Natalità, il declino senza fine delle culle italiane
Le illusioni non fanno figli: dati e proiezioni smentiscono facili ottimismi: né flussi migratori né dinamiche demografiche basteranno a invertire la tendenza

Il linguaggio dei numeri è spietato. Ci dice che la crisi della natalità in Italia non è solo una realtà del presente, ma un fenomeno destinato a protrarsi negli scenari che vanno delineandosi in futuro; e ciò trova inesorabilmente conferma ogni qualvolta nuovi dati statistici arricchiscono il quadro delle nostre conoscenze in materia. Avevamo appena assimilato il nuovo record di minimo delle 355mila nascite registrate nel 2025 – il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente – ed ecco arrivare il resoconto del primo bimestre 2026 con un nuovo calo dell’1,7%. Un dato che, se confermato a fine anno, ci porterebbe sotto la soglia simbolica dei 350mila neonati: per la diciottesima volta di fila, sempre meno! Ma quando (se mai) finirà questa lunga corsa al ribasso? La verità è che stiamo scivolando, anno dopo anno, lungo la china su cui ci siamo incamminati dal 2008. Allorché il cambiamento di rotta, dettato dalle difficoltà economiche in un mondo globalizzato, interruppe una stagione di (pur moderata) ripresa sospinta dai ricongiungimenti familiari, favoriti dalle sanatorie di inizio secolo e dal consolidamento della presenza straniera. Sino ad allora il passaggio dai 526mila nati del 1995 – già a quel tempo un vero e proprio minimo assoluto nella storia d’Italia – ai 577mila del 2008 ci aveva illusi di un nuovo corso, convinti che proprio dall’immigrazione arrivasse la magica soluzione al problema della denatalità in Italia. Forti del fatto che dietro alla modesta ripresa accertata tra il 1996 e il 2008 – con le 287mila nascite conteggiate in più entro tale intervallo – ci fosse il peso del massiccio apporto (418mila) dei neonati stranieri venuti al mondo in quello stesso periodo.
Ma di fatto non è stato così. In termini assoluti il contributo della popolazione immigrata, pur restando importante, sembra aver esaurito da tempo la fase di continua crescita. Dal massimo di 80mila nati stranieri nel 2012 si è progressivamente scesi a 48mila nel 2025, con un parallelo calo della fecondità delle immigrate, passata dagli oltre 2,5 figli per donna di inizio secolo a 1,79 secondo la stima più recente (2024). Se dunque occorre realismo nel prefigurare il ruolo – rilevante ma non risolutivo – dell’immigrazione straniera, lo stesso atteggiamento va anche assunto nei riguardi di un’altra illusoria prospettiva di attenuazione della crisi della natalità nel nostro Paese: i ventilati effetti di ripresa che verrebbero indotti a breve dalla maggior numerosità delle coorti di potenziali genitori che, per l’appunto, si sono formate durante quella che è stata la “ripresina” (figlia dell’immigrazione) nel periodo 1996-2008.
A conti fatti, se facciamo riferimento al guadagno dei 287mila nati di cui si è detto e andiamo a identificare la componente femminile (le corrispondenti potenziali madri) arriviamo a determinare, tenuto conto dei livelli di sopravvivenza e della composizione delle nascite per sesso, un surplus di 139mila donne in età 17-29 anni al 1° gennaio 2026. Per tale collettivo, assumendo i tassi di fecondità per età osservati nel 2024, arriveremmo a stimare nel 2026 un contributo totale di poco più di 2.400 nati. Proiettandone poi la sopravvivenza tra dieci anni – prendendo per validi i rischi di mortalità di oggi – il loro apporto alle nascite del 2036, in quanto potenziali mamme 27-39enni, risulterebbe pari a 9.400 unità (in base agli attuali tassi di fecondità). Come si vede, non è esattamente un’aggiunta di nascite paragonabile all’effetto dell’onda di piena di coorti di genitori “baby-boomers”.
In ultima analisi, occorre convincersi che i margini di manovra per interrompere la discesa, e (auspicabilmente) per avviare una convincente ripresa sul fronte della natalità, vanno cercati non tanto in improbabili spiragli entro la struttura della popolazione o nella speranza di poter contare in via risolutiva su apporti esterni a quest’ultima. Bisogna essere in grado di avviare azioni coordinate che incidano sui comportamenti delle persone e sulle loro scelte. Occorrono innanzitutto misure di politica familiare, capaci di agire sulle condizioni di contesto e sui fattori che le determinano. I sintomi del così detto “inverno demografico” sono da tempo evidenti, così come sono ben note le terapie per mitigarne gli effetti ed evitarne le (altrettanto ben note) conseguenze problematiche. Al riconoscimento del ruolo delle “tre C” (Costo, Cura e Conciliazione) nel generare le difficoltà dell’essere genitore (specie di più figli), è necessario affiancare una particolare attenzione al clima culturale, per favorire un’amichevole vicinanza verso chi vive l’esperienza genitoriale. È altresì importante che ognuno (politici, istituzioni, imprese e parti sociali) faccia con impegno e coerenze la propria parte. Evitando la tentazione (e l’alibi) di soluzioni facili ed illusorie.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





