«Una Chiesa che sia “casa”, con la porta sempre aperta»: la sfida di don Enzo Bottacini per la pastorale familiare
Da Verona alla guida dell’Ufficio nazionale della Cei, il successore di padre Vianelli si racconta e indica le priorità del suo mandato: «Dobbiamo smettere di avere paura delle fragilità. Il Vangelo ci dice di entrare nella vita delle persone»

Da parroco a Padenghe sul Garda, dove dal 2019 ha visto rifiorire una comunità fatta di famiglie e giovani, a nuovo responsabile nazionale della pastorale familiare della Conferenza episcopale italiana. Don Enzo Bottacini, veronese di nascita, per sei anni “aiutante di studio” all’Ufficio famiglia accanto a don Paolo Gentili, guarda alla nuova responsabilità con quello che definisce con le parole di papa Francesco un «sano realismo»: la consapevolezza delle fragilità che attraversano oggi le famiglie, ma anche la convinzione sana che il Vangelo continui a offrire una risposta credibile alle inquietudini del presente. Il momento, d’altronde, è difficile: l’ineluttabile corsa dell’inverno demografico (con sempre meno bimbi di cui prendersi cura in casa e sempre più anziani), la crisi delle relazioni, il crollo dei matrimoni, la tecnologia come spina nel fianco di qualsiasi percorso genitoriale ed educativo. Minimo comune denominatore, la sfiducia nel futuro, «che si vince solo costruendo comunità aperte e accoglienti e rimettendo al centro il protagonismo delle famiglie nella vita della Chiesa».
Don Enzo, lei parte da un osservatorio privilegiato: la pastorale familiare di Verona, di cui è direttore, conta sulle coppie più giovani d’Italia. È pronto per tornare a Roma?
Ci tornerò dal lunedì al venerdì perché, d’accordo con il mio vescovo monsignor Domenico Pompili, manterrò l’incarico di responsabile della pastorale familiare anche nella mia diocesi. L’esperienza di questi ultimi anni, qui, è stata entusiasmante. Ho potuto collaborare alla gioia dei miei parrocchiani attorno a quelli che dovrebbero essere i fulcri di ogni comunità non solo religiosa, ma anche civile, cioè le famiglie e i giovani. Abbiamo potuto allenarci a festeggiare la domenica grazie alla più semplice delle decisioni: organizzare il catechismo delle famiglie proprio quel giorno, dopo la Messa. Creare una comunità, d’altronde, significa intessere legami e relazioni che piano piano diventano amicizie: le persone, mentre ci fanno entrare nella loro vita attraverso l’incontro, possono condividere la gioia del Vangelo.
Ci tornerò dal lunedì al venerdì perché, d’accordo con il mio vescovo monsignor Domenico Pompili, manterrò l’incarico di responsabile della pastorale familiare anche nella mia diocesi. L’esperienza di questi ultimi anni, qui, è stata entusiasmante. Ho potuto collaborare alla gioia dei miei parrocchiani attorno a quelli che dovrebbero essere i fulcri di ogni comunità non solo religiosa, ma anche civile, cioè le famiglie e i giovani. Abbiamo potuto allenarci a festeggiare la domenica grazie alla più semplice delle decisioni: organizzare il catechismo delle famiglie proprio quel giorno, dopo la Messa. Creare una comunità, d’altronde, significa intessere legami e relazioni che piano piano diventano amicizie: le persone, mentre ci fanno entrare nella loro vita attraverso l’incontro, possono condividere la gioia del Vangelo.
Con quale spirito assume questo incarico?
Con la prospettiva, come affermava Papa Francesco, del “sano realismo”, che significa avere i piedi saldamente ancorati alla realtà e toccare con mano ogni giorno le sfide che la famiglia e la comunità vivono, insieme alle carenze, alle fragilità e alle difficoltà che incontrano. Nello stesso tempo, però, questo realismo è illuminato dal Vangelo e dall’incontro con Cristo. Se devo ripartire da una prospettiva, riparto sempre da Cristo e dal suo Vangelo. Cristo ha vissuto la via dell’amore fino al dono di sé, una strada validissima anche oggi, che diventa il fondamento della nostra vita e non solo della vita della Chiesa. In una società che tende a chiudersi nel privato e nell’individualismo, l’evangelizzazione rimane la nostra carta vincente per continuare a guardare la famiglia e la comunità con occhi positivi e pieni di speranza.
Con la prospettiva, come affermava Papa Francesco, del “sano realismo”, che significa avere i piedi saldamente ancorati alla realtà e toccare con mano ogni giorno le sfide che la famiglia e la comunità vivono, insieme alle carenze, alle fragilità e alle difficoltà che incontrano. Nello stesso tempo, però, questo realismo è illuminato dal Vangelo e dall’incontro con Cristo. Se devo ripartire da una prospettiva, riparto sempre da Cristo e dal suo Vangelo. Cristo ha vissuto la via dell’amore fino al dono di sé, una strada validissima anche oggi, che diventa il fondamento della nostra vita e non solo della vita della Chiesa. In una società che tende a chiudersi nel privato e nell’individualismo, l’evangelizzazione rimane la nostra carta vincente per continuare a guardare la famiglia e la comunità con occhi positivi e pieni di speranza.
Qual è la ferita più profonda che vede oggi nelle famiglie?
È il sintomo che attraversa tutta la società, della quale la famiglia fa parte: la sfiducia nel domani. La sfiducia di poter costruire progetti di vita duraturi, la sfiducia nel “per sempre”, ma anche la mancanza di fiducia nella coppia. Tante volte manca la stima reciproca. Lui o lei sono talvolta condizionati dalle proprie fragilità e paure, dalla propria realizzazione personale e professionale che perdono di vista il fatto che siamo fatti per amare e per aiutare l’altro a diventare più grande. La bellezza della famiglia è proprio quella di crescere insieme e diventare grandi (santi) insieme. Ci sono passaggi di maturità che si possono vivere soltanto insieme. Altrimenti il rischio è quello di procedere su binari paralleli che rischiano di non incontrarsi mai.
È il sintomo che attraversa tutta la società, della quale la famiglia fa parte: la sfiducia nel domani. La sfiducia di poter costruire progetti di vita duraturi, la sfiducia nel “per sempre”, ma anche la mancanza di fiducia nella coppia. Tante volte manca la stima reciproca. Lui o lei sono talvolta condizionati dalle proprie fragilità e paure, dalla propria realizzazione personale e professionale che perdono di vista il fatto che siamo fatti per amare e per aiutare l’altro a diventare più grande. La bellezza della famiglia è proprio quella di crescere insieme e diventare grandi (santi) insieme. Ci sono passaggi di maturità che si possono vivere soltanto insieme. Altrimenti il rischio è quello di procedere su binari paralleli che rischiano di non incontrarsi mai.
Che contributo specifico può offrire la comunità cristiana?
La Chiesa dovrebbe essere come una casa con la porta aperta, come affermava papa Francesco e ci ricorda papa Leone. È una sfida non semplice, perché significa rimanere “aperti” davanti a tutte le situazioni e a tutte le sfide che riguardano la famiglia e a chi quelle fragilità chiede di portarle dentro alla comunità cristiana. Dall’accompagnamento delle ferite fino alla piena integrazione di chi ne porta i segni, dalle difficoltà tra le coppie a quelle con i figli, dalle fragilità di questi ultimi alla loro educazione affettiva, dobbiamo però anche fare rete per saper intessere relazioni significative. Penso, per esempio, al ruolo dei consultori, che sono strumenti privilegiati di incontro con la realtà familiare concreta di oggi. Dietro ogni persona ci sono relazioni, legami, storie che hanno bisogno di essere accompagnate e sostenute nella loro complessità e interezza. Quando consultori, comunità cristiane e realtà civili collaborano, si costruisce qualcosa di molto bello. L’ho sperimentato qui a Desenzano con l’associazione “Comunità e famiglia” che, oltre alle numerose consulenze psicologiche (oltre 180 all’anno) ha instaurato una collaborazione con le parrocchie del territorio per offrire spazi di dialogo, confronto e formazione per e con la famiglia.
La Chiesa dovrebbe essere come una casa con la porta aperta, come affermava papa Francesco e ci ricorda papa Leone. È una sfida non semplice, perché significa rimanere “aperti” davanti a tutte le situazioni e a tutte le sfide che riguardano la famiglia e a chi quelle fragilità chiede di portarle dentro alla comunità cristiana. Dall’accompagnamento delle ferite fino alla piena integrazione di chi ne porta i segni, dalle difficoltà tra le coppie a quelle con i figli, dalle fragilità di questi ultimi alla loro educazione affettiva, dobbiamo però anche fare rete per saper intessere relazioni significative. Penso, per esempio, al ruolo dei consultori, che sono strumenti privilegiati di incontro con la realtà familiare concreta di oggi. Dietro ogni persona ci sono relazioni, legami, storie che hanno bisogno di essere accompagnate e sostenute nella loro complessità e interezza. Quando consultori, comunità cristiane e realtà civili collaborano, si costruisce qualcosa di molto bello. L’ho sperimentato qui a Desenzano con l’associazione “Comunità e famiglia” che, oltre alle numerose consulenze psicologiche (oltre 180 all’anno) ha instaurato una collaborazione con le parrocchie del territorio per offrire spazi di dialogo, confronto e formazione per e con la famiglia.
Si tratta del tema della corresponsabilità, su cui lei insiste molto...
Sì, perché occorre aprirsi a una Chiesa più corresponsabile e condivisa che sappia arginare la mentalità clericale che talvolta condiziona sacerdoti, consacrati e laici: una forma sottile di esercizio del potere che impedisce alla comunità di respirare a pieni polmoni e a “pieni carismi”. Spesso, infatti, la tendenza è quella di difendere il proprio ruolo invece di condividerlo. Questo limita fortemente una Chiesa partecipata. Da molti anni sentiamo parlare della ministerialità coniugale e familiare ma questo servizio alla Chiesa può essere valorizzato soltanto “in concertazione” con gli altri servizi e ministeri a favore della crescita di tutti. Se non ci fidiamo di più delle famiglie offrendo loro responsabilità reali nelle comunità, rispettando i loro tempi e le loro possibilità, perdiamo la gioia della crescita armonica e plurale del Vangelo.
Sì, perché occorre aprirsi a una Chiesa più corresponsabile e condivisa che sappia arginare la mentalità clericale che talvolta condiziona sacerdoti, consacrati e laici: una forma sottile di esercizio del potere che impedisce alla comunità di respirare a pieni polmoni e a “pieni carismi”. Spesso, infatti, la tendenza è quella di difendere il proprio ruolo invece di condividerlo. Questo limita fortemente una Chiesa partecipata. Da molti anni sentiamo parlare della ministerialità coniugale e familiare ma questo servizio alla Chiesa può essere valorizzato soltanto “in concertazione” con gli altri servizi e ministeri a favore della crescita di tutti. Se non ci fidiamo di più delle famiglie offrendo loro responsabilità reali nelle comunità, rispettando i loro tempi e le loro possibilità, perdiamo la gioia della crescita armonica e plurale del Vangelo.
In questo quadro si inserisce anche la ricezione di “Amoris Laetitia”. Perché, secondo lei, ha incontrato tante resistenze?
È nella persona che Dio abita, è nella persona che si esprime il Vangelo e si realizza l’incontro con Cristo. Lo Spirito Santo che arde nel “profondo sacrario” di noi stessi ci dona sempre la compagnia di Dio attraverso scelte evangeliche e attuali. Amoris Laetitia ci ha ricordato che la Chiesa è chiamata ad accompagnare, discernere e integrare. Questo richiede un cambiamento di mentalità che non sempre è facile. Le resistenze nascono spesso dalla paura che aprire le porte a ogni figlio di Dio e alla sua storia significhi svalutare il valore delle cose sante e persino dei sacramenti. In realtà, io vedo urgente che ci mettiamo in ascolto di ogni storia per scorgere in ognuno il bene possibile da far fiorire. Il Vangelo ci chiede di entrare dentro la vita concreta delle persone, non di osservarla da lontano.
È nella persona che Dio abita, è nella persona che si esprime il Vangelo e si realizza l’incontro con Cristo. Lo Spirito Santo che arde nel “profondo sacrario” di noi stessi ci dona sempre la compagnia di Dio attraverso scelte evangeliche e attuali. Amoris Laetitia ci ha ricordato che la Chiesa è chiamata ad accompagnare, discernere e integrare. Questo richiede un cambiamento di mentalità che non sempre è facile. Le resistenze nascono spesso dalla paura che aprire le porte a ogni figlio di Dio e alla sua storia significhi svalutare il valore delle cose sante e persino dei sacramenti. In realtà, io vedo urgente che ci mettiamo in ascolto di ogni storia per scorgere in ognuno il bene possibile da far fiorire. Il Vangelo ci chiede di entrare dentro la vita concreta delle persone, non di osservarla da lontano.
Quali saranno le priorità del suo mandato?
La prima e la più importante è quella di servire le Chiese locali nella pastorale familiare. In questa dimensione di servizio una delle sfide che sento urgenti – ed è un’altra priorità – è quella di portare lo stile e il metodo familiare dentro la vita della Chiesa e, attraverso di essa, contemporaneamente uscire verso la società. C’è bisogno di umanità, di legami più veri, più vivi, meno segnati dalla paura, dalla fretta e dalla superficialità. Penso che la via maestra sia quella della testimonianza per vivere la famiglia come il primo luogo della missione. È lì che si costruiscono comunità capaci di trasmettere calore umano e di generare relazioni autentiche. Questo è un “capitale sociale” enorme. L’altra priorità è continuare il buon lavoro dei miei predecessori continuando a cercare, coinvolgere e valorizzare le famiglie più giovani. Ho la fortuna di lavorare con molte giovani coppie e la loro giovane età non deve essere un impedimento bensì un’occasione per offrire tempi e spazi consoni alla loro partecipazione attiva per poter rendere più domestico il mondo.
La prima e la più importante è quella di servire le Chiese locali nella pastorale familiare. In questa dimensione di servizio una delle sfide che sento urgenti – ed è un’altra priorità – è quella di portare lo stile e il metodo familiare dentro la vita della Chiesa e, attraverso di essa, contemporaneamente uscire verso la società. C’è bisogno di umanità, di legami più veri, più vivi, meno segnati dalla paura, dalla fretta e dalla superficialità. Penso che la via maestra sia quella della testimonianza per vivere la famiglia come il primo luogo della missione. È lì che si costruiscono comunità capaci di trasmettere calore umano e di generare relazioni autentiche. Questo è un “capitale sociale” enorme. L’altra priorità è continuare il buon lavoro dei miei predecessori continuando a cercare, coinvolgere e valorizzare le famiglie più giovani. Ho la fortuna di lavorare con molte giovani coppie e la loro giovane età non deve essere un impedimento bensì un’occasione per offrire tempi e spazi consoni alla loro partecipazione attiva per poter rendere più domestico il mondo.
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