Nati all'estero, conservatori: l'identikit dei nuovi preti racconta dove sta andando la Chiesa degli Stati Uniti

Saranno 428 le ordinazioni in tutti gli States nel 2026: più di un terzo dei nuovi preti è nato all’estero. Centrale il ruolo delle famiglie nella maturazione delle vocazioni
May 5, 2026
Charlotte diocese
I prossimi dieci nuovi preti (saranno ordinati il 30 maggio) della diocesi di Charlotte, in North Carolina
Per capire dove sta andando la Chiesa negli Stati Uniti – quarta Chiesa nazionale per numero di fedeli, circa 72 milioni, dopo Brasile, Messico e Filippine, e dal peso specifico rilevantissimo, non solo per motivi geopolitici – è decisivo osservare l’evoluzione del suo clero. Uno sguardo d’insieme lo offrono due documenti recenti. Il primo è il sondaggio condotto tra febbraio e marzo dal Center for Applied Research in the Apostolate (Cara) della Georgetown University, in collaborazione con la Conferenza episcopale statunitense, a cui sono stati invitati a partecipare tutti i 428 candidati all’ordinazione sacerdotale del 2026, diocesani e religiosi. Hanno risposto in 338, pari al 78% del totale. Dal punto di vista demografico, il 62% degli ordinandi si identifica come caucasico; seguono gli ispanici (17%) e gli asiatici (11%), mentre africani e afroamericani rappresentano solo il 5%. Più di un terzo (35%) è nato all’estero: le provenienze più frequenti sono da Vietnam (5%), Messico (3%) e Colombia (2%). In media, questi candidati si sono trasferiti negli Stati Uniti circa 14 anni prima dell’ordinazione, intorno ai 22 anni di età.
Per quanto riguarda il percorso formativo, il 65% ha frequentato scuole cattoliche, mentre il 63% ha seguito la catechesi parrocchiale per una media di sei anni. Una quota non trascurabile (11%) ha ricevuto un’istruzione scolastica familiare (homeschooling) per periodi prolungati. Il 61% ha conseguito una laurea o un titolo post-laurea prima dell’ingresso in seminario, in ambiti che vanno dalla filosofia, all’ingegneria, all’economia e alle scienze. Il 64% prima di entrare in seminario ha svolto un lavoro a tempo pieno e il 4% ha servito nelle forze armate. Un ruolo decisivo nella genesi della vocazione è svolto dal contesto familiare. La quasi totalità degli ordinandi (93%) è stata battezzata nei primi mesi di vita e l’86% è cresciuto in famiglie in cui entrambi i genitori si riconoscevano come cattolici. Famiglie stabili: il 97% è stato educato dai propri genitori biologici. Inoltre, oltre un quarto (28%) segnala la presenza di un sacerdote o di un religioso/a tra i parenti, a indicare famiglie dove la fede e la Chiesa erano “di casa”.
La vocazione, tuttavia, matura all’interno di una rete di relazioni che va al di là della famiglia stessa. Il 92% degli ordinandi riferisce di aver ricevuto incoraggiamenti a prendere in considerazione il sacerdozio, soprattutto da parte del parroco (70%), ma anche da amici (49%), dalla madre (46%) e da altri membri della comunità parrocchiale (44%). Sul piano spirituale, emerge una pratica religiosa già consolidata prima dell’ingresso in seminario: l’81% partecipava regolarmente all’adorazione eucaristica e il 79% recitava il rosario; poco più della metà faceva parte parte di gruppi di preghiera o di studio biblico (52%). Si conferma fecondo, come da tradizione, il servizio liturgico all’altare: dei nuovi preti, il 79% ha fatto il chierichetto prima di iniziare il cammino verso il sacerdozio. Il numero delle ordinazioni del 2026 è sostanzialmente in linea con l’andamento recente, che oscilla tra le 430 e le 460 all’anno, indicando una certa stabilizzazione anche se si tratta della metà delle ordinazioni che si registravano all’inizio degli anni ’80.
