«Ebola e hantavirus? Sono due avvertimenti. I rischi di nuove epidemie stanno crescendo»
«Nessun Paese può affrontare da solo le emergenze sanitarie» spiega Aurélia Nguyen, vice amministratrice delegata di Cepi, l'ente che si occupa a livello globale di prevenzione e sviluppo di nuovi vaccini. «Viviamo oggi più minacce tra urbanizzazione, crisi climatica e guerre. Dobbiamo essere pronti»

Prima l’hantavirus su una nave da crociera, poi Ebola in Repubblica democratica del Congo. Il primo è rimasto un focolaio, la seconda è invece stata classificata dall’Oms come «Emergenza sanitaria internazionale» e ha numeri che salgono ogni giorno: più di 200 sospetti decessi e più di 900 sospetti casi in Rdc. Per il direttore dell’Oms Ghebreyesus è un’epidemia «estremamente grave e difficile da gestire». I due casi sollevano una domanda: come ci stiamo preparando, a livello globale, per nuove epidemie e pandemie? La questione è attuale perché, come spiega Aurélia Nguyen, vice amministratrice delegata di Cepi, il rischio di nuovi focolai è destinato ad aumentare nei prossimi anni. Cepi - Coalition for Epidemic Preparedness Innovations – è tra gli enti che lavorano per prevenire i rischi: organizzazione globale con base a Londra, Oslo e Washington Dc, si impegna ad accelerare lo sviluppo di vaccini contro le minacce epidemiche e pandemiche e a renderli accessibili alle popolazioni che ne hanno bisogno. Cepi ha partecipato in Italia a Codeway, fiera dedicata alla cooperazione internazionale. Insieme a Global Fund, altro ente impegnato nella lotta alle malattie infettive, si è riflettuto sulle sfide attuali legate alla salute pubblica.
Dottoressa, la diffusione degli ultimi virus provoca preoccupazioni per la salute globale.
Sì, gli eventi delle ultime settimane ci confermano che i rischi di nuovi focolai sono in crescita. Ad esempio, stiamo osservando la diffusione di determinate malattie in luoghi dove prima non c’erano.
Sì, gli eventi delle ultime settimane ci confermano che i rischi di nuovi focolai sono in crescita. Ad esempio, stiamo osservando la diffusione di determinate malattie in luoghi dove prima non c’erano.
Come mai?
Dipende molto dal tipo di patologia. Sulle patologie zoonotiche, cioè trasmesse dagli animali all’uomo, contano elementi come l’urbanizzazione: gli animali si trovano a una maggior prossimità rispetto all’uomo. Incide la crisi climatica, con cambiamenti che ad esempio favoriscono una maggiore diffusione delle zanzare e delle patologie che esse trasmettono. E viviamo purtroppo in un mondo con crescenti conflitti che causano lo spostamento di grandi masse di popolazione: anche questo ha un effetto. In un solo un anno abbiamo visto diversi focolai di malattie per cui non ci sono ancora vaccini, come il virus Nipah in India, Chikungunya nell’Oceano Indiano, Lassa in alcune zone dell’Africa, e poi appunto il ceppo di Ebola diffuso in Repubblica democratica del Congo.
Dipende molto dal tipo di patologia. Sulle patologie zoonotiche, cioè trasmesse dagli animali all’uomo, contano elementi come l’urbanizzazione: gli animali si trovano a una maggior prossimità rispetto all’uomo. Incide la crisi climatica, con cambiamenti che ad esempio favoriscono una maggiore diffusione delle zanzare e delle patologie che esse trasmettono. E viviamo purtroppo in un mondo con crescenti conflitti che causano lo spostamento di grandi masse di popolazione: anche questo ha un effetto. In un solo un anno abbiamo visto diversi focolai di malattie per cui non ci sono ancora vaccini, come il virus Nipah in India, Chikungunya nell’Oceano Indiano, Lassa in alcune zone dell’Africa, e poi appunto il ceppo di Ebola diffuso in Repubblica democratica del Congo.
I rischi, quindi, stanno aumentando...
