Baturi: «Costruire pace e unità. Dal Papa una missione per la Chiesa in Italia»

Il segretario generale della Cei rilegge il primo anno di pontificato di Leone XIV. «Colpito dalla tenacia con cui chiama ogni volta a tornare alle fondamenta della fede, la centralità del Risorto»
May 7, 2026
Baturi: «Costruire pace e unità. Dal Papa una missione per la Chiesa in Italia»
Assisi, 20 novembre 2025: Leone XIV incontra in Santa Maria degli Angeli i vescovi italiani/ VATICAN MEDIA
C’è un’agenda comune che unisce Leone XIV e la Chiesa italiana e che emerge in modo chiaro dopo un anno di pontificato. Scaturita da temi, urgenze, istanze di rinnovamento che il Papa ha indicato fin dai primi giorni anche ai vescovi della Penisola, ma pure frutto di «una cordiale vicinanza al cammino delle nostre diocesi che il Pontefice ha espresso e manifestato con parole, gesti e incontri», spiega il segretario generale della Cei, l’arcivescovo Giuseppe Baturi. Un’agenda che Baturi riassume in alcune direttrici: l’«urgenza dell’annuncio del Vangelo che chiama la Chiesa italiana a essere capace di testimoniare in maniera credibile il Dio della vita in un contesto in cui spesso si è ripiegati su fatti di morte»; l’«unità che, come il Papa ha più volte sottolineato, non è questione strategica, ma dimensione evangelica che ci permette di valorizzare le diversità delle comunità in Italia»; la «responsabilità della Chiesa italiana a essere fattore di pace» anzitutto all’interno del Paese che fa i conti con «polarizzazioni e fratture, secondo le parole dello stesso Leone XIV», ma anche «nel Mediterraneo che il Papa ci esorta ad abitare». Ancora: l’«impegno educativo verso il quale il Pontefice ha una bellissima insistenza e che dice come, insieme alla carità, la Chiesa svolga un’azione a favore dello sviluppo dell’uomo, della sua intelligenza, della sua libertà»; le frontiere digitali che vedono «sia le diocesi, sia la Cei essere laboratori aperti»; e i giovani cui «il Santo Padre, durante il raduno di Tor Vergata, ha chiesto di fidarsi di Cristo e della Chiesa».
Domani Robert Francis Prevost celebrerà un anno da Papa con la visita pastorale a Pompei e Napoli. Sono stati dodici mesi di dialogo costante fra il vescovo di Roma e la Chiesa di cui è primate. Come testimoniano anche i numerosi appuntamenti pubblici. «Due incontri con l’episcopato italiano, l’ultimo ad Assisi a novembre a conclusione di un’Assemblea generale straordinaria: è un fatto da cogliere nella sua importanza storica perché il Papa è venuto a concludere i nostri lavori fuori Roma – afferma l’arcivescovo di Cagliari –. Poi le udienze ai dipendenti Cei, agli insegnanti di religione cattolica, ai partecipanti al progetto Policoro, al Consiglio dei giovani del Mediterraneo». Una pausa. «Questo anno con papa Leone ci dice che abbiamo una successione di stili, accenti, metodi che sono propri di ciascun Pontefice, eppure dentro una continuità che rassicura e che ci conferma come il pastore della Chiesa sia Cristo».
Eccellenza, fra gli spunti di Leone XIV quale l’ha colpito particolarmente?
«Direi la tenacia con cui ogni volta evidenzia la necessità di tornare alle fondamenta della nostra fede, cioè alla presenza di Cristo tra di noi. È come se affrontasse tutti i temi a partire dalla centralità del Risorto. E lo fa dentro un cammino che non parte da zero, ma raccoglie ciò che lo precede e lo rilancia con accento proprio: la Chiesa è in cammino, il passo è riconoscibile, la voce del successore di Pietro porta una nuova tonalità».
L’unità nella Chiesa è una delle preoccupazioni di Leone XIV. Dalla liturgia alla morale sessuale, il Papa ha invitato a non dividersi.
«A Nicea, in uno dei discorsi, a mio parere, basilari del suo magistero, il Papa ha detto che riflettere sull’essere cristiani significa anche tenere insieme sensibilità diverse. Ritengo che abbiamo bisogno di questo, ossia di riaffermare la fede come principio di unità della Chiesa. È Cristo che ci unisce in un legame capace di abbracciare storie, carismi, istituzioni, stili di vita molteplici. Ed è Cristo che ci invita a un’apertura di carità nei confronti delle differenze».
Il Papa ha rilanciato davanti ai vescovi italiani l’urgenza dell’evangelizzazione. Non siamo ancora abbastanza incisivi sul piano dell’annuncio?
«È un annuncio che necessita di continuo rinnovamento. A Nicea il Papa ha esortato a saperci interrogare su chi sia Cristo per noi. La risposta non può essere data una volta per tutte: non sarà la stessa a 10 anni durante il percorso d’iniziazione cristiana oppure a 60. Altrimenti si cade nell’abitudine. L’annuncio non è semplicemente la ripetizione verbale dell’accadimento cristiano, ma la sfida di innervarlo nelle attese, nelle speranze, nelle tristezze, nelle angosce dell’umanità di oggi. Su questo, in particolare, vedo il grande impegno della Chiesa italiana dal dopo-Concilio a oggi fatto di tante tappe: dal Documento di base (“Il rinnovamento della catechesi”), ai piani pastorali (diventati poi Orientamenti pastorali), dai Convegni decennali, fino al Cammino sinodale delle Chiese in Italia. Tutto è stato sempre finalizzato ad annunciare il Vangelo nel tessuto concreto della nostra storia. Perciò ci sentiamo stimolati dalle parole del Papa a progettare iniziative pastorali per portare il Vangelo a tutti “perché è di questo che, noi per primi, abbiamo bisogno per vivere bene ed essere felici”».
