Perché ai ragazzi servono adulti che non giudichino i loro errori
Per i giovani sbagliare è intrinseco al processo stesso di diventare grandi. L’alternativa diventa una pretesa quasi allucinatoria di perfezione

Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del loro mondo
Errore
[/er-ró-re/], s.m.
L’errore è uno sbaglio che si compie e che allontana dal giusto o dalle regole. Tendiamo a sbagliare e a commettere errori gravi o leggeri perché stiamo crescendo e l’errore fa parte del gioco. Le emozioni spesso ci sovrastano e creano problemi portando a compiere errori, facendoci sentire tristi e arrabbiati con noi stessi, facendoci litigare con amici e famigliari a cui vogliamo bene e talvolta facendoli allontanare da noi. Quando ne compiamo uno grave tendiamo a pensarci per giorni e alcuni errori ci restano talmente tanto in mente che a volte basta un oggetto o un gesto a farci tornare in mente uno sbaglio del passato. L’errore però è necessario per crescere e per migliorare, per capire e per conoscerci, e può anche essere positivo, perché a volte da un errore nasce la migliore esperienza della nostra vita.
Noi adulti tendiamo a essere spaventati dagli errori, dai nostri certo, ma soprattutto da quelli dei giovani che ci stanno particolarmente a cuore. Ci preoccupano, ci allarmano, talora ci scandalizzano e ci fanno scuotere la testa in un moto di disappunto. Vorremmo evitarli, prevenirli, neutralizzarli in anticipo. E quando non ci riusciamo spesso ci rifugiamo nella formula rassicurante secondo cui sbagliando si impara , pur nella consapevolezza che non ogni errore produce automaticamente crescita e che alcuni possono lasciare ferite anche molto profonde. I ragazzi nella loro definizione riescono invece a restituirne una visione molto concreta e al tempo stesso profonda. L’errore, per loro, non coincide con un semplice incidente e non si liquida facilmente con uno slogan pedagogico, ci dicono invece che è un’esperienza che lascia segni. Partono dalla definizione più immediata: «L’errore è uno sbaglio che allontana dal giusto o dalle regole». È interessante che inizino proprio da qui. Non negano l’esistenza di un limite, di una norma, di un riferimento etico rispetto al quale si può prendere un’altra strada. L’errore implica una distanza, uno scarto. Questo ci conferma quanto siano scorrette e rischiose le generalizzazioni sugli adolescenti contemporanei, descritti spesso come immersi in un relativismo assoluto dove tutto vale allo stesso modo. Sembra invece che abbiano ben presente che esiste un “giusto” da cui ci si può allontanare.
Subito dopo, però, introducono un elemento decisivo: «l’errore fa parte del gioco». È evidente qui una concezione dinamica della vita in cui sbagliare è intrinseco al processo stesso di diventare grandi. Sembrano dirci che compiere i primi passi di autonomia significa inevitabilmente esporsi alla possibilità dello sbaglio e, forse implicitamente, ci stanno suggerendo che pretendere da parte nostra una crescita senza errori è una richiesta impossibile, quasi crudele. Significativo poi il passaggio in cui sbagliare è messo in rapporto con le emozioni «che spesso ci sovrastano». Le ragazze e i ragazzi lo collegano direttamente a ciò che provano e fanno così entrare le emozioni direttamente nella costruzione degli errori. Questo aspetto è fondamentale perché può spostare il nostro sguardo adulto: molto raramente gli errori dei ragazzi nascono dal puro gusto del male o dalla volontà deliberata di distruggere; molto più spesso sono tentativi maldestri di rispondere a un bisogno, scorciatoie imboccate troppo in fretta verso qualcosa che luccica e appare irresistibile, soluzioni che poi soluzioni non si rivelano affatto. A volte, vere e proprie illusioni. Allo stesso modo possono derivare da quel particolare cortocircuito tra sentire e agire che fa saltare il passaggio attraverso il pensiero e il giudizio capace di valutare l’opportunità e le conseguenze degli atti che verrebbero da compiere, siano essi di parola o fisici.
