
Anticipiamo accanto parte dell’intervento che Simona Minozzi, paleopatologa dell’Università di Pisa, terrà il prossimo 2 giugno al festival Storiæ. Archeologia e narrazioni. In questa sua VIII edizione la rassegna metterà a tema “Tracce antiche, futuro terrestre”: dal 30 maggio al 3 giugno Ischia ospiterà incontri tra studiosi, narrazioni popolari, mostre, laboratori, escursioni, concerti e proiezioni. L’apertura del festival sarà accompagnata dalla mostra “La grande rimozione” di Roberto Grossi e dalla tavola rotonda “Migrazioni, ambiente e cambiamenti climatici”.
Per molto tempo le sepolture provenienti dai siti archeologici sono state studiate dagli antropologi quasi esclusivamente come reperti biologici: lo scheletro consente infatti di stabilire età, sesso, costituzione fisica, statura, malattie o traumi degli individui e delle popolazioni del passato. Oggi, però, il modo di leggere questi resti è profondamente cambiato grazie a un approccio definito bioarcheologico, nel quale i dati biologici vengono integrati con quelli sociali e culturali. L’incontro tra antropologia, medicina, radiodiagnostica, analisi chimiche e molecolari, insieme alle informazioni provenienti dallo scavo archeologico, ha ampliato le possibilità interpretative. Le ossa non raccontano più soltanto come si moriva, ma anche come si viveva. Per quanto riguarda la paleopatologia, la disciplina che studia le malattie del passato attraverso lo scheletro, oggi non ci si limita più a identificare una patologia, ma si cerca di capire come quella persona abbia convissuto con la malattia, quali relazioni avesse con il proprio gruppo e se abbia ricevuto assistenza e cure.
La presenza, nelle collezioni osteologiche, di individui affetti da gravi deformità o sopravvissuti a eventi traumatici invalidanti suggerisce infatti che la loro esistenza sia stata resa possibile dal supporto della comunità in cui vivevano. Questo modello interpretativo è stato sviluppato dall’antropologa australiana Lorna Tilley attraverso il concetto di bioarchaeology of care, cioè “bioarcheologia della cura”. Una frattura guarita, una deformità scheletrica o una malattia fortemente invalidante non raccontano soltanto dolore e sofferenza: possono rivelare gesti di solidarietà, condivisione del cibo, sostegno reciproco e inclusione sociale. Se un individuo gravemente disabile è riuscito a sopravvivere per anni in società prive di medicina moderna, significa infatti che qualcuno si è preso cura di lui. In questo senso, il corpo malato diventa una traccia archeologica della solidarietà.
Uno dei casi più antichi proviene dal sito di Sima de los Huesos, in Spagna, dove individui vissuti circa 530.000 anni fa riuscirono a sopravvivere nonostante gravi deformità incompatibili con una piena autonomia. La loro lunga permanenza in vita suggerisce che cooperazione e assistenza fossero già elementi fondamentali delle più antiche comunità umane.
Ancora più emblematico è il caso dell’uomo neandertaliano proveniente dal sito iracheno di Shanidar Cave, vissuto tra 60.000 e 45.000 anni fa. L’individuo presentava una complessa serie di patologie: perdita funzionale di un braccio, probabile cecità da un occhio, gravi problemi motori, osteoartrosi avanzata e deficit uditivi. Molte di queste lesioni erano guarite da tempo prima della morte. È difficile immaginare che un individuo con simili limitazioni potesse procurarsi autonomamente cibo e protezione: la sua sopravvivenza implica necessariamente il sostegno continuativo del gruppo. Shanidar rappresenta così una delle più antiche testimonianze di cura nella storia umana.
Ciò che emerge da questi casi è che la storia della malattia nel passato è anche la storia della solidarietà umana. E le ossa, silenziosamente, continuano a raccontarcelo. La cura non può essere interpretata soltanto come gesto di pietà, ma come pratica sociale capace di rafforzare la comunità stessa. Un individuo disabile non era necessariamente un peso improduttivo: poteva mantenere ruoli affettivi, simbolici o sociali importanti. La disabilità, dunque, non coincide automaticamente con esclusione.
In chiave evolutiva, sono particolarmente significative le riflessioni di Fabio Martini, paletnologo dell’Università di Firenze, secondo il quale «il comportamento empatico può avere un’origine biologica e fare parte del patrimonio genetico dell’uomo perché costituisce un vantaggio adattativo». Nelle società più antiche, fondate sulla caccia e raccolta, la sopravvivenza dipendeva infatti dalla cooperazione: la caccia collettiva, la condivisione del cibo e la protezione reciproca erano strumenti essenziali per la vita del gruppo. Aiutare un individuo vulnerabile significava quindi rafforzare la comunità stessa. E in questo momento storico, segnato quotidianamente da immagini di guerra, violenza e distruzione, queste antiche testimonianze ci ricordano qualcosa di importante: empatia, cooperazione e assistenza reciproca non sono aspetti marginali della storia umana, ma ne rappresentano una delle radici più profonde.
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