Un’Italia a due velocità sulla sostenibilità: cittadini e imprese corrono, la politica no
Il report di Primavera dell’ASviS segnala la crescita del consenso di giovani, famiglie e aziende verso lo sviluppo sostenibile. Per chi ha investito in criteri Esg +65% di ricavi, ma l’Agenda Onu 2030 è a rischio per scelte politiche frammentarie

Nel clima di incertezza generale sui prezzi e i rifornimenti legati all’energia, ci si potrebbe comprensibilmente aspettare che gli italiani preferiscano mettere da parte i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030. Invece, il 90% degli studenti e delle famiglie, nonché l’85% della business community li ritiene importanti o molto importanti. Una motivazione potrebbe essere nei dati Istat, che certificano come le imprese che investono in sostenibilità migliorino produttività e competitività sulle altre. Eppure, le previsioni e le simulazioni riferite all’Italia del 2030 e del 2050 mostrano il forte rischio di “bucare” gran parte degli SDGs, con solo 11 obiettivi quantitativi sui 38 previsti dall’Agenda raggiungibili entro quattro anni, a partire dalla quota di energia da rinnovabili, ferma al 29,4% contro il 42,5% previsto, fino al rapporto occupazionale di genere, al 77,1% anziché al 90%. Sono queste le due spinte contrarie rilevate dal Rapporto di Primavera 2026 dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), che – anticipato ad Avvenire – viene presentato oggi a Milano all’apertura della decima edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile.
«Se non si inverte la rotta, le condizioni dell’Italia del 2050 non saranno molto diverse da quelle del 2026, in termini di giustizia sociale, sostenibilità ambientale e innovazione. Anzi, l’Italia così perderà la propria posizione rispetto ad altri competitor, come la Spagna», ci spiega Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS. Di fronte a una politica frammentaria che rischia di far fallire gli impegni internazionali, le evidenze raccolte mostrano come invece la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile sia già in atto da parte di cittadini, imprese e sistema finanziario in risposta concreta alle sfide del presente. In base ai dati Istat, tra le imprese manifatturiere con più di 10 addetti, per esempio, le aziende con un profilo di sostenibilità “alto” registrano un incremento del 16,7% del valore aggiunto rispetto a quelle a basso profilo. Le elaborazioni dell’Istituto Tagliacarne confermano questo “effetto Esg”. Tra il 2017 e il 2024, i ricavi delle imprese “High-Esg” sono balzati del 65% (contro il 55% delle Low-Esg), mentre l’occupazione è cresciuta del 40%. Per il 2026, il 42% delle imprese High-Esg prevede un ulteriore aumento del fatturato, una fiducia doppia rispetto ai competitor. Anche la finanza sostenibile in Italia continua a correre. Gli operatori previdenziali che effettuano investimenti sostenibili sono saliti a 95 nel 2025 (erano 79 l’anno prima), e quasi la totalità delle assicurazioni integra oggi i criteri Esg nelle proprie politiche. Il segnale più forte arriva però dai giovani: l’88% degli investitori individuali è interessato a prodotti sostenibili, con vette che sfiorano il 99% tra la Gen Z e i Millennial. La spinta generazionale, che sta trasformando la decarbonizzazione e la tutela delle risorse naturali in pilastri del sistema finanziario, e i dati del Rapporto vanno dunque contro «una certa narrazione che vorrebbe la sostenibilità “passata di moda” sacrificata sull’altare della competitività e della difesa», continua Giovannini.
A fronte di un mercato dinamico, la crisi ambientale segnala però come non si faccia ancora abbastanza. Il 2024 ha segnato il record storico degli ultimi due milioni di anni per concentrazione atmosferica di CO2. Parallelamente, il Global Water Bankruptcy avverte che il mondo è entrato in una fase di “bancarotta idrica globale”, con i sistemi naturali che hanno superato soglie di rigenerazione irreversibili, rendendo obsoleto il concetto di semplice “crisi idrica”. Nonostante la gravità di questo quadro, la comunità internazionale – spiega il Rapporto ASviS – non sembra in grado di riprendere con forza la strada della collaborazione all’interno dei sistemi consolidati di governance multilaterale. Se l’Unione Europea tenta di mantenere la rotta sul taglio delle emissioni al 90% entro il 2040, le resistenze interne rischiano di indebolire gli obiettivi attraverso le decisioni assunte su specifiche questioni.
Cosa accadrà dunque se non realizzeremo gli obiettivi ambientali e sociali? Il Rapporto ASviS, attraverso le simulazioni effettuate con il Centro Euro-Mediterraneo per i cambiamenti climatici, mostra due futuri opposti ma ancora entrambi possibili. Nello scenario tendenziale, l’Italia del 2050 resterà immobile, con una crescita del benessere minima. Se invece si adottassero politiche innovative e coordinate, l’indice di benessere complessivo salirebbe del 15%, con un balzo della performance del Paese pari al 65% per il pilastro economico. Il Rapporto, dunque, non si limita all’analisi, ma avanza con chiarezza una serie di raccomandazioni in questo senso, chiedendo che gli impegni assunti siano tradotti in azioni misurabili. «Non siamo condannati a girare in tondo schiacciati da una sensazione di dejà vu, come nel film “Il giorno della marmotta”. Un insieme ben disegnato di riforme può cambiare il futuro del Paese in tempi brevi», specifica sintetizzando il Rapporto Giovannini, che suggerisce anche alcuni punti dai quali partire, dal rafforzamento della lotta ai cambiamenti climatici alla riduzione della dipendenza dai fossili, senza dimenticare la parte di sostenibilità sociale che va dalla valorizzazione del ruolo di donne e giovani all’assunzione di un ruolo attivo nella promozione della pace: «Per esempio, la Voluntary National Review, che l’Italia presenterà all’Onu a luglio, deve essere un bagno di realtà su quanto fatto per gli obiettivi 2030, in modo da rivedere la strategia nazionale».
L’auspicio – conclude Giovannini – è che nel corso di quest’anno le forze politiche ascoltino la società civile e sviluppino proposte serie e realistiche per riforme e investimenti in grado di accelerare il cammino dell’Italia verso lo sviluppo sostenibile, «così da sottoporle, in occasione delle elezioni previste nel 2027, al giudizio delle elettrici e degli elettori».
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