Lucio Dalla, la caduta degli dei del pallone
Si intitola "Sul gioco del calcio" la plaquette pubblicata da Henry Beyle Edizioni in cui il grande cantautore bolognese stupisce con un racconto epico da autentico poeta, anche del gol

Il piccolo, grande Lucio Dalla, è stato anche il più "olimpico" dei nostri cantautori e uno dei suoi sogni sarebbe stato quello di giocare a basket, magari nell’amata Virtus Bologna, anche perché era convinto di essere "il più grande playmaker di sempre, peccato che mi freghi l’altezza". A cantare lo sport aveva iniziato con il poeta Roberto Roversi con l’album Automobili raccontando a modo suo le Mille Miglia e il pilota leggendario Tazio Nuvolari. Il motore del 2000 è il segno di una passione per la velocità, quella per le quattro ruote che lo ha portato a celebrare la memoria di Ayrton Senna e poi con Due dita sotto il cielo le gesta di Valentino Rossi che all’Università di Urbino il giorno della cerimonia della laurea honoris causa in comunicazione Dalla aveva definito il "Michelangelo del motociclismo". Sono in fuga è stata la sigla del Giro d’Italia 2003, ma il calcio e il Bologna hanno rappresentato la "passione", condivisa, allo stadio Dall’Ara, con gli amici e colleghi Andrea Mingardi, Luca Carboni e Gianni Morandi, con i quali incise lo storico inno del club felsineo, Le tue ali Bologna. L’ultimo idolo della sua fedeltà ai rossoblù è stato il "Divin Codino", eternato in Baggio Baggio. Brano inserito nell’album Luna matana del 2001, pubblicato un anno prima del testo "La discendenza del Diego", inserito dal fotografo Marco Anelli nel suo volume fotografico Il calcio (Federico Motta Editore). Quel testo ora viene ripubblicato con il titolo Sul gioco del calcio. Una plaquette ideata dal vulcanico Vincenzo Campo per le sue raffinate Edizioni Henry Beyle (pagine 23, euro 35,00).
"C’era un tempo in cui gli dèi, quando gli dèi contavano, inventarono la palla, la chiamarono sfera e cominciarono a giocare con lei". Comincia così Sul gioco del calcio, il breve scritto appassionato di quel grande fantasista di Lucio Dalla. Con Pier Paolo Pasolini, Dalla non aveva in comune soltanto la squadra del cuore, il Bologna, ma anche quella visione del gioco del pallone come rito collettivo. Il calcio come sacralità laica anche praticata, condividendo in pieno la massima pasoliniana: "Il capocannoniere è il miglior poeta dell’anno". Perciò, quando si parla di storia del calcio, l’aedo Lucio sa che si deve partire dalla poesia, anzi dall’epica. "Per la verità fu Plutone che per primo intuì le qualità magiche del rimbalzo, dato che passava giornate… Mesi. Da solo, non perché fosse depresso di carattere, ma per via di quell’odore acre di vernice e di zolfo che usciva costantemente dal suo corpo e che lo teneva lontano dagli altri dèi, soprattutto da quelli che tra loro erano femmina". Queste le origini del gioco secondo l’omerico autore di 4/3 1943 e anche di Telefonami tra vent’anni, più o meno il tempo che è intercorso tra la "telefonata" della solitudine dell’ala destra Plutone al suo primo Avversario: "Il suo contrario era il dio dell’intrigo "il tondo" così alzò il telefono e chiamò Apollo con il quale cominciarono partite che anche oggi sono ancora lì da finire. Match tra la vita e la morte, tra il bello e il brutto, il buono e il cattivo con gradinate di stadi pieni". Ad assistere alle loro sfide era ammesso un semidio, Ercole. E siccome nessuno degli dèi voleva stare in porta, allora per l’aedo Lucio il carneade celestiale è stato il primo portiere della storia del calcio. "E fu proprio Ercole la causa di tutto: fu a lui che sfuggì un potentissimo tiro di Mercurio che, sfondando la rete, superò l’ultimo anello dei cieli, quello della memoria, bucò la cartapesta del tempo e prendendosi lei stessa la palla, una forma gommosa e coriandolata, precipitò nella terra della Miseria e dell’Imperfezione". Sui campi "spelati" delle periferie metropolitane germogliarono i migliori talenti e il più grande di tutti fu "quel ragazzino magro, dalla fame meticcia, che per incanto cominciò a far ballare e saltare la palla come ballava e saltava un pensiero sublime o il più piccolo cuore. Da lui non si staccò più". Era l’Eupalla Maradona, la semidivinità cinicamente ammirata dallo scriba Gianni Brera, mentre per Dalla trattasi di un’epifania irripetibile. "El Niño de Oro" che a nove anni "dimensionò la sfera in modo così umano e giusto, che, prigioniera dei suoi piedi, riusciva, come del resto la sua vita, a rotolare tra la polvere anche se quadrata". Dalla con due pennellate, come fossero due note di Piazza Grande traccia il solco del mito de "El D10S del fùtbol", la cui leggenda ha fatto il giro del mondo, ancor prima che diventasse tale. Potere della fantasia di quel bambino capace di incarnare gli sguardi puri e sinceri "negli occhi dei bimbi di tutti i sud del mondo". La sua "primitiva perfezione" "rimbalzò perfino tra le pallottole e i traccianti che fischiavano nei campi di Chatila in Palestina… o in qualche piazza disonorata dalla morte di chissà quale villaggio dell’Afghanistan". Palla avvelenata dalle guerre sempre accese e che il visionario Lucio inseriva in un testo dedicato al calcio. Così come l’epica lascia il posto alla storia rinascimentale: "Quella palla il primo villaggio che scelse e in cui si trovò bene fu a Firenze dove cadde proprio in mezzo alla Piazza della Signoria verso mezzogiorno, tra le facce stupite della gente, il Perseo di Benvenuto Cellini e il Nettuno dell’Ammannati". Dopo secoli si è arrivati alla codificazione delle regole, ma quando tutto venne posto sotto la dittatura del football showbiz, allora Dalla denuncia, da tifoso e cantore di lungo corso, che "degli dèi non si seppe più niente, se ne persero definitivamente le tracce". Ciò che restava di quelle tracce divine era il Fuoriclasse, "la discendenza del Diego: l’essere per il quale il limite non c’era, l’impossibile veniva regolarmente dribblato e la regola non contava". La Santa Povertà del Diego è la gioia e il dolore condiviso da tutta quell’umanità devota al dio del calcio. Un mito dissolto, un’utopia che per qualcuno rivive nell’Attimo del gol. Quello che per il poeta calciatore Ezio Vendrame, che l’aedo Lucio avrà incrociato in qualche stadio del farabutto esistere, è invece l’attimo letale: "Il gol è la morte di tutto". Pensiero magari non stupendo ma che si avvicina a quello di Dalla che crede solo in Plutone il quale "cerca, povero vecchio dio quasi cieco, di farsi vivere l’Attimo, il momento magico della Vita che, come un’ape attorno a un fiore, ronza da sempre attorno al Gioco della Sfera". Perciò, prima del triplice fischio, l’aedo Lucio rivolse lo sguardo a quella sfera magica che, come la musica, gli aveva permesso di sognare tutta la vita, solo per dire: "Grazie Plutone!".
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