Addio a Osvaldo Bagnoli, l'allenatore del Verona da scudetto
Il ricordo del tecnico (che in carriera ha allenato tra le altre anche Genoa e Inter) dello storico scudetto dell'Hellas Verona del 1984-85. Aveva 91 anni

L’ultima volta assieme all’Osvaldo, è stata al ristorante Tennis Scaligero di Verona: a tavola assieme ai dioscuri del calcio veronese, Romano Mattè e Adalberto Scemma, gli unici in grado di stanare lo schivo Bagnoli dai suoi doveri di marito e di padre a tempo pieno. Se ne è andato a 91 anni lo “Schopenhauer” della Bovisa, e tutta Verona, la sua città d’adozione atta alle imprese, anche grazie a lui, ora lo piange come un figlio diventato il nonno di tutti i seguaci dell’Hellas. I loro padri hanno vissuto la cavalcata tricolore dei giallloblù e oggi sappiamo che, anche nel calcio, se a volte la classe operaia è andata in paradiso, lo si deve a piccoli eroi esemplari come Osvaldo Bagnoli. Nell’olimpo degli allenatori, categoria protetta degli hombre vertical, un posto di rilievo gli spetterà per sempre. Ultimo membro della “triade” dei giusti della panca iniziata dal “filosofo” Manlio Scopigno, profeta del Cagliari dello scudetto del 1970, proseguita dal paterno Tommaso Maestrelli, addomesticatore delle aquile feroci del primo tricolore della Lazio del ’74 e conclusasi con lui, Bagnoli, stratega dell’Hellas Verona campione d’Italia, stagione 1984-‘85. Uno scudetto quello scaligero, rimasto unico e forse irripetibile che vale almeno dieci di quelli conquistati dalle grandi sorelle milionarie del pallone italico. E quarant’anni fa, il suo Verona quel tricolore lo strappò niente meno che dalle maglie della Juventus de “Le Roi” Platini e del Napoli di “Eupalla” Diego Armando Maradona. L’inizio di quella cavalcata vincente avvenne proprio la domenica in cui al Bentegodi il Verona umiliò il Napoli e il panzer Briegel mise sotto anestesia le giocate rapide e imprevedibili del genio maradoniano. «Il giorno prima di quel Verona-Napoli lo presi da parte e gli dissi: oh Briegel, ma tu Maradona l’hai mai marcato? E lui con quel grugno da tedescone: “Gerdo mister, con la Germania, tutto ok". Be', Maradona non vide palla, Briegel segnò pure un gol e noi vincemmo 3-1», raccontava sorridente e ancora inorgoglito l’Osvaldo quell’ultima volta insieme. E in quelle occasione ebbi la conferma della bontà dell’uomo di calcio assai raro, dotato dell’umiltà dei grandi e niente affatto pessimista cosmico come voleva Brera che lo aveva ribattezzato “Schopenhauer Bagnoli”. “Quando Brera mi dette dello “Schopenhauer”, lo ringraziai, ma gli risposi: non credo proprio di essere all’altezza del suo grande filosofo. Uno come me poi che ha fatto la terza media non è nella posizione di poter giudicare nessuno», parole che riportai nell’intervista che fece la gioia anche di Gianni Mura, assente a quell’appuntamento veronese con l’amato Osvaldo, ma presentissimo ora nella prefazione del libro-omaggio Il terzino faccia il terzino di Giulio Giusti che dopo la biografia di Manlio Scopigno si è dedicato da tempo immemore alla Vita e opere di Osvaldo “Schopenhauer Bagnoli”. Così recita il sottotitolo. della biografia appena rieditata da Ultra Sport, che consigliamo come lettura in primis a tutti gli allenatori delle scuole calcio. Specie a quelli molto ambiziosi ma poco consapevoli che certe carriere specchiate, come quella di Bagnoli, si fanno dopo aver provato la dura e lunga gavetta, ricordando appunto a ciascuno, a cominciare dal terzino di rispettare il proprio ruolo in campo, come nella vita. Giulio Giusti ricorda che