Sì, e non solo per malattie naturali. Viviamo in un tempo in cui un’epidemia potrebbe verificarsi accidentalmente, per esempio per un errore umano in un laboratorio ad alto contenimento. E purtroppo c’è anche un rischio di uso deliberato di virus. Con le tecnologie di oggi e con l’intelligenza artificiale, potrebbero esserci virus modificati per essere più trasmissibili o più letali. In Cepi stiamo lavorando moltissimo proprio per portarci più avanti possibile rispetto a tutti i possibili rischi.
Sì, e non solo per malattie naturali. Viviamo in un tempo in cui un’epidemia potrebbe verificarsi accidentalmente, per esempio per un errore umano in un laboratorio ad alto contenimento. E purtroppo c’è anche un rischio di uso deliberato di virus. Con le tecnologie di oggi e con l’intelligenza artificiale, potrebbero esserci virus modificati per essere più trasmissibili o più letali. In Cepi stiamo lavorando moltissimo proprio per portarci più avanti possibile rispetto a tutti i possibili rischi.
Come si struttura il vostro lavoro per prevenire nuove epidemie e pandemie?
La prima cosa è capire quali siano le minacce maggiori. I virus vivono in famiglie virali, cioè gruppi di virus tra loro correlati. È necessario un lavoro di mappatura di quelle più a rischio, ed è proprio quello che stiamo facendo con Cepi e Oms. In questo momento, le famiglie virali potenzialmente più minacciose sono quelle trasmesse per via respiratoria o tramite vettori come le zanzare. Abbiamo poi un programma che lavora sulle famiglie virali e che studia in anticipo che cosa serva per sviluppare i vaccini dei singoli ceppi così da essere pronti in caso di necessità. E poi c’è la produzione: capire chi può effettivamente realizzare i vaccini, ottenere le approvazioni delle autorità regolatorie, pensare a come distribuirli. Stiamo cercando di lavorare su tutte le famiglie virali in modo da arrivare, per tutte, allo stesso livello di approfondimento e quindi di preparazione. Per fare questo è indispensabile sviluppare reti globali, che è un’altra grossa parte del lavoro di Cepi.
La prima cosa è capire quali siano le minacce maggiori. I virus vivono in famiglie virali, cioè gruppi di virus tra loro correlati. È necessario un lavoro di mappatura di quelle più a rischio, ed è proprio quello che stiamo facendo con Cepi e Oms. In questo momento, le famiglie virali potenzialmente più minacciose sono quelle trasmesse per via respiratoria o tramite vettori come le zanzare. Abbiamo poi un programma che lavora sulle famiglie virali e che studia in anticipo che cosa serva per sviluppare i vaccini dei singoli ceppi così da essere pronti in caso di necessità. E poi c’è la produzione: capire chi può effettivamente realizzare i vaccini, ottenere le approvazioni delle autorità regolatorie, pensare a come distribuirli. Stiamo cercando di lavorare su tutte le famiglie virali in modo da arrivare, per tutte, allo stesso livello di approfondimento e quindi di preparazione. Per fare questo è indispensabile sviluppare reti globali, che è un’altra grossa parte del lavoro di Cepi.

Sembra in effetti un processo molto complicato.
Nessun Paese può farlo da solo, è davvero uno sforzo collettivo. Per questo strutturiamo un coordinamento con i governi, gli enti privati, le organizzazioni internazionali e le migliori Istituzioni scientifiche. In questo momento stiamo lanciando una nuova strategia, che chiamiamo Cepi 3.0, che ha proprio l’obiettivo di rendere tutto questo processo sempre più reale.
Nessun Paese può farlo da solo, è davvero uno sforzo collettivo. Per questo strutturiamo un coordinamento con i governi, gli enti privati, le organizzazioni internazionali e le migliori Istituzioni scientifiche. In questo momento stiamo lanciando una nuova strategia, che chiamiamo Cepi 3.0, che ha proprio l’obiettivo di rendere tutto questo processo sempre più reale.
Quali sono le principali sfide?
Una è quella delle risorse. Stiamo raccogliendo 2.5 miliardi di dollari proprio per Cepi 3.0. Sappiamo bene che i governi in questo momento hanno molte priorità concorrenti, ma questa è una sfida davanti a cui non possiamo farci trovare impreparati. Si tratta di un investimento relativamente piccolo, se pensiamo che il costo annuale di una pandemia è stimato dal Fondo Monetario Internazionale in 700 miliardi di dollari. Un’altra sfida è più che altro un’opportunità: oggi possiamo beneficiare di una forte innovazione e sviluppo tecnologico applicato al campo dei vaccini. Siamo in grado di produrli molto più velocemente rispetto al passato. Stiamo studiando vaccini mai realizzati prima, come quello contro la febbre di Lassa (si trova nella fase 2 dello studio clinico), un vaccino contro Nipah, un vaccino contro la febbre della Rift Valley. Ci siamo subito messi al lavoro anche sul virus di Ebola Bundibugyo.
