Najwa, Mohammed, Mariam: c'è un lenzuolo in Carnia con su scritti i 18mila nomi dei bambini morti a Gaza
L’elenco è stato realizzato a mano da decine di volontari e non è esaustivo. Il telo misura 23 metri. «Pronti a portarlo ovunque»

Najwa, Mohammed, Mariam, Yousef, Fatima... La stoffa, candida, prova a ricomporre le storie spezzate dalle bombe, dalla fame, dal freddo, dalla mancanza di medicine. Storie brevi, a volte brevissime: alcuni sono vissuti pochi anni, altri appena un giorno. Tutti hanno un posto nel Lenzuolo, lungo ventritré metri e largo sette e mezzo. Il sudario dei bambini di Gaza. Mani di donne e uomini di una piccola città italiana – Caneva di Tolmezzo, in Friuli-Venezia Giulia – hanno scritto i nomi dei 18.457 minori uccisi nella Striscia nei primi ventidue mesi di conflitto, tra il 7 ottobre 2023 e il 31 luglio 2025. Non è un elenco esaustivo. Né potrebbe esserlo. Il caos bellico ha impedito la registrazione di molti morti. Mancano, inoltre, le piccole vittime dei tre mesi successivi di offensiva e quelle che continuano a crescere, nonostante il cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre scorso. Il Lenzuolo, però, non è né vuole essere una mera compilazione. È un gesto collettivo di rivolta alla normalizzazione della violenza in atto nello scenario globale, in cui popoli, persone, famiglie sono ridotti a categoria quantificabile e cancellati in nome di interessi più grandi: sicurezza, egemonia, controllo delle risorse.

Impresse sul tessuto, le piccole vite dei gazawi divengono racconto indelebile della verità della guerra, al di là di ogni giustificazione. «Il lavoro di trascrizione è stato un momento unico e immenso», racconta Clara Urban, ideatrice insieme a Ivan Marin: decine e decine di persone, giunte da tutta la Carnia, si sono alternate nell’ex asilo di Caneva di Tomezzo, all’inizio dello scorso autunno, per realizzarlo. «C’era chi diceva: “Pensavo non fosse così difficile scrivere un nome”. Chi aveva paura a entrare nello stanzone ma voleva contribuire e alla fine lo ha fatto. Mentre il mondo sembra andare sempre peggio, quest’esperienza ci dimostra che sono in tanti a voler cambiare le cose – prosegue Clara Urban –. Gocce nell’oceano, certo. Ma l’oceano è fatto di gocce. Riunendoci, ritrovandoci, condividendo, abbiamo riscoperto la forza dello stare insieme». È nato così, spontaneamente, intorno a quell’atto di cura condiviso, “Carnia per la pace”: un gruppo di cittadini che ora “accompagna” il “sudario” nel suo viaggio di testimonianza per il Friuli e il resto dell’Italia, da Udine a Firenze a Roma. Ovunque ne venga fatta richiesta. «In tanti mi chiedono dove lo metteremo alla fine del percorso – conclude Ivan Marin, referente di Carnia per la pace –. Non so, forse non ci sarà un termine o, perlomeno, non lo vedremo mai. Ma se dovesse accadere, il suo posto ultimo potrebbe essere proprio Gaza. Quella spiaggia dove, tanto tempo fa, nel gennaio 2014, mentre camminavo in riva al mare, un bimbo mi ha donato una conchiglia. Me l’ha data ed è sparito. Non ne ho mai saputo il nome».
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