L'IA applicata al cibo. Chi deciderà il pane di domani?
L’innovazione può rafforzare produzioni agricole e prevenzione delle emergenze, ma senza regole condivise rischia di ampliare disuguaglianze e concentrare influenza economica

Ci sono momenti in cui la storia si fa più leggibile. Il 25 maggio papa Leone ha presentato la sua prima Enciclica. Un testo atteso e prezioso per tutti: parla di dignità umana, potere tecnologico e bene comune. Noi che proviamo a lavorare sul fronte della sicurezza alimentare e della lotta alla fame, ogni giorno, ci dobbiamo chiedere: chi deciderà come produrre il cibo di domani di fronte alla rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo nel mondo?
Quello di Leone XIV è un documento capace di attraversare i confini della Chiesa per porre domande che appartengono a tutti. Domande sul potere, sulla dignità, sul futuro del lavoro. Vorrei porre l’accento sui nodi che ci interpellano a proposito di lotta alla fame. Il Papa ha spiegato fin dal primo discorso ai cardinali la ragione della scelta del nome: Leone XIII, con la Rerum novarum , aveva affrontato la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; oggi la Chiesa offre il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro. Il parallelo è preciso. Se Leone XIII entrò nella rivoluzione industriale parlando di operai, capitalismo e diritti sociali, Leone XIV entra nella rivoluzione digitale parlando di algoritmi, umanità e limiti etici della tecnologia. Il Papa riprende il filo della Dottrina sociale della Chiesa, chiedendo un codice etico condiviso sull’IA e arrivando a invocare il suo “disarmo”. Il nodo dell’Enciclica è quindi esplicito.
Il Papa avverte che «non si può lasciare che pochi attori orientino da soli i processi» e che gli Stati e le istituzioni sovranazionali sono chiamati a garantire regole giuste e tutele efficaci perché tutti possano contribuire alle scelte che incidono sulla vita delle persone. Altrimenti il cambiamento sarà governato da forze tecnocratiche tendenti a presentare come processo inevitabile il loro dominio, «finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo». È una frase che suona come un campanello d’allarme. E se la si applica al settore agroalimentare, il campanello diventa ancora più forte.
L’Intelligenza artificiale applicata al cibo ha già smesso di essere fantascienza. I benefici potenziali sono elevati e in alcuni casi già operativi. Un modello di Intelligenza artificiale sviluppato dal Joint Research Centre è in grado di prevedere crisi alimentari basandosi sui dati climatici, prima che diventino emergenze, offrendo uno strumento prezioso per salvare vite in aree vulnerabili come il Sahel, dove la variabilità climatica ha un impatto diretto sia sulla produzione agricola che sulla sicurezza alimentare delle popolazioni più vulnerabili.
Sul piano produttivo, l’integrazione di Intelligenza artificiale e sensori sta trasformando l’intera filiera agroalimentare, ottimizzando irrigazione e fertilizzazione in base alle reali esigenze del suolo. Migliaia di dati riguardanti la mappatura dei terreni, combinati con quelli delle previsioni meteorologiche e dello storico dei raccolti precedenti, vengono analizzati dall’IA e forniscono informazioni preziose per un’agricoltura adatta alle diverse condizioni ambientali e strutturali.
Entro il 2050, nutrire quasi dieci miliardi di persone richiederà trasformazioni radicali per garantire cibo nutriente e sostenibile per tutti: il sistema alimentare attuale è inefficiente e insostenibile, e i tentativi di trasformarlo sono troppo lenti per generare innovazione alla scala necessaria. In questo scenario, l’IA non è un lusso tecnocratico: può essere uno strumento di sopravvivenza collettiva.
Eppure, il quadro ha crepe profonde. La prima e più strutturale riguarda l’accesso. Oltre tre miliardi di persone nel mondo non hanno accesso a Internet, e la maggior parte vive in zone rurali e remote – esattamente dove si produce la quota più significativa del cibo dei Paesi più poveri. Se l’IA agricola rimane appannaggio esclusivo delle grandi aziende, non riduce il divario alimentare globale: può allargarlo. C’è poi il rischio del controllo della filiera. I soggetti già egemoni possono ulteriormente squilibrare a proprio favore i rapporti di forza con i piccoli produttori, per esempio applicando prezzi che non consentono agli agricoltori di avere margini di guadagno adeguati. Il condizionamento può verificarsi sui prezzi delle materie prime nei mercati internazionali così come lungo tutta la filiera, spingendo sempre di più il cibo a diventare una commodity e non un bene comune di valore.
C’è infine una questione di sovranità: chi possiede i dati sui suoli, sui climi, sui mercati, chi gestisce i modelli predittivi delle rese, detiene un potere enorme su cosa viene coltivato, dove e a quale prezzo. Piccoli agricoltori indipendenti cominciano a rivendicare una «sovranità digitale», il principio per cui gli agricoltori dovrebbero avere il pieno controllo sui propri dati, strumenti e tecnologie. È una risposta di resistenza, ma anche un segnale di quanto la governance dei dati agricoli sia già diventata una questione politica di primo piano. L’Enciclica indica criteri precisi: «Dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace», da tradurre in prassi attraverso progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace. Applicati al cibo, questi criteri diventano domande concrete: un sistema IA che ottimizza le rese di un’azienda agricola californiana ma non è accessibile a un contadino del Mali serve davvero la sicurezza alimentare globale, o serve solo il mercato? Un algoritmo che decide quali colture finanziare, in base a logiche di rendimento e non di nutrizione, sta custodendo la «magnifica umanità» di cui parla Leone XIV, o la sta riducendo a variabile di ottimizzazione?
Il Pontefice chiede di liberare l’IA «da logiche che la trasformano in strumento di dominio, esclusione o morte» e invoca il disarmo delle tecnologie perché si pongano al servizio del bene comune. Il campo – quello vero, di terra e sementi – è forse il banco di prova più concreto di questo principio. Perché è lì, tra i dati satellitari e i solchi del terreno, che si deciderà se l’Intelligenza artificiale sarà uno strumento di giustizia alimentare o un nuovo modo per concentrare potere nelle mani di chi ne ha già troppo.
Vicedirettore generale Fao
Vicedirettore generale Fao
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