Social network e minori, la legge italiana s'è arenata

Il testo bipartisan FdI-Pd per la tutela dei giovanissimi nel digitale è al palo. Il Governo lavora a un suo ddl, ma restano da sciogliere i nodi della verifica dell'età
May 4, 2026
Giovani con lo smartphone in mano
Giovani con lo smartphone in mano
L’Italia avrebbe una legge pronta per impedire l’utilizzo dei social media ai minori di 15 anni. Ma da mesi giace dimenticata in commissione al Senato, mentre il Governo è intenzionato a scriverne una nuova e a ricominciare così tutto l’iter da capo. Il ddl bipartisan con le «disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale» (n. 1136) è stato presentato il 13 maggio 2024 con due testi gemelli, uno al Senato a firma di Lavinia Mennuni (Fdi), e l’altro alla Camera da Marianna Madia (all’epoca dem, da ieri deputata indipendente dentro Iv). Al momento dell’attivazione di un account, il testo costringerebbe le piattaforme a verificare l’età degli utenti mediante un «mini-portafoglio» elettronico nazionale.
Nel nostro Paese, attualmente, secondo il Codice della privacy, i minori di 14 anni possono usare i social soltanto con il consenso esplicito dei genitori, ma non esistono strumenti che verifichino questo requisito. Finora l’Europa - così come il resto del mondo - ha sempre delegato ai colossi della Silicon Valley la definizione dei perimetri di sicurezza per i cittadini più giovani. In questo far west di autoregolamentazioni, i controlli sono quasi inesistenti. Il ddl Mennuni - Madia ha già ottenuto il cartellino verde di Bruxelles: il testo è stato infatti in parte riscritto per accogliere le rilevazioni della Commissione Ue, in particolare sulla necessità di armonizzare le tecniche utilizzate in tutti i Paesi europei per stabilire l’età della persona online. Dopo il via libero europeo, il testo ha però subito una misteriosa battuta d’arresto.
«A ottobre scorso eravamo a un passo dall’approvazione - racconta Madia -. Avevamo già l’ok dei partiti di maggioranza e di quasi tutta l’opposizione (escluso il M5s che ha voluto presentare un testo proprio, ndr), e in un mese, tra Camera e Senato, la legge sarebbe passata». Ma il Governo aveva altri piani. «È uscita un’agenzia dell’Agi secondo cui la premier Meloni aveva detto ai ministri in Cdm di bloccare la proposta. Questa agenzia non è mai stata né smentita né confermata. Fatto sta che da lì il ddl si è arenato».
I primi di aprile, durante una riunione organizzata a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla cybersicurezza, Alfredo Mantovano, è stata invece redatta una nuova bozza di disegno di legge alla presenza dei ministri Giuseppe Valditara (Istruzione), Eugenia Roccella (Famiglia), Andrea Abodi (Sport e giovani) e Tommaso Foti (Affari europei). Secondo le prime anticipazioni, questo testo indicherebbe la volontà politica dell’esecutivo di agire il prima possibile e di studiare modalità di verifica dell’età «non invasive».
A tutte le proposte sul tema si lega infatti un dilemma tecnico-giuridico: se per verificare l’età dell’utente si costringe il minore a caricare il proprio documento d’identità o a sottoporsi a scansioni biometriche del volto (come prevede, ad esempio, la nuova legislazione australiana), si rischia di danneggiare il diritto alla privacy e all’anonimato dei cittadini, a maggior ragione se è previsto il coinvolgimento di società private. Mentre il ddl Mennuni - Madia punta sul «mini-portafoglio» - in attesa che venga messa a punto un’app europea per la verifica dell’età - la bozza dell’esecutivo prevederebbe l’introduzione di sistemi di controllo parentale obbligatori direttamente sui dispositivi in uso ai minori.
«Il Governo ha reputato che fosse una tematica di grandissimo rilievo e che quindi fosse bene attenzionarla, oltre che a livello parlamentare, come già si sta facendo, anche con un’azione concertata da tutti i ministeri competenti; è così che è nato questo gruppo di lavoro», spiega Mennuni. «Ancora non sappiamo che tipo di provvedimento sceglieranno di proporre, potrebbe essere un decreto, più rapido, che comprenda i contenuti del nostro ddl o potrebbe semplicemente implementare le aree di tutela dei minori, questo ancora è in via di definizione».
Secondo la deputata Madia, però, una misura simile non riuscirebbe a vedere la luce entro la fine della legislatura: «Il problema è che, anche qualora intervenisse il Governo, dovrebbero ridecorrere tutti i tempi di confronto con Bruxelles. E poi è un po’ strano che azzerino un lavoro bipartisan, tra l’altro fatto insieme al Mimit. Siamo stati tra i primi in Europa a fare una proposta del genere, ora noi siamo bloccati e gli altri vanno avanti».
Tra Camera e Senato, sono numerosi i disegni di legge sul tema presentati da svariati partiti e coalizioni, e tutti fermi. Tre solo nel mese scorso: uno del Pd, a firma di Antonio Nicita e Lorenzo Basso, che allarga lo sguardo al funzionamento degli algoritmi; un’altro di Mara Carfagna (Noi moderati), che si incentra sempre sull’accesso ai social; e il terzo di Azione, che invece si concentra sull’utilizzo dell’Intelligenza artificiale da parte del minori.
Quest’ultimo rappresenta una novità rispetto agli altri: «Mentre la politica ancora si interroga se regolamentare o meno l’accesso ai social per i minori, i più piccoli già si trovano altrove, cioè passano buona parte del loro tempo interagendo con i chatbot, che spesso utilizzano come supporto psicologico e relazionale», spiega la deputata Giulia Pastorella, depositaria della proposta alla Camera. «Noi chiediamo di limitare la memorizzazione dei dati da parte dei software di IA per i minori di 18 anni, per impedire che si crei un rapporto emotivo con i chatbot». È già accaduto che un utilizzo simile dell’IA portasse infatti a casi di autolesionismo e istigazione al suicidio.
Questa spinta a pensare norme più stringenti arriva direttamente dall’Ue, che da mesi esprime forti preoccupazioni per la salute fisica e mentale dei minori online e chiede agli Stati membri di ampliare le tutele. La Francia, ad esempio, punta a emanare il divieto di utilizzo dei social sotto i 15 anni entro il prossimo settembre. In Spagna, invece, il governo di Pedro Sánchez vorrebbe impostare il limite d’età a 16 anni e, in caso di violazioni, prevedere la responsabilità penale personale per i Ceo delle piattaforme.
Solo pochi giorni fa, la Commissione Ue ha accertato in via preliminare che Instagram e Facebook (proprietà di Meta) hanno violato la legge europea sui servizi digitali (Dsa), per non aver identificato e mitigato i rischi legati all’accesso ai servizi da parte dei minori di età inferiore ai 13 anni. Questa accusa arriva in mesi difficili per il colosso americano: lo scorso marzo, con una sentenza che ha fatto la storia, Meta e Alphabet (proprietaria di YouTube) sono state condannate dalla Corte suprema di Los Angeles perché ritenute responsabili di aver deliberatamente progettato piattaforme che creano dipendenza. Del resto, gli ultimi rilevamenti sulla salute psico-fisica dei più giovani non sono di conforto nemmeno nel nostro Paese: secondo uno studio condotto dall’associazione “Social warning - Movimento etico digitale”, il 77% degli adolescenti italiani dichiara di sentirsi dipendente dai dispositivi. Dato che rivela l’esistenza di una vera e propria emergenza sanitaria nazionale.

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