La rivoluzione di San Francesco: una comunicazione che nasce dalla vita
Il messaggio del Santo di Assisi contro il "rumore" di fondo e l'eccesso di notizie del nostro tempo: un richiamo all’essenziale, alla verità dei gesti e alla fraternità

Il testo che segue è un’ampia parte dell’intervento che il direttore di "Avvenire", Marco Girardo, tiene domenica 14 giugno 2026 nel corso del Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari organizzato dall’Associazione culturale “Le Ali delle notizie”. Nel panel “San Francesco e la comunicazione”, al Palatenda del parco Excelsior, anche Camillo Barone, inviato di National Catholic Reporter, don Antonello Iapicca, missionario, e Greta Sclaunich, giornalista del Corriere della Sera.
Tutte le idee che hanno enormi conseguenze sono idee semplici, sosteneva a ragione Tolstoj (come sempre, o quasi, in Guerra e pace). Vale lo stesso per gli uomini? Probabilmente sì. Ne è un indicatore il succedersi delle decadi o meglio dei secoli: ci sono figure che l’oblio dei giorni consuma, ce ne sono altre che il tempo sembra invece restituire ogni volta più necessarie. Francesco d’Assisi appartiene alla seconda famiglia. Non perché sia una figura semplice da raccontare, tutt’altro. Nemmeno per quanto si è soliti proiettare su di lui – divenuto icona globale – fino a trasformarlo nel simbolo di tutto: dalla pace all’ecologia, dalla povertà alla fraternità … Anzi, proprio qui sta il rischio. Francesco è così conosciuto da poter essere addomesticato. Così citato da poter diventare quasi innocuo. E invece Francesco innocuo non lo è affatto. Non lo è stato nel suo tempo e non lo è nel nostro – cosa che qui ci interessa. Come rammentano opportunamente Luigi Mario Epicoco e Giuseppe Forlai in San Francesco prima del mito (Einaudi, 2026), Michel de Certeau insegnava come ogni scrittura sul passato sia sempre un’operazione sul presente: raccontare una figura storica, cioè, non significa semplicemente ricostruire ciò che è stato, ma mettere in gioco ciò che siamo. Ebbene, prima ancora di essere un santo “da immaginetta”, Francesco è stato un uomo di rottura. Ha rotto con il linguaggio del potere, con il codice dell’onore cavalleresco, con la logica del possesso. Ha decapitato l’idea che l’identità di una persona dipenda dalla ricchezza materiale che detiene, da ciò che mostra, da ciò che domina. Ha demolito soprattutto – questo il punto che tratteremo oggi, ed è un aspetto di straordinaria attualità – una comunicazione fondata sulla forza, sulla superiorità, sulla distanza. E lo ha fatto anzitutto con il corpo.
La forza del corpo semplice
Francesco comunica dunque con il corpo. Prima ancora di argomentare, si espone. Prima di spiegare, mostra. La spoliazione avvenuta nella primavera del 1206 (o 1207) davanti al vescovo Guido nella piazza di Assisi non è solo un gesto spirituale: è una comunicazione pubblica potentissima. Francesco si sottrae al linguaggio del denaro e della discendenza, alla lingua del padre e del patrimonio per affermare che l’uomo non coincide con ciò che possiede. Non gli servono argomenti sofisticati, gli basta il corpo nudo, consegnato, libero. Questo sposta il tema “povertà” dalla sociologia – o dalla politica – alla mistica. La povertà di san Francesco è cioè una Pratica della presenza di Dio, per dirla con il titolo di un libricino molto amato da papa Leone XIV. Nel mondo francescano, notano Epicoco e Forlai, come meravigliosamente intuì santa Chiara «la povertà (che libera, nota mia) non è un dovere, bensì un privilegio riservato ai figli». Mi tornano in mente, a proposito di esperienze liberanti, le parole dello scrittore americano Richard Ford: «L’idea che nella maggior parte delle situazioni si possa scegliere è ovviamente una bugia misericordiosa della filosofia occidentale. Lo si capisce vendendo case. Lì, gli esseri umani scelgono e poi non scelgono, scelgono e poi si pentono di aver scelto, scelgono e poi riscelgono, non vogliono scegliere, poi scelgono male e imparano a farselo piacere. La scelta di solito non è una scelta, solo l’unica alternativa che resta» (Per Sempre, Feltrinelli 2024).
