova, in Istria. Da alcuni membri della Ozna, la polizia segreta di Tito, aveva scoperto che nella lista delle persone da eliminare c’era proprio don Libero, con don Giuseppe Rocco, parroco nella vicina Grisignana, e don Francesco Bonifacio, 34 anni, cappellano di Villa Gardossi-Crassiza, il primo dei “nemici del popolo”. Era il 10 settembre del 1946, ottant’anni fa, e a breve si sarebbe consumato uno dei più efferati omicidi nell’Istria del dopoguerra, ancora oggi un “cold case” su cui la Procura della Repubblica croata di Pola e la Polizia scientifica di Zagabria indagano con le odierne tecnologie investigative.

 Un mistero lungo 80 anni

Ma torniamo al “thriller”, al momento in cui, 80 anni fa, la nostra storia diventa mistero: don Libero, grazie a quel ragazzino attivo tra i giovani dell’Azione Cattolica, si salvò rifugiandosi in casa di parrocchiani e il giorno dopo, 11 settembre 1946, corse ad avvertire del pericolo don Bonifacio, il quale però decise di non scappare, “non ho fatto nulla di male, che cosa dovrei temere?”. La guerra era finita ovunque da un anno e mezzo, ma non qui. Qui non bastava essere innocenti, anzi: i nuovi “Poteri popolari” comunisti, costituiti da cittadini slavi e italiani, suoi coetanei con i quali era cresciuto e che poi aveva avuto in chiesa tra le file dei suoi parrocchiani, ora non gli perdonavano il forte ascendente che aveva sui giovani, sempre più numerosi alle riunioni dell’Azione Cattolica, anziché a quelle del partito. Altra colpa: don Bonifacio era amatissimo perché tutti aveva amato e difeso, indistintamente, italiani o slavi che fossero. Durante la guerra si era opposto ai fascisti impedendo che incendiassero le case che avevano nascosto i partigiani, ma anche si era recato personalmente al Comando di Difesa Popolare dei titini a Buie per chiedere giustizia dopo l’esecuzione di contadini italiani. In canonica aveva nascosto sia i giovani che non intendevano combattere dalla parte dei nazifascisti, sia chi fuggiva dalle squadre dei titini.

 L'ultima omelia: «Amerò l'uomo che mi tradirà»

“Colpire il pastore piuttosto che il gregge” era il motto dei tribunali del popolo contro i sacerdoti – italiani e slavi – e don Bonifacio lo sapeva bene, tant’è che alle minacce rispondeva “mi pare impossibile venire derubato della libertà da coloro che si dicono i nostri liberatori” (dalle pagine del suo diario) e dieci giorni prima di sparire teneva un’omelia profetica: “Gesù ama persino il suo traditore che lo chiama addirittura amico. Ama i propri crocifissori e per essi domanda perdono. Non c’è qualità di persona che possa venire esclusa dal nostro perdono cristiano”… Parole da ricordare una per una, perché in questa storia torneranno prepotentemente in primo piano.

 Ucciso perché pregava

Quell’11 settembre don Bonifacio corse a sua volta a Grisignana ad avvertire don Rocco, ma poi rifiutò di restare da lui per la notte e tornò verso Villa Gardossi-Crassiza. I due giovani sacerdoti si salutarono al bivio davanti al cimitero di San Vito e da quell’istante don Bonifacio sparì nel nulla… Testimoni del rapimento furono alcuni contadini che videro tre guardie popolari jugoslave trascinarlo sull’auto nera dei prelevamenti. Avrebbero dovuto portarlo ad Abbazia per un “processo” e un’esecuzione “regolare”, ma presi da ira per le sue parole di perdono (testimoniate da J.N., uno dei suoi assassini, morto nel 1996) lo colpirono in faccia con un sasso e poi lo sgozzarono. La sua fama di santità non morì con lui e in molti non smisero mai di indagare: don Rocco, i familiari di don Bonifacio e, negli ultimi decenni, la Procura di Pola (grazie anche alla legge votata dal Sabor, il Parlamento croato, nel marzo 2011 sulla “Ricerca delle persone scomparse dopo la fine della seconda guerra mondiale e dei crimini commessi per opera dei comunisti jugoslavi”). Ma il “detective” che non ha mai mollato è Mario Ravalico: ex presidente dell’Azione Cattolica triestina e per un decennio direttore della Caritas diocesana, in questo anniversario è autore del saggio “Francesco Bonifacio, vita e martirio di un uomo di Dio” (edito da Irci, Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, 20 euro, 256 pag.), presentato oggi a Gorizia nel Festival èStoria dedicato quest’anno al tema “Religioni”.