Il secondo documento che parla dell’evoluzione del clero Usa è lo studio pubblicato lo scorso ottobre dalla Catholic University of America (Morale, Leadership, and Pastoral Priorities: Highlights from the 2025 National Study of Catholic Priests), che ha aggiornato una precedente indagine del 2022. L’aggiornamento, condotto tra maggio e giugno dello scorso anno, ha coinvolto 1.164 sacerdoti di ogni fascia generazionale. Particolarmente interessante è la fotografia di quelle che secondo gli intervistati dovrebbero essere priorità per la Chiesa negli Usa, un elenco di 15 voci. All’ultimo posto troviamo «Messa in rito antico» (26%) e al penultimo «Comunità Lgbtq» (48%), ossia due dei temi che più accendono il dibattito o lo scontro nell’informazione ecclesiale. Le prime tre voci, a pari merito, che raccolgono un 94% di “sì” da preti di ogni età, sono invece: «Pastorale giovanile e dei giovani adulti», «Formazione familiare / preparazione al matrimonio», «Evangelizzazione». Subito dopo, sempre a pari merito (88% e 87%), a significare un bilanciamento di sensibilità, «Povertà / senzatetto / insicurezza alimentare» e « Temi pro-life (inizio e fine della vita)».
L’indagine individua poi alcuni tratti specifici dei nuovi preti. Si legge nelle conclusioni: «Se da un lato il livello di benessere personale dei sacerdoti negli Stati Uniti rimane generalmente elevato, dall’altro la fiducia nei confronti dei vescovi o dei superiori maggiori resta bassa, pur mostrando segnali di miglioramento. I sacerdoti più giovani riferiscono più frequentemente situazioni di burnout e solitudine rispetto alle generazioni precedenti e, in misura maggiore, hanno la percezione di essere gravati da compiti eccessivi. Con il progressivo ritiro dei sacerdoti più anziani, è prevedibile che proprio su di loro ricadano responsabilità ancora più ampie nei prossimi anni. Non è difficile immaginare, quindi, un ulteriore aumento del rischio di esaurimento, man mano che diminuisce il numero di presbiteri attivi».
Nel complesso, i sacerdoti statunitensi «condividono una visione pastorale ampia e orientata alla missione, ma emerge uno scarto tra le aspirazioni e la loro concreta realizzazione. Ad esempio, pur ritenendo prioritario il lavoro con giovani e giovani adulti, solo il 71% di coloro che operano in parrocchia dispone effettivamente di attività dedicate a questi ambiti. Un elemento centrale del pontificato di papa Francesco, la sinodalità, incontra negli Stati Uniti un’accoglienza tiepida sul piano teorico, ma appare più radicata nella prassi. Pur senza grande entusiasmo per il processo sinodale globale 2021-2024, molti sacerdoti dichiarano un coinvolgimento significativo dei laici nelle decisioni parrocchiali e in altri aspetti della vita ecclesiale riconducibili alla sinodalità».Dal punto di vista culturale e politico, i sacerdoti americani «tendono a combinare orientamenti “conservatori” con un approccio pastorale ampio e inclusivo. I più giovani si definiscono più spesso conservatori o molto conservatori, anche se le loro posizioni nei confronti dell’attuale amministrazione [Trump ndr] risultano più articolate di quanto si potrebbe pensare. Infine, emerge un forte desiderio di crescita spirituale: il 61% dei sacerdoti vorrebbe una maggiore formazione in questo ambito e il 55% chiede più occasioni come incontri o ritiri. I sacerdoti statunitensi sono consapevoli di non poter restare fermi nel proprio cammino di fede. È un richiamo valido per tutti i cattolici: anche i loro pastori sono in cammino e continuano ad aver bisogno della preghiera, del sostegno e dell’amicizia dei fedeli».

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