Una è quella delle risorse. Stiamo raccogliendo 2.5 miliardi di dollari proprio per Cepi 3.0. Sappiamo bene che i governi in questo momento hanno molte priorità concorrenti, ma questa è una sfida davanti a cui non possiamo farci trovare impreparati. Si tratta di un investimento relativamente piccolo, se pensiamo che il costo annuale di una pandemia è stimato dal Fondo Monetario Internazionale in 700 miliardi di dollari. Un’altra sfida è più che altro un’opportunità: oggi possiamo beneficiare di una forte innovazione e sviluppo tecnologico applicato al campo dei vaccini. Siamo in grado di produrli molto più velocemente rispetto al passato. Stiamo studiando vaccini mai realizzati prima, come quello contro la febbre di Lassa (si trova nella fase 2 dello studio clinico), un vaccino contro Nipah, un vaccino contro la febbre della Rift Valley. Ci siamo subito messi al lavoro anche sul virus di Ebola Bundibugyo.
Quanto incidono, le diseguaglianze, nella capacità di risposta a una epidemia?
Quando scoppia un nuovo focolaio, le Istituzioni del Paese colpito sono le prime al centro della risposta e devono sempre guidarla. Teniamo sempre il caso di Ebola: il primo Stato colpito è stato la Repubblica democratica del Congo, che però potrebbe avere capacità più limitate in termini di infrastrutture. Risulta quindi fondamentale avere partner come Africa Cdc, Oms, Cepi che possono fornire supporto rapido. Avere una rete solida su cui contare è necessario per ogni Paese a basso reddito.
Quando scoppia un nuovo focolaio, le Istituzioni del Paese colpito sono le prime al centro della risposta e devono sempre guidarla. Teniamo sempre il caso di Ebola: il primo Stato colpito è stato la Repubblica democratica del Congo, che però potrebbe avere capacità più limitate in termini di infrastrutture. Risulta quindi fondamentale avere partner come Africa Cdc, Oms, Cepi che possono fornire supporto rapido. Avere una rete solida su cui contare è necessario per ogni Paese a basso reddito.
Cepi punta proprio a garantire a tutti i Paesi la possibilità di rispondere alle epidemie.
A questo proposito vorrei aggiungere che quando parlo con i governi e gli altri attori, il punto su cui siamo molto allineati è che il ruolo delle Istituzioni è proteggere le proprie popolazioni, su questo bisogna investire. Questo deve rimanere centrale nella sicurezza sanitaria di ogni Stato. Trovo però importante sottolineare che proteggendo i propri cittadini si contribuisce anche alla protezione degli altri, oltre i confini. I virus non rispettano le frontiere, e d’altro canto aiutare i Paesi in una risposta rapida alle epidemie contribuisce alla loro stabilità e prosperità. Quindi non è solo una risposta sanitaria, ma anche di sviluppo. Nel caso dell’Italia, questo è ad esempio molto in linea con il Piano Mattei. Stabilità e crescita economica, oltre che protezione sanitaria. © riproduzione riservata
A questo proposito vorrei aggiungere che quando parlo con i governi e gli altri attori, il punto su cui siamo molto allineati è che il ruolo delle Istituzioni è proteggere le proprie popolazioni, su questo bisogna investire. Questo deve rimanere centrale nella sicurezza sanitaria di ogni Stato. Trovo però importante sottolineare che proteggendo i propri cittadini si contribuisce anche alla protezione degli altri, oltre i confini. I virus non rispettano le frontiere, e d’altro canto aiutare i Paesi in una risposta rapida alle epidemie contribuisce alla loro stabilità e prosperità. Quindi non è solo una risposta sanitaria, ma anche di sviluppo. Nel caso dell’Italia, questo è ad esempio molto in linea con il Piano Mattei. Stabilità e crescita economica, oltre che protezione sanitaria. © riproduzione riservata
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