questo erede naturale, per sapienza tecnica e umana, di Nereo Rocco (Bagnoli proviene dall’antica scuola Milan) è partito da vice del Verbania per arrivare a vincere tutti i campionati, dalla C alla Serie A. Primato assoluto che l’Osvaldo condivide con pochi eletti: Gigi Radice, Tommaso Maestrelli e Luciano Spalletti. Ma Toro, Lazio e Napoli i rispettivi club scudettati dei suoi tre illustri colleghi rappresentano aree metropolitane, mentre Bagnoli rese grande una piccola realtà di provincia come Verona (250mila abitanti). Sul trono mise quella provincia in cui era cresciuto come calciatore, a partire dalla Spal del presidente Mazza in cui come compagno di squadra aveva una futura eminenza grigia della panchina, Fabio Capello. Ai tempi era “Zaso”, come gli amici chiamavano la zazzera nasuta di Bagnoli. Il suo maestro di tattica e di vita fu Bruno Arcari IV incontrato al Milan. Poi da mister amava ricordare il fantasista amuleto Giorgio Gambin allenato ai tempi del Fano, gli scudieri Cera e Piraccini nel Cesena che lo lanciò come allenatore nel calcio che conta, fino all’apoteosi dello scudetto del Verona conquistato assieme a quelli che erano e rimangono gli eterni ragazzi dell’Osvaldo. La classe operaia composta dai fidi figliocci Fontolan, Tricella, Volpati, Di Gennaro, Penzo... I talenti scartati dalla Juventus, Pierino Fanna e “Nanu” Galderisi, più i due stranieri muscolari. il crucco dalla vita da mediano, Hans-Peter Briegel e il bomber selvaggio Preben Elkiaer arrivato dalla gelida Danimarca per scaldare i tifosi dell’Hellas. «Ma ve lo ricordate il gol che Elkiaer fece alla Juve? Fugge come un cavallo sulla fascia, perde la scarpa al momento di tirare e segna, da scalzo», raccontava quel giorno l’Osvaldo con gli occhi sgranati, come se alla moviola stesse rivedendo quella rete epica di Elkiaer che a Verona dopo lo scudetto le Brigate Gialloblù lo volevano sindaco. Boniperti e l’Avvocato Agnelli non dimenticheranno mai l’offesa arrecata dal danese scalzo, anche se l’anno dopo agli ottavi di Coppa dei Campioni, in un Comunale di Torino deserto e spettrale, nella sfida a porte chiuse i bianconeri eliminarono il Verona con un 2-0 molto discusso e discutibile. «Rientriamo nello spogliatoio e a uno dei miei cade uno zoccolo in terra che rimbalza e va a infrangere la vetrata…. Qualche giornalista grida: “Dove sta la polizia?”. A me è scappato d’istinto: no guardate i “ladri” sono di là, feci indicando lo spogliatoio della Juve... Boniperti quando glie lo dissero ci rise su, tutti gli altri me l’hanno rinfacciato per anni». Oltraggio alla Vecchia Signora che pagò dopo quasi un decennio al Verona. A guardar bene il percorso netto di Bagnoli con Giusti concordiamo che “è stato un po’ l’antesignano di Gian Piero Gasperini, il quale anche lui ha vinto tutti i campionati dalla C fino all’Europa League conquistata con l’Atalanta che guida da 9 anni (gli stessi che Bagnoli ha allenato il Verona) e con cui ora gli manca solo di prendersi lo scudetto”. Come Gasperini, dopo il Verona dei miracoli, Bagnoli andò a Genova, sponda Grifone, dove entrambi vengono ricordati come condottieri leggendari. «Se avessi avuto lo stesso spogliatoio di Verona si poteva arrivare molto più in alto, ma c’erano tre-quattro elementi che a un certo punto ruppero l’armonia che si era creata», si rammaricava Bagnoli da “difensivista offensivo” quale si è sempre proclamato. Eppure quel Genoa se l’era disegnato a immagine e somiglianza dell’Hellas. “Le fasce erano presidiate da Branco e Eranio. Il centrocampo viveva sui piedi buoni di