 La falsa pista del teschio femminile

È tra gli incontri più interessanti del festival storico proprio per lo spessore del personaggio, beatificato da Benedetto XVI nel 2008 in quanto ucciso in odium fidei, e del cui caso si sa tutto, ma non il luogo in cui fu occultato il corpo, cercato ancora oggi con caparbietà dagli inquirenti croati, con i quali Ravalico collabora nel reperire testimonianze e indizi sempre nuovi. “Molti dei protagonisti sono ancora vivi o morti da poco”, spiega infatti Ravalico a èStoria. Lo avevamo lasciato cinque anni fa con un teschio ritrovato nella Foiba dei Martinesi, vicina al luogo della scomparsa, “quando la Polizia di Pola mi chiese di rintracciare parenti del beato per la prova del Dna. Ho accompagnato all’Ospedale civile di Pola i due nipoti, figli di due fratelli di don Bonifacio, ma nel maggio del 2022 l’ispettore Marjan Kesić mi ha comunicato che il teschio era di una vittima femminile”.

 Il bosco degli eccidi titini

Un’altra pista battuta da Ravalico ascoltando le voci sussurrate (si ha ancora paura) portava al bosco di Levade e al piccolo cimitero di San Bortolo, ma presto la Procura ha abbandonato questa strada perché gli indizi apparivano insufficienti. “In quel bosco però erano state uccise diverse persone dai titini, tra cui un seminarista e suo padre, rastrellati di notte nel ’44 – spiega Ravalico –. Solo nel 2000 un prete croato ha scoperto il luogo dell’eccidio ed è venuto a Trieste a parlarne con uno zio del seminarista. Sulla base della vox populi, quindi, si scavò e i loro corpi furono riesumati. Questo per dire che anche dopo decenni le testimonianze di chi c’era ed ha sempre taciuto possono essere molto attendibili”.
Ravalico non si è perso d’animo: ha tentato, e ancora tenta, di procurare agli storici e agli inquirenti l’accesso agli archivi di Belgrado, dove giacciono i documenti dell’Armata jugoslava. “Mi hanno supportato con forza l’ex arcivescovo metropolita Stanislav Hočevar, lo storico dell’università di Belgrado Zoran Jovanović, l’allora nunzio apostolico a Zagabria Giorgio Lingua e, fin dall’inizio, il vescovo di Trieste Enrico Trevisi, l’ambasciatore d’Italia a Zagabria Paolo Trichilo, la console generale a Fiume Iva Palmieri, ma gli archivi restano chiusi. Intanto la Polizia di Pola ha trovato ulteriori elementi negli archivi di Zagabria”.

 Il nipote: «Un perdono imparato in famiglia»

Tra chi ha sempre indagato c’era Giovanni Bonifacio, fratello di don Francesco, che alla morte ha lasciato il testimone al figlio Gianfranco. È lui oggi a spiegare la forza del perdono dello zio martire, ma anche di tutta la famiglia. “Mio padre Giovanni non si dava pace – racconta –. In tanti sapevano dove fosse il corpo di mio zio, gli ultimi sono morti pochissimi anni fa, ma si portarono dentro il loro macigno. Eppure, come li aveva perdonati mio zio mentre lo uccidevano, così tutta la nostra famiglia ha sempre vissuto il perdono cristiano. A partire da mia nonna Luigia, che fino alla morte avvenuta nel 1963 sperò invano che un giorno suo figlio sarebbe tornato, magari da un campo di prigionia jugoslavo o dai lavori forzati, ma dalla cui bocca non uscì mai una parola di odio”. Il perdono che don Francesco seppe offrire ai suoi rapitori non nasceva dal nulla e non fu l’atto eroico che può durare un istante, “era il risultato di un lungo esercizio dello spirito”, spiega il nipote. “Sono certo che dal Cielo don Francesco ha dato forza alla nonna e agli zii, ma ha aiutato persino chi si era macchiato del suo sangue”
Il perdono è allora la cifra di una famiglia che lo aveva coltivato come valore fondante sin dai tempi in cui il piccolo Francesco cresceva nella sua Pirano (oggi Slovenia) e tutti i giorni la madre portava i suoi sette bambini alla chiesa dei frati conventuali a pregare. “Anche io in tutta la vita non ho mai sentito uno solo dei miei numerosi familiari parlare con rancore degli assassini dello zio, nonostante il senso di tradimento che si prova quando i responsabili sono le persone più vicine, gli ex amici del tempo di pace. Con don Bonifacio vivevano la madre vedova e i due fratelli minori Giovanni e Romana. Tutti e tre andavano ogni giorno alla messa di don Francesco… Immaginate quando sparì che cupa tragedia piombò su di loro”.

