L'assoluzione di Giuseppina e la solitudine dei caregiver: quando a essere condannate sono le famiglie
La donna che ha ucciso la madre malata di Alzheimer è stata ritenuta non imputabile. Ma la sua vicenda riporta al centro il dramma di milioni di familiari che assistono da soli anziani e persone fragili, tra carenza di servizi, costi insostenibili e sostegni ancora insufficienti

In aula ha disperatamente chiesto perdono, consapevole di aver tolto la vita a sua madre 93enne, gravemente malata di Alzheimer. Davanti alla Corte d’Assise di Arezzo che la stava giudicando per omicidio volontario con l’aggravante del vincolo familiare Giuseppina Martin, 67 anni, non ha mai cercato di ridimensionare le sue responsabilità, anzi. Era stata lei stessa la notte del delitto nell’abitazione di famiglia a San Giovanni Valdarno, tra l’8 e il 9 marzo 2025, a chiamare (due volte, per sicurezza) i carabinieri confessando di aver soffocato la madre Mirella Del Puglia con un foulard. Anni di accudimento quotidiano della mamma, dapprima a casa sua, poi – con l’aggravarsi delle condizioni – portandola con sé e scegliendo la pensione anticipata dal lavoro di impiegata comunale per potersi prendere cura a tempo pieno dell’anziana genitrice. Un impegno sempre svolto con un affetto smisurato, secondo i testimoni sfilati davanti al collegio giudicante, rendendosi conto però che le sue forze non erano più sufficienti. Alterandosi la notte con il marito, che non l’ha mai lasciata, Giuseppina si è decisa a bussare alle porte delle Rsa, arrendendosi però davanti a rette insostenibili e al silenzio delle istituzioni. Nella sua drammatica vicenda emerge tutta la solitudine nella quale oggi in Italia sono lasciati i “caregiver” familiari, coniugi, figli e genitori che dedicano la vita intera ai propri cari, anziani, affetti da demenza o disabili gravi. Un pianeta composto – si stima – da 7 milioni di italiani. Che in molti casi vivono situazioni di enorme sacrificio, abbandono e prostrazione.
È questo il caso di Giuseppina, della quale le perizie psichiatriche disposte dal Tribunale hanno accertato il vizio parziale di mente a causa di un grave disturbo da stress post-traumatico e di una «dissociazione dalla realtà», condizioni che ne avrebbero oscurato la consapevolezza nel consumare il delitto. La stessa pubblica accusa aveva chiesto il minimo della pena – 12 anni – per un capo d’accusa tanto grave, che a rigore di Codice penale prevede l’ergastolo. Ma la Corte ha deciso di assolvere la donna ritenendola non imputabile al momento dell’omicidio. Tra le lacrime, Giuseppina ha detto che «non so cosa mi sia successo, non mi perdonerò mai. Porterò questo vuoto e il senso di colpa con me per tutta la vita. Spero che mia mamma, da lassù, abbia capito e mi perdoni». Uno strazio indicibile: serviva il carcere per riparare l’uccisione di una mamma tanto amata da dedicarle tutta la propria vita? Il rigore del diritto e la misericordia umana si intrecciano qui in modo inestricabile, aprendo questioni rese più complesse dal moltiplicarsi di situazioni di vita come quella aretina, in attesa della legge che riconoscerà la figura dei caregiver pur con fondi assai magri. A dover essere condannato, semmai, deve essere un sistema che troppo spesso scarica l’assistenza delle persone come la signora Del Pasqua interamente sulle spalle di famiglie sempre più fragili, costringendo a un eroismo che non tutti possono sostenere. Mentre con irresponsabile facilità si crede che una soluzione sarebbe legalizzare il suicidio assistito, l’assoluzione di Giuseppina chiede a tutti di accorgersi del mare di sofferenza che ci circonda. E di prendere le misure non più rinviabili: perché la malattia grave non diventi una condanna per i pazienti e le loro famiglie.
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