Come adulti dovremmo aiutare i più giovani a non passare da un’attività all’altra in una bulimia di esperienze, magari evitando di riempire fino all’orlo le loro agende, e concedendo anche il tempo di fermarsi, metabolizzare l’accaduto, riflettere su che cosa hanno provato, dargli un nome e regolarsi di conseguenza. Sarebbe un grande favore offrire l’opportunità di questo tempo di riflessione, meditazione potremmo anche dire, proprio perché loro stessi si accorgono di quanto raramente un errore resti isolato, producendo spesso conseguenze nei legami. Fa litigare con gli amici e i familiari, crea distanza, genera orgoglio e permalosità, talvolta allontana proprio le persone a cui si vuole più bene. Non si tratta solo di un senso di colpa individuale, ma della modificazione del rapporto con gli altri. Eppure l’aspetto più impressionante della loro definizione riguarda la memoria. Alcuni errori restano dentro a lungo e basta un gesto, un oggetto, una situazione per riattivarli. Un errore, per loro, non si cancella semplicemente perché il tempo passa.
Altro che superficiali e incapaci di riflettere sui loro sbagli, molti giovani ripensano a lungo agli errori compiuti, li rivivono, li rimuginano interiormente. Alcuni sbagli rischiano di diventare quasi nodi permanenti del rapporto con se stessi. Ed è qui che spesso noi reagiamo male, con una posizione di scandalo. Lo scandalo prende le distanze, stigmatizza, etichetta, in fondo allontana dal rapporto. Ma di un adulto scandalizzato un ragazzo non sa che farsene, percepisce immediatamente di essere stato scaricato e abbandonato proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di essere accompagnato. E quando percepisce così potrebbe iniziare anche a opporsi, con lo scontro che alla fine sostituisce quell’incontro a lui così necessario. Per questo è importante da parte nostra mettere sempre in conto l’errore di un giovane come elemento possibile del processo di crescita. L’alternativa è una pretesa quasi allucinatoria di perfezione: aspettarsi ragazze e ragazzi sempre adeguati, sempre lucidi, sempre coerenti.
La domanda per noi davvero interessante di fronte a un loro sbaglio non è soltanto “che cosa ha fatto?”, ma “quale bisogno non espresso ha sostenuto quell’azione?”, “quale pensiero si è insinuato?”, “dove pensava di trovare soddisfazione?”. Ciò non significa affatto eliminare o abdicare al giudizio e alla correzione, i ragazzi stessi parlano dell’errore come di allontanamento dal giusto. È dirimente il modo in cui si giudica. Dire “hai sbagliato” non è la stessa cosa che dire “sei sbagliato”. La prima affermazione apre alla possibilità della correzione, la contempla intrinsecamente, la seconda inchioda la persona a una identità definitiva, la sposta a un livello ontologico. È proprio tale definitività che andrebbe evitata. Ce lo chiedono loro: che l’errore non abbia l’ultima parola sulla persona. Perché se crescere e sbagliare sono verbi che chiedono di convivere, crescere esige di poter convivere anche con ripartire.
Nella loro definizione compare infatti un altro passaggio decisivo, quello che ritiene l’errore necessario anche per capire e conoscersi. Ecco una visione che tiene conto di tutto, non ci si conosce solo evitando gli errori, ma anche giudicandoli e trasformandoli in una occasione di comprensione di sé. Ancora più forte è la loro frase finale, dal sapore quasi iperbolico: “a volte da un errore nasce la migliore esperienza della nostra vita”. Ci dicono che alcuni incontri, alcune scoperte, alcune trasformazioni profonde possono passare, a volte, proprio attraverso deviazioni, insuccessi e inciampi. Ecco così consegnarci un messaggio importante: educare non significa ostinarsi a costruire percorsi totalmente privi errori, ma aiutare i più giovani a non identificarsi con i propri sbagli, mantenendo aperta la prospettiva del futuro. Sempre, anche se qualcosa va storto. In fondo noi adulti possiamo aiutarli non perché siamo noi stessi perfetti o moralmente superiori, ma perché abbiamo attraversato più strada, errori compresi. E questa mole di esperienze non dovrebbe servire a giudicare dall’alto con occhio sprezzante, ma a sostenere ogni ragazza e ogni ragazzo nel suo muoversi nel mondo, con abbastanza fiducia da rischiare, sbagliare, correggersi e ripartire con un più di sapere. Esattamente come, in modo forse diverso e talora meno nobile di quanto raccontiamo e persino ricordiamo, è accaduto anche a noi.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta
(8 - continua) Leggi tutti gli articoli della serie «Atlante affettivo»
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