Le urla dalla cella: «Sono vivo, dillo alla mamma»

E poi, toccante, il racconto delle indagini a rischio della vita: “Papà aveva 21 anni nel 1946 e subito alla sparizione di suo fratello si recò con due amici alla casa di J. N., ma non scoprì nulla. Due giorni dopo andò fino a Buie alla Ozna, ma venne arrestato”. Al che anche sua sorella Romana, solo 16 anni, con un’amica andò a piedi a Buie a chiedere del fratello Giovanni, “lui la sentì e dalla cella le urlò che era vivo, di dirlo alla mamma. I nazifascisti esibivano gli impiccati, invece i titini facevano tutto di nascosto, sparivi nel nulla: ormai c’erano le due testimoni e dovettero rilasciarlo”.
Nel 1957, 11 anni dopo l’omicidio, Giovanni prese la corriera da Trieste e andò di nuovo in Jugoslavia a trovare a casa J. N., accompagnato addirittura da un fratello di questi. “Mio padre gli ricordò la vecchia amicizia e giurò che non lo avrebbe mai denunciato, ma nessuno dei due lo convinse ad aprire bocca, ci provò anche sua moglie… Dieci anni dopo, la questura di Trieste convocò mio padre perché erano emersi indizi e per poter procedere gli chiedevano di sporgere denuncia, ma nemmeno quella volta volle rompere il patto del perdono, per non tradire la volontà di don Francesco”.

 La confessione come in un film

Uno sfogo, più che una confessione, gli uscì invece nel 1973, quando grazie a monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste, e alle autorità consolari di Capodistria (Koper), si trovò un regista che lo fece parlare per tre giorni, con la scusa di dover scrivere un copione. Il suo raccontò fluì come un fiume in piena, pur parlando in terza persona come non riguardasse lui: “All’agguato erano in sette, alcuni con il compito di prelevarlo e gli altri per bloccare la strada più avanti”. I loro nomi li ha lasciati scritti un prete croato, che pagò con due anni di carcere le sue ricerche. “Nella macchina erano in tre – dice J. N. al regista –. Uno dei contadini che videro il rapimento si oppose, ‘è il nostro parroco’, ma don Francesco fu portato verso il bosco, direzione cimitero di San Vito. Secondo J. N. l’uomo alla guida si infuriò perché don Francesco pregava, così lo tirarono giù dall’auto, lo spogliarono della veste e gli ingiunsero di smettere. Don Francesco era in ginocchio con le mani sul viso – è sempre il racconto dettagliato di uno dei tre assassini –, alzò la testa e uno di loro lo tramortì con la pietra in faccia, poi lo sgozzarono. È rimasto prete fino alla fine”, ha concluso J. N.  “Tra i testimoni c’era anche un bambino di 12 anni, che in futuro sarebbe diventato un pezzo grosso della Giustizia jugoslava – rivela Gianfranco Bonifacio –. Oggi ha 92 anni e giorni fa l’ho incontrato a Rovigno: ha confermato l’ipotesi che il corpo si trovi proprio a San Vito, tutto sta convergendo.

Il pianto dell'assassino

“Nino, tu al posto mio cosa avresti fatto?”… Non è un’ammissione, è molto di più: sono queste le parole con cui nel 2001 P. A., membro di quel Tribunale popolare che aveva deciso la soppressione di don Francesco, rispose alle domande accorate di Giovanni Bonifacio. Erano stati amici, decenni fa, prima che la guerra e poi l’occupazione jugoslava in Istria cambiasse animi e destini. E adesso erano due vecchi, forse era giunta l’ora di parlare… Ma le risposte non cambiavano, “no so, no ricordo… iera tempi bruti”, come a dire che qualsiasi cosa sia accaduta è solo colpa di quegli anni foschi.
Nel 2019 Ravalico e Gianfranco hanno di nuovo ritracciato P.A. tramite il parroco che gli porta i sacramenti. “Si agitò tantissimo battendo il bastone a terra quando gli chiedemmo del corpo dello zio. Gli lasciai l’immaginetta dello zio e andammo via”. Due mesi dopo il parroco li chiamò: non aveva parlato, nessuna ammissione, ma adesso alla sera chiede sempre a sua figlia quel santino per pregare e scuote la testa ripetendo: “Era davvero un prete santo”.

