La storia di Aldo, sotto le macerie del Friuli a 4 anni, oggi ingegnere sismico
di Ilaria Solaini, inviata a Venzone (Udine)
Mattarella e Meloni a Gemona alla commemorazione dei 50 anni del terremoto

«Nemmeno il terremoto è riuscito a cacciarci da qui». L’ironia si sposa alla durezza, che è anche tenacia, resistenza, attaccamento alla vita e alla propria terra. A chi gli chiede se vuole andarsene, continua a rispondere così Aldo Di Bernardo, fabbriciere del Duomo di Venzone, uno dei 45 Comuni del Friuli Venezia Giulia tra quelli completamente distrutti dal terremoto del 6 maggio del 1976. In occasione del 50esimo anniversario del sisma oggi pomeriggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni hanno partecipato alla seduta straordinaria del Consiglio regionale che si è svolta a Gemona del Friuli e commemorato le vittime nel cimitero locale. «L’Italia conserva formidabili risorse morali di umanità e senso di unità, che sa esprimere nei momenti più difficili: un prezioso patrimonio sociale e civile - ha detto il capo dello Stato -. È accaduto in Friuli. Era già accaduto prima altrove. E questa storia generosa si è sovente riproposta».
Il buio, la polvere, la paura calarono alle 21 di quella tragica sera di 50 anni fa. Aldo aveva solo 4 anni e di quella notte racconta di avere chiaro dentro di sé non tanto il boato, bensì il ricordo della paura provata, dopo la scossa sismica. «Ero a casa, abitavamo proprio qui dietro» a ridosso del Duomo di Venzone, «mia madre e il mio fratellino erano in camera e sono stati protetti da un armadio, mentre mio padre che era appena tornato dal Consiglio comunale ricordo che era con me in salotto». Un minuto dopo, un brusio, un tremore. La terra si scuote sempre più forte fino quasi a fermare il tempo. Aldo racconta del terrore che gli è rimasto addosso: quello di essere abbandonato, dimenticato sotto le macerie. È stato quando Aldo e la sua famiglia non ci speravano quasi più, che i soccorritori li hanno trovati e tirati fuori da cumuli di rovine. E dopo cosa è successo? «Ogni famiglia si è arrangiata come poteva. Chi aveva parenti, si è fatto ospitare verso il mare, alcune persone sono finite a vivere dentro i vagoni ferroviari, dormendo nelle cuccette. Altri ancora dentro i treni con i quali anni prima venivano deportati gli ebrei nei campi di concentramento».
Nei racconti degli anziani il terremoto aveva le fattezze dell’Orcolat, una terrificante creatura della tradizione popolare, che per tutta l’estate aveva continuato a logorare le famiglie che stavano cercando di sopravvivere nelle primissime tendopoli allestite. Lo sciame sismico però non si è mai interrotto e tra l’11 e il 15 settembre altre devastanti scosse hanno decimato le speranze di chi già viveva accampato. Eppure, va detto quell’immane tragedia che ha causato la morte di 990 persone, non solo friulani ma anche soccorritori venuti da altre regioni e altri Paesi ad aiutare, ha rappresentato il momento più tragico ma anche il più alto della storia moderna del Friuli; che prima o poi, come scriveva Pasolini, si doveva accorgere «di avere una storia, un passato, una tradizione!».
Quel giorno è arrivato mostrando al resto d’Italia il lavoro di squadra incessante per una ricostruzione che fosse esemplare sia per la partecipazione dei cittadini sia per l’operato delle istituzioni. Come ci tiene a specificare Aldo Di Bernardo, che ha deciso di laurearsi in ingegneria sismica forse proprio in virtù dell'esperienza vissuta da bambino, ogni Comune ha fatto delle proprie valutazioni sulla ricostruzione: ad esempio, nel borgo medievale di Venzone, situato nel punto più stretto della Valle del Tagliamento, si è perseguito il motto «Una città è tale quando esprime la coscienza di chi la abita». E nell’estate del 1977 una petizione popolare chiedeva di ricostruire il centro storico esattamente «com’era e dov’era». Di fatto facendo opposizione a speculazioni e demolizioni e cercando di conservare quanto più possibile le pietre scomposte e i muri superstiti; in altre parole quel che restava della materia originale. Un vantaggio enorme per Venzone fu che nel 1965 un decreto ministeriale ne aveva riconosciuto l’importanza storica e aveva posto sotto il vincolo tutto il centro storico, come “unità monumentale”. Questo permise di avere una documentazione fotografica della cittadina prima del terremoto del ‘76, a cui attenersi per portare avanti un lavoro “filologico” di ricostruzione. In questo modo, osservando il Duomo di Sant’Andrea e altri edifici ricostruiti a Venzone si fa memoria di quello che è stato il terremoto e di come la coscienza cittadina lo abbia attraversato e superato.
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