«Amoris laetitia, il Covid, l'emergenza educativa: vi racconto la famiglia che ho accompagnato per 6 anni»

Il direttore uscente dell'Ufficio Cei traccia un bilancio del suo mandato all'indomani del convegno nazionale di Verona: le sfide aperte per la pastorale familiare, la crisi dei matrimoni, le responsabilità degli adulti. «La Chiesa? Non può più limitari solo ai percorsi»
May 4, 2026
Padre Marco Vianelli, direttore uscente dell'Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia
Padre Marco Vianelli, direttore uscente dell'Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia
Con la Settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e familiare di Verona, si chiude una stagione significativa per la pastorale della famiglia in Italia. Dopo sei anni e mezzo alla guida dell’Ufficio nazionale della Cei, fra Marco Vianelli si prepara a lasciare l’incarico per tornare ad Assisi, dove è stato eletto ministro provinciale della Provincia Serafica di Umbria e Sardegna dei Frati Minori. Il suo mandato è coinciso con una fase cruciale per la Chiesa e per le famiglie: gli anni immediatamente successivi alla pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, ma anche con lo spartiacque rappresentato dalla pandemia, che ha costretto comunità e nuclei familiari a ripensare forme e linguaggi della vita ecclesiale. «Sono entrato in servizio nell’ottobre del 2019 – racconta padre Vianelli – e pochi mesi dopo mi sono trovato dentro una tempesta che ha cambiato tutto». È anche attraverso quella tempesta, segnata dalla riscoperta della famiglia come “chiesa domestica”, che Vianelli rilegge oggi il cammino compiuto: un percorso fatto di intuizioni maturate, resistenze ancora aperte e sfide nuove – dal calo dei matrimoni alla crisi dell’adultità, fino alla necessità di coinvolgere maggiormente giovani e anziani come risorsa educativa.
Padre Vianelli, cosa ha visto cambiare nella pastorale familiare in Italia in questi anni?
Quando sono arrivato nel 2019, Amorsi laetitia era stata pubblicata già da tre anni e si stavano avviando i primi percorsi di approfondimento. Poi è arrivato il Covid, una tempesta che forse abbiamo archiviato troppo in fretta, perché ci ha spaventato tanto, ma che ha generato anche qualcosa di prezioso. Dopo un iniziale disorientamento, molte hanno gustato questa soggettività: non solo fare la pizza o i TikTok insieme, ma pregare, celebrare, interrogarsi sul rapporto tra genitori e figli. È stato un momento intenso, nel quale le famiglie hanno intuito di poter essere davvero dei cenacoli. Quando la pandemia è finita, però, siamo tornati rapidamente alla normalità. Eppure l’acqua in cui nuotiamo è cambiata: le relazioni, la percezione della fragilità, l’esperienza della morte. Abbiamo ripreso molte abitudini di prima senza renderci conto che il contesto era ormai diverso.
Le indicazioni di “Amoris laetitia” si sono tradotte in una svolta reale per le nostre comunità o attendono ancora di essere attuate? Dove vede le principali resistenze?
I tre verbi del celebre capitolo ottavo – accogliere, discernere e integrare – hanno rappresentato un cambio di stile. Oggi accoglienza e discernimento sono entrati nel linguaggio ordinario della pastorale familiare. Penso, ad esempio, ai percorsi dedicati alle famiglie ferite: su questo la Chiesa si è mossa con decisione. Mi pare anche che sia diminuita la tentazione di mettere etichette: si è imparato ad ascoltare parole talvolta stonate, a mostrare un volto più compassionevole e ospitale. Le resistenze, tuttavia, esistono ancora. C’è chi, per paura, tende a riaffermare certezze in modo rigido, chiudendosi a riccio. Ma soprattutto si fatica a riconoscere la famiglia come soggetto della pastorale e non soltanto come destinataria. La vita quotidiana è frenetica, i tempi sono compressi e spesso le famiglie partecipano solo nelle emergenze. Sul terzo verbo, l’integrazione, siamo ancora all’inizio del cammino. Ci sono tentativi significativi, ad esempio nel mondo della disabilità o rispetto alle persone con orientamento omosessuale, ma la strada è ancora lunga.
Il crollo del numero dei matrimoni è una delle questioni più urgenti. Siamo rassegnati o esistono strategie per invertire la rotta?
Credo poco alle soluzioni magiche. Il calo dei matrimoni non è soltanto un problema ecclesiale, ma il segno di una trasformazione sociale profonda. Oggi manca la domanda: non c’è più, come un tempo, la percezione del matrimonio come segno pubblico per una comunità. Forse la generazione precedente non è riuscita a raccontare una dimensione nuziale affascinante e credibile. In una società liquida, sperimentare la bellezza dell’appartenenza a un corpo è più difficile. La Chiesa possiede strumenti importanti per ricostruire questo immaginario, ma fatica a intercettare le domande delle nuove generazioni o, in alcuni casi, a suscitarle. Non basta proporre percorsi: occorre tornare a generare desiderio.
Di fronte all’emergenza educativa, la Chiesa sta facendo abbastanza per accompagnare i genitori?
La risposta più vera è la sinodalità: fare insieme. In questi anni la Chiesa ha aperto molti spazi, senza chiedere credenziali d’ingresso, ma spesso manca una cabina di regia condivisa, capace di mettere in dialogo famiglia, scuola e istituzioni. La famiglia oggi vive la sfida educativa in una solitudine diffusa. Non è sempre coinvolta nella progettazione educativa, ma resta una risorsa fondamentale e un luogo di cura insostituibile. A questo si aggiunge una crisi dell’adultità: una generazione di cinquantenni e sessantenni che fatica ad assumere fino in fondo il proprio ruolo. Talvolta si continua a occupare spazi che dovrebbero essere consegnati ai più giovani, rallentando il ricambio generazionale e la possibilità di nuove responsabilità.
Anche la questione della terza età sembra richiedere oggi un terreno nuovo per la pastorale familiare...
Si tratta di una sfida complessa, perché non esiste ancora una tradizione consolidata su questo tema. Oggi viviamo una stagione inedita: tra i settanta e i novanta anni molte persone godono di buona salute e dispongono di competenze preziose. Tuttavia non sappiamo ancora come reinvestire questo patrimonio. Spesso gli anziani vengono considerati soltanto come consulenti o come supporto nella cura dei nipoti. Ma il loro contributo potrebbe essere molto più ampio: memoria, trasmissione di valori, accompagnamento educativo. Non è un caso che negli ultimi anni si sia dato impulso anche alla pastorale degli anziani. Si tratta di un campo che richiede creatività e nuove narrazioni, perché questa stagione della vita non è più soltanto un tempo di declino, ma può diventare uno spazio fecondo di relazioni.

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