Vaticano-Usa, impegno comune per pace, dignità e buone relazioni. Ecco cosa si sono detti il Papa e Rubio
di Giacomo Gambassi, Roma
Il segretario di Stato Usa oggi è rimasto con papa Leone XIV in Vaticano per 45 minuti. Poi l'incontro in Segreteria di Stato: al centro i conflitti globali, la cooperazione e la libertà religiosa.

Gli accenti sono diversi; l’intento identico: almeno all’apparenza. Colloqui «sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace», li definisce la Sala Stampa vaticana. Interlocuzioni «per sottolineare il nostro impegno condiviso nel promuovere la pace e la dignità umana», scrive sui social il segretario di Stato americano, Marco Rubio. La Santa Sede e l’amministrazione Trump ricorrono entrambi alla parola “pace” per raccontare la mattina vaticana del capo della diplomazia Usa. Una visita di oltre due ore e mezza nel Palazzo Apostolico cominciata con l’udienza di Leone XIV durata circa quarantacinque minuti e proseguita con il dialogo in segreteria di Stato assieme al cardinale Pietro Parolin e all’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati. Visita arrivata dopo la girandola di attacchi di Donald Trump al Pontefice. Visita non riparatoria, aveva detto alla vigilia lo stesso segretario di Stato americano, per rigettare la narrativa di una missione volta a ricucire i rapporti fra il Papa e la Casa Bianca: «Il viaggio non è legato a nulla se non al fatto che per noi sarebbe normale interagire con loro», ossia con i vertici vaticani. Eppure Oltretevere viene mandato un «cattolico praticante», come lo stesso Rubio si descrive, che un anno fa era apparso su Fox News con il segno delle ceneri sulla fronte all’inizio della Quaresima e che aveva già incontrato il Papa il 19 maggio 2025, il giorno successivo alla Messa di inizio pontificato, insieme con il vice-presidente Usa, J.D. Vance, anche lui cattolico. Ma che la distanza si fosse ampliata dopo le esternazioni del tycoon, appare chiaro anche da una frase che la Sala Stampa vaticana inserisce nel resoconto odierno quando fa sapere che «è stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America».
Relazioni che guardano alla pace, è il messaggio che giunge da entrambe le parti. Pace che Leone XIV ha messo al centro del pontificato, fin da quando esattamente l’8 maggio di un anno fa aveva invocato una pace «disarmata e disarmante» affacciandosi dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro. Non è un caso che il Papa regali a Rubio una penna in legno d’olivo dicendo: «L’olivo è ovviamente la pianta della pace». Pace che, invece, nell’accezione di Trump, contempla armi, conquiste, sovvertimenti statuali, quindi ben lontana dalla visione del Papa. Ma, come ha detto il Pontefice nel volo di rientro dall’Africa, la Santa Sede compie il «grande sforzo» di «mantenere relazioni diplomatiche con i Paesi del mondo intero» che permette di «avere l’opportunità di parlare» anche con governanti controversi e lo fa «senza proclami, senza criticare, giudicare o condannare». Vale anche con l’amministrazione Trump.
«Colloqui cordiali», è la sintesi vaticana. Cordialità testimoniata dal Papa che accoglie Rubio con un incisivo «Benvenuto» e una stretta di mano. Cordialità ricambiata dal segretario di Stato anche nello scambio dei doni quando regala al Pontefice un fermacarte di cristallo a forma di palla da football accennando alla nota passione di Leone XIV per i Chicago White Sox: «Lei è un appassionato di baseball, ma questo porta il sigillo del Dipartimento di Stato». Anche le foto dell’incontro mostrano un’atmosfera senza freddezza. Ciò che conta, tuttavia, è «lo scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie», spiega la Sala Stampa vaticana. E il Dipartimento di Stato fa sapere che nell’udienza papale si è discusso «della situazione in Medio Oriente e di questioni di interesse comune nell’emisfero occidentale». Il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigott, va oltre ed evidenzia «gli sforzi volti a raggiungere una pace duratura in Medio Oriente». Nessuno fa riferimento esplicito all’Iran, agli attacchi nel Golfo, a Israele e Gaza, al Libano, ma anche al rischio escalation in America Latina dopo il blitz americano in Venezuela e i ventilati “sogni” trumpiani di un’operazione analoga a Cuba. Però Pigott parla di dialogo sulla «cooperazione reciproca» e di esame delle «iniziative umanitarie in corso nell’emisfero occidentale» ma anche di «partnership duratura tra Stati Uniti e Santa Sede nella promozione della libertà religiosa». Poi «il benvenuto» da parte di Rubio all’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, «recentemente arrivato negli Stati Uniti in qualità di nuovo nunzio apostolico» per volere di Leone XIV.
È interesse dell’amministrazione Usa favorire la “distensione” con il primo Papa statunitense della storia, con la Santa Sede e con l’intera comunità cattolica. Anche perché, stando ai sondaggi oltre Oceano, il 60% degli americani apprezza Leone XIV, mentre appena il 36% approva l’operato di Trump. D’altro canto, il “metodo vaticano” è quello del dialogo con tutti. Tanto più con la superpotenza statunitense. Colloqui con Rubio ieri. Colloqui con Vance in passato. Ma non risultano colloqui ufficiali fra Leone XIV e il presidente statunitense. Segno di un’innegabile difficoltà a trovare nel tycoon un interlocutore affidabile - ancora di più dopo le violente e false esternazioni contro il Papa (accusato, ad esempio, di sostenere la corsa atomica di Teheran) - mentre i canali restano aperti con il suo entourage. Seppur tra molte difficoltà. Come la giornata di ieri conferma.
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