Bortolazzi e Onorati e l’attacco era vario come quello del Verona: Skuhravy e Aguilera non erano molto diversi da Elkiaer e Galderisi”, sottolinea Giusti nella biografia. E con quella squadra l’Osvaldo andò a vivere la notte magica degli “eroi di Anfield Road”: vittoria sul Liverpool, e la semifinale di Coppa Uefa, persa poi contro l’Ajax. «E lì ho commesso un errore imperdonabile... Al lunedì, prima della sfida con l’Ajax, la squadra si mise a litigare per i premi partita che il presidente Spinelli non voleva pagare. Invece di piantare i pugni sul tavolo stetti ad ascoltare i giocatori e risolsi il problema, subito. Perché? Ero già d’accordo con l’Inter e non volevo che qualcuno di loro mi dicesse: “Tu parli bene, tanto l’anno prossimo te ne vai”. Non l’avrei sopportato. La lealtà e la correttezza vengono molto prima dei soldi e del successo e questo non me l’ha insegnato il calcio, ma i miei genitori». Come Gasperini anche Bagnoli ha il suo momento di gloria, nel 1993, con la chiamata, a 57 anni, della grande Inter del presidente Pellegrini. E come Gasp cresciuto nella Juve da calciatore e tecnico delle giovanili, anche l’Osvaldo arriva alla Pinetina da “ex bianconero”. «L’Inter non era la mia squadra del cuore, da bambino tifavo Juve”. Gasperini all’Inter durò 73 giorni, Bagnoli al primo anno chiude al 2° posto in rimonta, dietro al Milan campione d’Italia, affidandosi ai contropiedi di Ruben Sosa e Totò Schillaci. Poi, alla seconda stagione mangia il panettone, ma la sconfitta con la Lazio gli costa l’esonero, a febbraio. Colpa del mercato, dell’assenza di un centravanti chiesto e non ottenuto da Pellegrini e di quell’oggetto misterioso dell’olandese molto volante in campo e che odiava volare in aereo, Dennis Bergkamp. Quando era all’Inter la casa operaia della Bovisa per lui era tornata di nuovo vicina, ma l’anima dell’ex ragazzo del Milan viveva ancora nel ricordo degli esordi con Liedholm e Schiaffino e soprattutto del suo idolo e protettore, il “Pompiere svedese”: «In casa conservo una sola foto, quella con il grande Nordhal… Mi aggregarono alla prima squadra e Nordhal da capitano aveva il compito di raccogliere la colletta per la mancia da dare ai camerieri dell’albergo. Quando venne da me e disse: “No tu no. Anzi dopo aspettami che ti devo dire una cosa”. Quando tornò mi stringe la mano lasciandomi delle banconote: “Questi sono tuoi ragazzo, fatteli bastare”. Ho capito allora che un grande campione di solito è anche un grande uomo...”. Io rileggendo le pagine del libro di Giusti e ripensando a quell’ultimo incontro con Bagnoli ho capito una volta di più la grandezza dell’uomo Osvaldo che arrivò a confidarmi della sua fede incrollabile. «Alla domenica vado sempre alla Santa Messa con mia moglie e nostra figlia Monica... Anzi tra un po’ devo andare a riprenderla al lavoro», disse alzandosi garbatamente dal tavolo e mostrando quel sorriso paterno che conoscono bene solo i suoi eterni ragazzi dell’Hellas. Aveva gli occhi lucidi del padre amorevole, quegli occhi che la sua Monica, non vedente dalla nascita, non ha mai visto, ma conosce bene l’anima grande di papà Osvaldo che salutandomi rispose alla mia ultima domanda: «Com’è il calcio di oggi? Non è malato come tutti pensano, è solo cambiato tanto, più veloce. In fondo va tutto così di fretta, come la vita del resto...». Che la terra ti sia lieve caro Osvaldo, avrebbero detto i tuoi esegeti Gianni Brera e Gianni Mura, che adesso possono riabbracciare il loro amato “Schopenhauer della Bovisa”.
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