Ci salverà l'inquietudine

Comunità e corpi intermedi sono diventati estremamente deboli e soffrono di molte patologie. Ma un corpo intermedio si ammala quando non esorta più le persone a pensare, quando l'appartenenza non rende responsabili, ma semplicemente rassicurati
Google preferred source
June 14, 2026
Ci salverà l'inquietudine
/ ANSA
Lo sviluppo della tecnologia e, in particolare, dell'intelligenza artificiale, può favorire il bene delle persone e delle popolazioni? Oppure è destinato ad aumentare la disgregazione sociale e lo sfruttamento di alcuni su altri? La risposta dipende, in buona parte, da ciò che accade dentro le comunità e i corpi intermedi: se al loro interno sopravvive quell'inquietudine che spinge a ricercare la verità, a confrontarsi, a non accontentarsi delle risposte già pronte. Quell'inquietudine che si vive ugualmente quando si discute della pace nel mondo e quando si deve affrontare il problema dell’acqua pubblica, come accadeva nelle vecchie sezioni di partito. È questo il vero criterio di vitalità di una comunità — e la sua assenza è il segno più sicuro della sua malattia. Nell'Enciclica Magnifica humanitas, Papa Leone sostiene: «Non serve un'IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi». Ma cosa accadrà se individualismo e sfiducia continueranno a isolare le persone le une dalle altre, se le comunità non sapranno diventare luoghi in cui si ragiona insieme invece di reagire d'impulso, in cui si impara a usare gli strumenti digitali con spirito critico, in cui la sovrabbondanza di informazioni non soffoca la capacità di riflettere e di interrogarsi sul senso delle cose? Che cosa accadrà se rimarremo una “folla solitaria”?
Comunità e corpi intermedi sono diventati estremamente deboli e soffrono di molte patologie. La prima è la loro riduzione a contenitore: il corpo intermedio continua a esistere come forma, ma non come esperienza viva. Si ripetono gesti, linguaggi, appartenenze, senza che questi generino più domande. Si pensi a un circolo culturale che organizza ogni anno lo stesso convegno, con gli stessi relatori e le stesse conclusioni, senza che nessuno si chieda più che cosa stia accadendo davvero nel quartiere, tra i giovani, nel mondo del lavoro. La struttura resta in piedi, ma l'origine che l'ha generata non opera più. La seconda patologia è la riduzione corporativa. Il gruppo non è più un luogo che apre la persona alla società, ma uno spazio chiuso che difende il proprio particolare. Invece di contrastare l'individualismo, lo riproduce in forma collettiva. Accade quando, ad esempio, una categoria professionale difende solo il proprio vantaggio, anche contro l'interesse generale; o quando un sindacato che difende i lavoratori smette di interrogarsi sul senso del lavoro e sulla dignità della persona e non si domanda se la rivendicazione è legittima rispetto al bene comune. Il corpo intermedio, nato per generare legami, diventa così una fortezza chiusa.
A questo si collega una riduzione settaria, ideologica o fondamentalista. L'appartenenza non è più occasione di responsabilità, ma un rifugio identitario. Si sta insieme per confermare ciò che già si pensa, non per lasciarsi provocare dalla realtà e dagli altri. La realtà viene semplificata in schemi rigidi: amici e nemici, buoni e cattivi, fedeli e traditori. Un'associazione impegnata per una causa giusta può diventare fondamentalista quando non accetta più la complessità delle situazioni e giudica le persone solo in base alla loro adesione totale alla causa. Può affermarsi così la logica del consenso immediato: soluzioni facili, rifiuto di un confronto autentico, bisogno di un capo da esaltare e poi, spesso, da distruggere. Si pensi ai partiti dove non si discute più, non si fanno più congressi, non si decidono più democraticamente i leader e i candidati locali e nazionali. Le persone non crescono più libere, ma fragili e dipendenti. C'è infine una riduzione nostalgica, forse meno appariscente ma altrettanto pericolosa. Il corpo intermedio vive soltanto del proprio passato. Ripete parole, simboli, gesti, forme organizzative, senza sapersi confrontare con i cambiamenti. Una cooperativa nata per rispondere a bisogni reali può diventare nostalgica quando celebra la propria storia, ma non intercetta più le nuove povertà. La fedeltà diventa ripetizione, non giudizio sul presente. Tutti questi atteggiamenti generano sospetto verso l'esterno, verso gli altri corpi intermedi e verso le istituzioni. Gli altri, invece di essere parte di un popolo che persegue il bene comune, sono nemici perché la pensano diversamente, perché sono rivali nell'ottenere prebende e privilegi. Un corpo intermedio vivo, invece, non teme altri corpi intermedi: li desidera, perché sa che senza paragone anche il proprio pensiero e la propria esperienza si impoveriscono e senza un concerto di diversità non si costruisce il bene di un popolo. Per questo la crisi di comunità e corpi intermedi non può essere attribuita solo a cause esterne. Un corpo intermedio si ammala quando non esorta più le persone a pensare, quando l'appartenenza non rende responsabili, ma semplicemente rassicurati. Nessun potere esterno può svuotare davvero un corpo intermedio se al suo interno sopravvive quell'inquietudine. E nessuna intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, potrà sostituirla: può accelerare, connettere, ottimizzare — ma non può generare la domanda. Quella resta affare umano, e resta affare delle comunità.
Giorgio Vittadini è Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire