Chi ha paura del lupo? In Trentino il progetto per imparare a conviverci (c'entra l'ascolto)
di Luca Serenthà
Dopo un'ondata di attacchi, è stato lanciato un progetto pilota: corsi per allevatori e reti elettrificate. Chi partecipa potrà raccontare il proprio vissuto per trovare insieme soluzioni

«W il lupo!». «Abbasso il lupo!». Troppo spesso sono questi i termini del confronto attorno alla presenza del grande carnivoro sulle nostre montagne. I lupi però non sono una squadra per la quale dividersi in tifoserie, ma animali selvatici con cui condividiamo gli stessi ecosistemi: per questo è necessario trovare il modo migliore di far convivere lupi e attività umane. Non sono certo auspicabili né l’eliminazione del lupo con grave danno alla salute dell’ecosistema dal quale noi stessi dipendiamo, né l’abbandono della pastorizia e dell’allevamento estensivi, che sopravvivono già tra mille difficoltà al di là del lupo, con danno all’economia dei territori montani. Quale via percorrere allora? In Valsugana (TN), l’anno scorso, si è verificato un notevole aumento delle predazioni di animali d’allevamento da parte di lupi, ponendo i presupposti per un’esplosione del conflitto oppure per la sperimentazione di una via verso una coesistenza sostenibile. Quest’ultima è la strada che vorrebbe tracciare l’innovativo progetto “Uomini & Lupi 2030” promosso dalla Rete di Riserve del fiume Brenta in collaborazione con l’associazione (APS) “Io non ho paura del lupo”.
Il progetto è rivolto ad allevatori professionisti o hobbisti, ma anche a chiunque, frequentando gli ambienti in cui vive il lupo, per escursionismo o altre attività, voglia conoscere meglio questo animale con tutto ciò che ci ruota attorno, anche dal punto di vista legislativo: la conoscenza è indispensabile per la convivenza. Nei diversi momenti formativi previsti verranno trattati in maniera dettagliata anche gli strumenti di prevenzione anti-predazione senza i quali è impossibile una coesistenza sostenibile. L’utilizzo combinato di reti elettrificate e cani da guardiania riesce ad essere molto efficace e giustamente molte regioni erogano contributi per l’acquisto di queste dotazioni che però richiedono nuove competenze per essere correttamente utilizzate. I cani da guardiania, che nella maggior parte dei casi in Italia sono i cani da pastore abruzzese maremmano, non basta portarli in alpeggio, ma è indispensabile sapere come educarli e come gestirli. È per questo che la Provincia di Trento già da qualche tempo subordina l’accesso ai contributi per l’acquisto, alla frequentazione di un corso per imparare a collaborare in maniera efficace con questi formidabili protettori degli animali al pascolo. Altro strumento importante che le regioni solitamente mettono in atto sono i risarcimenti per le predazioni. Sarebbe corretto, come del resto chiede l’Europa, che i risarcimenti venissero riconosciuti solo a chi, sostenendo maggiori spese e carichi di lavoro, ha messo in opera tutte le strategie di prevenzione, ma in ogni caso è fondamentale che il risarcimento non sia l’unico sostegno messo in campo, perché da solo non va nella direzione di mitigare il conflitto.
Ogni intervento dovrebbe sempre considerare la complessità per smarcarsi dagli schieramenti pro-contro il lupo. «Noi crediamo che la questione sia decisamente più complessa e socialmente articolata – spiega Francesco Romito, vicepresidente di “Io non ho paura del lupo” – per cui è necessario fare parlare le persone con i diversi punti di vista: non si tratta soltanto di parlare di lupo, ma anche di comprendere le difficoltà dell'economia montana e della gestione sociale». Ecco l’aspetto caratterizzante del progetto: l’ascolto. Chi partecipa potrà raccontare il proprio vissuto allo scopo di arrivare a trovare insieme soluzioni e strategie. Sarà un’occasione formativa anche per i tecnici e gli esperti, i quali potranno apprendere dalle peculiarità del territorio. Inoltre, non ci si fermerà alla teoria: i mezzi di prevenzione individuati verranno applicati, grazie alla collaborazione del Corpo Forestale Trentino che ne è responsabile sul territorio, ad alcune realtà che saranno monitorate durante l’estate per poi fare un bilancio finale con la produzione di un documento. L’ambizione è che questo progetto pilota possa essere replicabile con altre comunità andando sempre più ad erodere tutte quelle polarizzazioni che non portano da nessuna parte: quelli che “il lupo è buono” e quelli che “il lupo è cattivo”, quelli che “la montagna è attività ricreativa” e quelli che “la montagna è lavoro”, quelli che “sanno” e quelli che “fanno”. Progetti come questo ci ricordano che riconoscere e conservare la preziosità della presenza sia del lupo sia dell’attività umana in montagna non è semplicemente possibile, ma necessario.
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