Il corpo dei nostri figli, le loro relazioni: la Chiesa vuole ascoltare le famiglie
Coppie, genitori e operatori da tutta Italia a Verona per costruire una pastorale più incentrata sulle domande dei giovani. A cominciare dal modo che hanno i intendere l’affettività e di viverla

La parola chiave è “pastorale”, la bussola resta il “magistero”, ma dietro queste parole la famiglia è una realtà in carne ed ossa con cui la Chiesa continua a misurarsi ogni giorno tra domande e sfide enormi. Perché se è vero quello che misura la statistica (e di cui puntualmente diamo conto su queste pagine), se è vero che la solitudine è la grande malattia del nostro tempo sempre più digitale e sempre più sterile in fatto di relazioni – oltre che di nascite –, se i matrimoni continuano a diminuire e la crisi economica aggrava la situazione col suo carico di incertezze e di paralisi sulle spalle dei più giovani, drammaticamente vero è che le ricette e le certezze del passato non possono bastare più. Nemmeno all’eroica creatività con cui la pastorale familiare, appunto, ha cercato di reinventarsi nell’ultimo decennio su impulso della scossa epocale di Amoris laetitia. Ecco perché all’appuntamento annuale della Settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e familiare, convocato dalla Cei da oggi a domenica a Verona, centinaia di operatori e di famiglie sono arrivati non in cerca di risposte, o di conferme, ma di domande. Sarà il contagio della “sinodalità”, o la concreta sensazione – a casa, a scuola, nelle comunità – di doversi rimettere attorno a un tavolo e semplicemente ascoltarsi, tant’è: mai come in queste ore l’attesa, per la Chiesa che è la famiglia, è quella di inaugurare una fase nuova. A cominciare dai figli e dai ragazzi, che a Verona saranno i veri protagonisti, in un evento tutto dedicato al delicatissimo tema del rapporto tra corpo, relazioni e affettività.
Le esperienze in campo
Dimenticate gli esercizi teorici. Le domande di cui parliamo nascono dalla vita quotidiana, da esperienze spesso segnate da passaggi inattesi e dolorosi, che diventano nel tempo luoghi di scontro, di paralisi, ma anche di consapevolezza e di servizio. È la storia di Barbara Baffetti e del marito Stefano Rossi, coppia di Tuoro sul Trasimeno impegnata da anni nella pastorale familiare prima a livello regionale e poi accanto al direttore dell’Ufficio nazionale padre Marco Vianelli. Il loro cammino non nasce certo da un “incarico” ricevuto, ma da una ferita. «Abbiamo quattro figli – racconta Barbara – ma la prima, Rachele, è morta a cinque mesi per un difetto cardiaco. Quel tempo ha segnato profondamente la nostra coppia. Quando cresci in un ambiente ecclesiale pensi di essere preparato, ma davanti a un dolore così scopri quanto sia difficile attraversarlo da soli». È proprio in quel tempo che è maturata la loro convinzione: le famiglie non possono reggere da sole il peso delle prove più dure. Così un percorso di accompagnamento per le coppie promosso dai frati minori e l’incontro con il teologo Carlo Rocchetta della Casa delle Tenerezza hanno fatto il resto. «Abbiamo iniziato a formarci – ricorda Barbara – e poco alla volta è maturata la consapevolezza che quello era il nostro posto». Da allora un cammino che ha permesso di osservare da vicino la varietà delle esperienze disseminate sul territorio, spesso silenziose ma vitali. «Il servizio locale ti riporta continuamente alla concretezza delle storie – spiega –, ma l’esperienza nazionale ti fa scoprire il grande respiro della Chiesa. Abbiamo visto tante realtà belle, spesso poco conosciute, capaci di accompagnare famiglie nei momenti più fragili». È proprio da questo osservatorio privilegiato che emerge una delle percezioni più diffuse tra chi lavora accanto alle famiglie: un disorientamento crescente, soprattutto sul terreno dell’affettività e delle relazioni. Non tanto – o non solo – per le esigenze nuove che emergono tra i più giovani, quanto per la difficoltà degli adulti a sostare dentro la complessità. Per Barbara la questione è chiara: «Le polarizzazioni nascono prima e quasi sempre tra gli adulti, i ragazzi le respirano. Per noi è, alternativamente, tutto sì o tutto no. Loro invece si aspettano una nostra capacità di stare nelle sfumature, senza giudizio». Che non trovano. Nel lavoro con adolescenti e genitori, che Barbara porta avanti anche nelle scuole concorsi appositi (quelli di cui tanto sta discutendo la politica, anch’essa più polarizzata e ideologica che mai sul punto) affiora con frequenza una distanza crescente dei ragazzi dal proprio corpo, come se la dimensione fisica non fosse più integrata nell’esperienza personale. «Quando questa frattura si accentua – racconta – si crea un cortocircuito che coinvolge tutta la persona. E insieme emerge anche una difficoltà nel dialogo tra maschile e femminile, spesso raccontato attraverso schemi troppo rigidi».
Parola d’ordine: confronto
Non è un caso che proprio su questi temi si sia concentrata la riflessione che ha condotto la Consulta nazionale delle famiglie alla scelta del tema del convegno: «È un segno di una Chiesa che non lavora per compartimenti isolati, ma prova a costruire insieme dal basso – sottolinea lo stesso padre Vianelli –. Questo, in fondo, è ciò che porto con me anche alla fine del mio mandato (Vianelli è appena stato eletto ministro provinciale della Provincia Serafica di Umbria e Sardegna dei Frati Minori, ndr): la consapevolezza che la famiglia non è un problema da risolvere, ma una risorsa da ascoltare e da accompagnare». Più che fornire risposte immediate, l’obiettivo dichiarato dunque è quello di imparare a sostare davanti alle domande, lasciando spazio anche alla voce dei più giovani. «Non ci aspettiamo ricette – continua Barbara – ma la possibilità di stare, come adulti, davanti alle provocazioni che arrivano da loro. Il rischio altrimenti è continuare a parlare tra noi senza capirci, nemmeno nelle parole che usiamo». D’altronde «sono cambiate le modalità di comunicazione, sono cambiate le istanze dei ragazzi — concorda Emma Ciccarelli, che insieme al marito Pier Marco Trulli è incaricata per conto dell’Ufficio nazionale di seguire il Corso di alta formazione rivolto agli operatori della pastorale familiare realizzato ogni anno in collaborazione con la Università Cattolica del Sacro Cuore — e c’è un problema di dialogo tra la Chiesa e i giovani che va risolto. Per alcuni giovani certi linguaggi sembrano lontani o incomprensibili, mentre gli adulti talvolta percepiscono le domande dei ragazzi come una spinta troppo in avanti, difficile da sostenere. La vera sfida è accorciarle, queste distanze». Da qui l’idea – che attraversa l’intero impianto del convegno – di trasformare proprio i ragazzi negli interlocutori capaci di orientare il linguaggio e gli strumenti educativi. «Saranno loro ad aiutarci a capire come parlare in modo più diretto e autentico – sottolinea – liberandoci da pregiudizi e schemi che appartenevano a contesti ormai cambiati». Non è soltanto una questione di contenuti, ma anche di metodo. Negli ultimi anni, spiega Emma, la pastorale familiare ha investito con decisione su modalità formative nuove, capaci di coinvolgere attivamente le persone. Lo dimostra anche la partecipazione crescente agli appuntamenti nazionali (l’evento di Verona è in overbooking), segno di un bisogno diffuso di confronto e di strumenti operativi. Una delle novità più significative per altro è l’introduzione sistematica del lavoro laboratoriale, accanto alla formazione teorica. «Abbiamo cercato di trasmettere non solo contenuti, ma una metodologia – racconta ancora Emma – perché le coppie possano poi tornare nei territori e sperimentare modalità nuove di accompagnamento delle famiglie». In questa prospettiva, anche la presenza dei figli dei partecipanti non è un elemento marginale, ma parte integrante dell’esperienza. Accanto ai momenti formativi degli adulti prende forma infatti un percorso parallelo dedicato ai più piccoli e agli adolescenti, animato da équipe che lavorano durante l’anno per preparare attività educative e spirituali adeguate alle diverse età.

Tutte le sfide di “Amoris laetitia”
Sullo sfondo, come traguardo e punto di partenza per la rotta dei prossimi mesi, c’è ancora l’eredità di Amoris laetitia, lo “tsunami” della svolta sull’accoglienza nel mare placido della pastorale familiare. Guardando al territorio nazionale, il bilancio è in chiaroscuro: da una parte la consapevolezza della ricchezza di esperienze nate spesso lontano dai riflettori, ma incisive; dall’altra, la lucidità nel riconoscere che non tutte le resistenze sono state superate. «C’è ancora qualche fatica – ammette Barbara – ed è inutile nasconderlo. Forse avremmo potuto fare di più, sarebbe servito ancora più coraggio». Un coraggio che, nella vita concreta delle comunità, si misura spesso con la tentazione opposta: fare un passo indietro innanzi a temi percepiti come divisivi (la questione dei divorziati e dei risposati, l’omosessualità, il tema Lgbtq+) nel timore di generare fratture difficili da ricomporre. Eppure, è di nuovo nell’ascolto che si gioca la maturazione di uno stile ecclesiale più adulto: «Dovremmo provare a fare un passo avanti, invece. Breve, magari, ma restando dentro le domande senza sottrarci alla complessità che esse portano con sé. Dietro le domande d’altronde ci sono persone, c’è la realtà». Ciò da cui nessuna pastorale può prescindere.
Il programma dell'evento e la lettera dei giovani
“Addomesticare il mondo”, cioè abitarlo senza scoraggiarsi, senza rinunciare di fronte a ciò che non sembra rispondere alla logica della nostra comprensione. È da questo titolo che prende avvio la XXVI Settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e familiare, che nei prossimi giorni trasformerà Verona in un crocevia di riflessione ecclesiale, educativa e culturale. L’apertura di oggi affida la cornice al direttore dell’Ufficio Cei padre Marco Vianelli, alle coppie che supportano la pastorale a livello nazionale e all’esperienza della Commissione Famiglia del Triveneto. Accanto a loro, le voci dei vescovi di Verona Domenico Pompili e di Adria-Rovigo Pierantonio Pavanello e l’intervento del cardinale Matteo Maria Zuppi, atteso per una riflessione sull’educazione all’affettività nell’epoca digitale: una sfida che tocca genitori, educatori e comunità, e che chiede di ripensare linguaggi, responsabilità e alleanze senza indulgere a scorciatoie moralistiche. Il percorso domani entrerà nel vivo del fondamento biblico e teologico con gli interventi di don Maurizio Girolami e Marzia Ceschia; parallelamente si snoda il lavoro nei tavoli, dove giovani e adulti misurano le riflessioni con la pratica pastorale e educativa. Il sabato il confronto con le trasformazioni in atto: l’intelligenza artificiale, il virtuale, le nuove forme di prossimità e distanza (relatori Massimiliano Padula e don Andrea Ciucci). Nel pomeriggio, la testimonianza di Giuseppe Dardes (di cui parliamo qui a fianco). Poi la presentazione della lettera dei giovani, evento culmine del confronto da cui si trarranno domenica le conclusioni dell’evento.
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