Anche l’Italia vive un tempo di contrapposizioni. Il Papa ha chiesto che ogni comunità sia casa della pace. Come «essere artigiani di amicizia»?
L'arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei Giuseppe Baturi
L'arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei Giuseppe Baturi
«Si sta imponendo un linguaggio di odio e di separazione fra amico e nemico. Pertanto le nostre comunità devono essere luoghi di amicizia sociale e riconciliazione: nei quartieri, negli ambienti di lavoro, a scuola e in università, in mezzo ai giovani, fra i poveri e gli anziani, nel mondo della comunicazione. Luoghi in cui la pace viene costruita con azioni quotidiane e luoghi in cui tutti sono invitati a partecipare accettando la dinamica del dialogo per progredire insieme. Vale anche di fronte alla polarizzazione politica o ideologica. È dovere della Chiesa offrire spazi in cui le ragioni, e non le espressioni emozionali, possano confrontarsi partendo dai temi del vivere sociale, come la difesa della persona o il bene comune. Pensiamo alla prossima visita di papa Leone a Lampedusa il 4 luglio: da una parte, sarà l’occasione per ribadire la necessità di tutelare la vita dei nostri fratelli migranti; dall’altra, di mostrare come è possibile lavorare concretamente su una questione di civiltà».
A proposito dei viaggi in Italia, Leone XIV ne ha in programma diversi: a Pavia, ad Assisi, al Meeting di Cl a Rimini e anche nella “Terra dei fuochi” in Campania.
«E ci sono già state le visite alle parrocchie romane. Con questi appuntamenti, il Papa vuole indicarci ciò che egli già vive, cioè immettere Cristo nelle vene dell’umanità, secondo una sua espressione all’udienza alla Cei, citando Giovanni XXIII».
Il Pontefice ha spiegato che nella fede non si può separare l’elemento spirituale da quello sociale. Anche in Italia c’è il rischio di una fede intimistica?
«Vedo due rischi: quello di una fede irrilevante sul piano civico; e quello di una prassi sociale non fondata sullo sguardo di Cristo. La Chiesa insegna che non c’è sacramento che non abbia un effetto sociale, che non trasfiguri le relazioni. Del resto, il messaggio cristiano è messaggio di liberazione. Allora tutto ciò non può non portare a cambiamenti in cui si riaffermino i valori della persona, della giustizia, della libertà. Durante il viaggio in Africa, nell’incontro con le autorità civili dell’Angola, il Papa ha parlato di anelito di infinito che è nel cuore dell’uomo ed è il fattore principale di trasformazione sociale: di tutto ciò va fatto tesoro nella Chiesa italiana».
Leone XIV ha esortato la Chiesa italiana a promuovere e curare il laicato.
«La missione chiede di raggiungere gli uomini lì dove essi vivono. Ciò è possibile grazie all’agire di tutti. Un movimento in cui ciascuno ha il suo posto e in cui ciascuno si sente parte della comunione ecclesiale. Pensiamo alla politica o all’economia: come è possibile introdurre elementi di giustizia, di verità, di dignità se non si fa affidamento su quanti sono educati a partire dalla fede? Tutti devono sentirsi corresponsabili della missione della Chiesa».
Tema caro al Pontefice è quello delle frontiere digitali. Alla Cei ha ricordato che l’intelligenza artificiale e i social media possono trasformare «profondamente la nostra esperienza della vita».
«La prospettiva del Papa è quella del saper cogliere le opportunità che derivano dalle “rerum novarum” attuali e di viverle senza paure. Come Chiese in Italia vogliamo comprenderne la portata e i rischi con un confronto che sta già coinvolgendo molte realtà. Tuttavia non basta discuterne. L’intelligenza artificiale ci deve vedere protagonisti. E ciò può accadere soltanto insieme, con una sinergia di intelletti e forze. Stiamo accompagnando le diocesi in un percorso di riflessione che intreccia formazione, discernimento pastorale e attenzione agli ambiti dell’informazione e della scuola. Non si tratta di rincorrere la tecnologia, ma di interrogarla a partire da una domanda antropologica: che cosa significa essere uomini e donne in un tempo in cui le macchine apprendono? La Nota “Antiqua et nova” offre una bussola. Il magistero di Leone XIV ci stimola a tradurre la responsabilità di “custodire voci e volti umani” in scelte concrete, dentro le nostre comunità».
Leone XIV insiste su giovani e formazione. Un nuovo impegno educativo per la Chiesa italiana?
«In Guinea Equatoriale il Papa ha definito l’educazione un esercizio di ricerca perseverante della verità in armonia con la libertà, accompagnata dalla capacità di meravigliarsi del mondo: è lo sforzo a cui deve tendere la Chiesa. Proprio una delle sfide emerse dal Cammino sinodale in Italia è quella dei giovani. Se dovessi indicare un filo rosso del pontificato, direi che è il cuore. Come Chiesa abbiamo bisogno di abitare il cuore dell’uomo con l’essenzialità dello sguardo di Cristo e di avere una radicalità di decisioni rispetto alla quale i giovani possano sorprendersi».

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