Non un cadavere ma otto

Ora c’è però una pista attuale, molto accreditata, che riporta a quel bivio famoso dove don Rocco e don Bonifacio si salutarono per l’ultima volta. Infatti nel 2024 un’anziana del posto riferì lucidamente quanto le aveva confidato la sorella di uno degli assassini, e cioè che la salma del beato “fu occultata di corsa nel cimitero di San Vito sotto un’altra sepoltura, così da non farla mai ritrovare” (va detto che la testimone era la vicina di casa dell’omicida in un paesino fuori Grisignana, dove si conoscevano tutti). Così si è deciso di scavare.
Il video di quel giorno è toccante: è il 16 ottobre 2025 quando alle ore 10 le autorità croate (Procura, ministero degli Interni e ministero dei Veterani, agenti di Polizia e uomini dell’esercito) si ritrovano per lo scavo sotto le tombe lungo i due lati della chiesetta cimiteriale, dove il corpo spogliato e semibruciato potrebbe trovarsi. Tutto torna, il cimitero è sul percorso e in quel settore l’alto muro di cinta si abbassa, così che dalla strada il corpo poteva essere gettato all’interno senza dare nell’occhio ad eventuali passanti. È presente anche Ravalico, insieme a Gianfranco Bonifacio, a Mate Mekiš, presidente della Comunità degli Italiani di Crassiza, e al parroco Miroslav Paranjak. Un’antropologa forense è lì per visionare gli eventuali resti. Il vescovo di Parenzo e Pola, Ivan Štironja, raccoglie tutti in preghiera prima di iniziare i lavori: il momento è solenne. “Purtroppo sotto quelle tombe non fu trovato un cadavere ma otto – continua Ravalico –, tre erano bambini, gli altri cinque troppo anziani per essere il sacerdote 34enne”.
Alla Polizia scientifica, poi, occorreva un Dna più diretto per futuri confronti e di nuovo Ravalico ha risolto: “Ho saputo che quando si fanno le autopsie gli ospedali conservano i reperti. Siccome Giovanni, il fratello del beato che tanto mi aveva aiutato nelle ricerche, era morto, grazie al professor Paolo Fattorini, presidente nazionale degli antropologi forensi, ho ottenuto dall’ospedale di Trieste alcuni campioni di fegato e cuore, che ho consegnato all’ispettore Kesić. Intanto ho organizzato un incontro pubblico con la gente del posto”, quella che aveva taciuto per decenni e che anche oggi bisbiglia: i giorni successivi l’ispettore di Polizia è andato nelle loro case a raccogliere le testimonianze, che oggi circoscrivono con più precisione il solo lato destro della cappella di San Vito.
“Le ricerche proseguiranno da qui”, fa sapere Kesić, devoto del beato Bonifacio. Il quando non si sa, perché l’équipe specializzata è impegnata a Vukovar, al confine con la Serbia, per il recupero delle vittime gettate nelle fosse comuni durante la guerra balcanica nel 1991/92. “Nell’attesa, l’ambasciatore Trichilo per la prima volta ha sollevato ufficialmente il caso anche con il ministero degli Esteri croato. È fondamentale che si aprano gli archivi e che la via diplomatica faccia il suo corso”.

Una ventina tra mandanti ed esecutori

Tirando le somme, in questo thriller si conoscono le identità di tutte le persone coinvolte nel rapimento (una ventina tra mandanti, componenti del Comitato popolare che decise la soppressione, esecutori), compresi i tre che parteciparono personalmente (se Ravalico ci passa i nomi ma non i cognomi è perché “le loro famiglie vivono ancora in zona e per rispettare il perdono di don Francesco”): sono il sottufficiale capo della Ozna di Buie Roberto S. e le due guardie della Difesa popolare J.N. e A.R.. Su venti, solo tre risultano croati, tutti gli altri italiani (anche se poi hanno cambiato appartenenza etnica e in una zona multiculturale e travagliata come l’Istria il confine tra le etnie è spesso labile). Molti di loro erano stati suoi amici (“Gesù ama persino il suo traditore che lo chiama addirittura amico”, diceva la profetica omelia…).

 La soluzione è nell'ultima profezia?

“Non c’è qualità di persona che possa venire esclusa dal nostro perdono cristiano”, aveva detto nella stessa omelia, nemmeno i propri assassini, dunque, e morendo aveva pregato il Signore perché perdonasse tutti, lui e loro. Forse allora nelle pieghe delle sue profezie si trova anche l’indizio che ci può condurre ai suoi resti nel cimitero di San Vito? Nel suo testamento scrisse infatti: “Il mio corpo attenda la resurrezione nel cimitero del luogo dove morirò, oppure, se il Signore vorrà che io muoia fuori dalla mia parrocchia, sia portato nel cimitero di quel luogo”…

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire