Lo stupore dell'inatteso
Un anno di scrittura e di riflessione su cosa significhi essere padre. Il punto di arrivo? Lasciarsi sorprendere da quello che coi figli non s'era programmato

Se non lo sai, «Il padre ignoto» è la rubrica familiare che affronta le piccole, grandi sfide della paternità oggi. Puoi leggere le puntate precedenti qui. Se invece vuoi dire la tua, puoi farlo utilizzando questa bacheca online, così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti. Non solo padri. Questo è l'ultimo numero della serie.
«La riflessione è un lusso che non sempre l’essere umano si vuole concedere» chiosa spesso il mio amico psicoterapeuta. Per questo sono grato a tutti voi che, per leggermi, mi avete costretto a tutto questo riflettere, dentro e fuori di me. Giusto un anno fa la vita, segnata dai riti di passaggio tipici della fine della quinta elementare e della terza media (una congiunzione astrale difficile da gestire all’interno di un’unica famiglia), mi aveva regalato un tesoro nascosto. La riprova che ciascuno non basta davvero a sé stesso e che la differenza tra crescere e buttarsi via – a rigirarsi indietro alla fine di un tratto di strada – è solamente una questione di incontri fatti durante quel cammino. E che, per tornare alla saggezza del poeta Gibran, i nostri figli non sono figli nostri: sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa. Non provengono da noi, ma attraverso di noi. E sebbene stiano con noi, non ci appartengono. Perché nel giardino del nostro esistere, e nelle relazioni sociali che ne scaturiscono, c’è bisogno che qualcun-altro-da-noi ci riconduca alla voce del nostro dáimōn, affinché venga messa davvero a fuoco l’immagine che siamo chiamati a vivere in questo mondo. Immagine – scrive Platone nella Repubblica – che non ci è capitata in sorte ma che è stata scelta dalla nostra anima, prima di arrivare di fronte a Làchesi (una delle tre Moire che tessevano il destino di tutti gli esseri umani). E proprio questa divinità «a ciascuna assegnava come custode della sua vita ed esecutore della sua scelta il dáimōn», affinché egli potesse comunque fungerle da guida considerato che ciascuna anima – prima di affrontare il corso della vita - era destinata a bere l’acqua del fiume Lete, che tutto fa dimenticare.
E anche se lo psicoanalista James Hillman (nel suo straordinario Il codice dell’anima) arriva, a partire da tali premesse, ad affermare che «la mia situazione di vita, compresi […] i miei genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato», io credo invece che il primo passo verso una piena consapevolezza genitoriale sia accettare finalmente, sia pure con fatica, che dare voce allo «spirito guida» dei nostri figli sia spesso compito per un altro-da-noi: un insegnante, un allenatore, un educatore scout, un sacerdote. A me, e a mia moglie, spetta (solo) il compito di coltivare il terreno, preparando la strada nell’indicare ad Edoardo e Giada una direzione il più possibile di senso. Per questo, a giugno dello scorso anno, sono stato grato alla maestra di Giada che, dopo un anno di relazioni sempre più difficili all’interno della sua classe, era riuscita a trasformare quelle difficoltà in opportunità di crescita. La fine della cerimonia di graduation restituiva plasticamente l’obiettivo educativo (prima che scolastico) della quinta elementare, io – con la mia rigidità nel rapporto genitore/insegnante – non trovavo le parole adatte neppure per un semplice «grazie» e lei mi ha colto di sorpresa con un «beh, ora possiamo abbracciarci anche noi?».
Sono stato ugualmente grato alle insegnanti e agli insegnanti di Edoardo che – dopo essersi presi cura per oltre due anni e mezzo non solo del suo sapere ma anche della sua adolescenza inquieta, con un entusiasmo e una dedizione che più volte mi aveva intimamente commosso – lo hanno accolto per l’esame orale di terza media, nonostante tutto questo non gli avesse fatto prendere sonno la sera prima. E io, con lui, a sperare che arrivasse finalmente Morfeo a dare forma ai suoi sogni. E in quella attesa durata oltre due ore, disteso accanto a lui sullo stesso letto, ricordo che non ero preoccupavo tanto di non ritrovare in me ricordi nitidi né della fine della quinta elementare né della fine della terza media. Perché a me basta il ricordo della maturità, come se fosse stata ieri, quando sono uscito da quell’aula dopo l’esame orale e mi sono guardato indietro per rendere indelebile quello che ancora così è rimasto in me: la sensazione del me-che-chiudo-quella-porta, lentamente. Un misto di rimpianto e soddisfazione. Un qualcosa che – quando sei giovane – è in parte differente da quello stare, come magnificamente indica Niccolò Fabi, «nella pausa che c’è tra capire e cambiare» tipica dell’età che ci ostiniamo a chiamare adulta. Capivo (ma forse solo intuivo) che era finito un ciclo della mia vita, ma quella mia stessa vita non mi aveva ancora fornito gli strumenti di consapevolezza per comprendere che quella porta, così consapevolmente chiusa, avrebbe aperto realmente ad un cambiamento.
Eppure quel momento è stato forse la mia prima alba, attesa per tanto tempo anche se non sapevo, appunto, quale territorio nuovo avrebbe illuminato. Un qualcosa dunque che, come spiegava invece Andrea Parodi, assomiglia forse più all’abacada: «Nella lingua sarda …. significa momento di contrapposizione paritetica di forze, caratterizzato dalla serena calma che precede il cambiamento e la svolta esattamente come quei brevi, intensi istanti che non sono ancora giorno e non sono più notte». E proprio a questo pensavo, ricordo ugualmente indelebile, nell’agosto 2019 quando per la prima volta ho portato Edoardo a fare il bagno in quella precisa scansione temporale, nel mare di Cardedu. Erano passati più di 8 anni dalla sera che ha preceduto la sua nascita e da quella lista delle 30 migliori canzoni che – per ingannare l’attesa – elencai sul mio computer, in risposta ad una sfida giocosa di un amico. Nell’ attesa di quella mia nuova alba, sul podio di quella personale classifica collocai Wait (di Alexi Murdoch) le cui parole prefiguravano ciò che l’indomani già sentivo avrei scoperto sulla pelle di neopadre, come una ferita che piano piano si sarebbe generata: «E se non posso essere tutto ciò che potrei essere, mi aspetterai?».
Ebbene, l’esercizio di scrittura al quale Sofia, con Avvenire, mi ha fin qui sottoposto – e del quale li ringrazio – mi ha aiutato, ancor di più, a fare un po’ di pace con l’ideale del padre che avrei voluto avere e soprattutto con l’ideale di padre che avrei voluto essere ma che, ormai mi è chiaro, non sono né riuscirò (mai/più) ad essere. Pensando per un attimo a voi-con-me, una immagine ritorna ugualmente nitida per essere qui riscritta, quasi come monito: non è tanto l’attesa dell’alba quello che ci renderà padri migliori, ma un’alba inattesa. Spero che se un qualche frammento di utilità è scaturito – in tutti questi mesi – dal nostro stare idealmente insieme dentro il vestito di padre ignoto e dal nostro comune confronto interiore senza farci sconti, questo ci aiuterà ad indirizzare sempre più lo sguardo verso qualcosa di inimmaginabile all’inizio di questo racconto a puntate. Un qualcosa di fronte al quale ciascuno di noi riuscirà a stupirsi di sé stesso, «quando domani ci accorgeremo che non ritorna mai più niente/ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria» (cit. Francesco De Gregori).
N.N.
[20 – Ed è arrivata la fine. Qui tutte le puntate precedenti]
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