In questo richiamo alla forza liberante dell’essenziale si percepisce una distanza enorme dal nostro tempo. Noi comunichiamo per addizione: aggiungiamo immagini, parole, commenti, filtri, strategie, reazioni. Francesco lo fa per sottrazione. Francesco taglia. E toglie: l’ornamento, la difesa, l’enfasi, il doppio pensiero o il doppio legame di Bateson e Watzlawick. Come nelle espressioni algebriche da semplificare sui banchi della scuola media: sembrano lunghissime e complicate, impossibili; poi si toglie, si toglie e arriva all’essenziale, resta un solo numero. Lezione da imparare, pochi dubbi, anche per chi fa informazione. Nel nostro ecosistema digitale la comunicazione tende infatti a diventare prestazione continua. Bisogna esserci, reagire, occupare il flusso, guadagnare visibilità e attenzione. Ma l’eccesso di comunicazione non genera automaticamente relazione. Anzi, può produrre il contrario, generare rumore, stanchezza, assuefazione. San Francesco ricorda che la forza comunicativa nasce quando la parola corrisponde alla vita. Quando il segno non è costruito ma incarnato. Ancora il corpo di san Francesco, uomo di frontiera nel suo tempo – ponte tra Medioevo e modernità, tra Chiesa e mondo diceva Jacques Le Goff – e santo di frontiera oggi, nel nostro travagliato, eterno presente digitale. Scrive papa Leone nella Magnifica humanitas: «Le cosiddette intelligenze artificiali non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità … Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore».
Il pensiero contemplativo e il cosmo
C’è poi un secondo livello, più profondo. Francesco comunica perché vede diversamente. Il suo non è solo un linguaggio nuovo: è uno sguardo nuovo. E questo sguardo nasce da una radice mistica, contemplativa. Il mistico non è colui che fugge dal mondo. È colui che lo vede nella sua profondità. Non si arresta in superficie, non riduce la realtà alla sua utilità immediata. E non considera il creato come un deposito di materiali da consumare. A ciò si deve probabilmente il “successo” di san Francesco anche presso altre culture e religioni. Francesco il Papa, nella sua visita in Myanmar, in un discorso tenuto nel novembre 2017 a Yangon, presso il Kaba Aye Centre, paragonò il Santo di Assisi al Buddha. E accostò un detto del Buddha a un pensiero di san Francesco: «Sconfiggi la rabbia con la non-rabbia, sconfiggi il malvagio con la bontà, sconfiggi l’avaro con la generosità, sconfiggi il menzognero con la verità» (Dhammapada, XVII, 223). Il Santo di Assisi: «Signore, fammi strumento della tua pace. Dov’è odio che io porti l’amore, dov’è offesa che io porti il perdono, […] dove ci sono le tenebre che io porti la luce, dov’è tristezza che io porti la gioia» (Preghiera semplice).
Il Cantico delle creature, nota padre Guidalberto Bormolini, è forse il vertice di questa comunicazione (Vivere il Cantico delle creature, con Davide Rondoni, Edizioni Messaggero di Padova, 2024). Il Cantico, «uno dei testi più preziosi del nostro Occidente mistico», non è soltanto una poesia religiosa. È una grammatica della relazione. Sole, luna, vento, acqua, fuoco, terra, perfino morte: tutto viene nominato come fratello o sorella. In questa lingua non c’è possesso, non c’è dominio, non c’è sfruttamento. C’è parentela. E la parentela cambia il modo di abitare il mondo. Oggi diremmo che Francesco anticipa una visione di ecologia integrale. Ma dobbiamo stare attenti a non tradurlo troppo rapidamente nelle nostre categorie. San Francesco non ama il creato perché ha una sensibilità ambientalista in senso moderno. Lo ama perché lo riconosce come segno, come dono, come luogo di lode. Il mondo non è muto. Parla. E l’uomo non è il padrone solitario della scena, ma una creatura tra le creature, chiamata a custodire. Questa è una comunicazione cosmica nel senso più alto. Francesco d’Assisi rimette in relazione ciò che dalla modernità occidentale si tende a separare: l’uomo e la natura, il corpo e lo spirito, la lode e la responsabilità, la bellezza e la cura. Dove noi intercettiamo risorse, Francesco vede fratelli e sorelle. Dove noi misuriamo prestazioni, Francesco ascolta un canto. Dove noi accumuliamo dati, Francesco riconosce un ordine più grande e nel quale ogni creatura ha un posto. «Tutto l’universo obbedisce all’amore», cantava Franco Battiato insieme a Carmen Consoli.
Fragilità, limite, umanità come linguaggio
Il terzo elemento prezioso del linguaggio di Francesco d’Assisi è quello legato alla fragilità e al limite – tema a cui è dedicato uno dei paragrafi centrali e più belli della Magnifica humanitas. Francesco, si diceva, non comunica da una posizione di forza, comunica partendo da una vita ferita: la malattia, il dolore, la povertà, la cecità progressiva, le stigmate, il corpo consumato. Tutto questo non è un dettaglio biografico, è parte integrante del messaggio. Francesco il Santo non supera il limite cancellandolo, lo abita come si fa con il dolore nella meditazione. E così lo trasforma in luogo di verità. La grande tentazione contemporanea, afferma Leone XIV nell’enciclica, è pensare all’opposto l’umano come qualcosa da ottimizzare indefinitamente: più veloce, più efficiente, più performante. E quindi più controllabile. La fragilità diventa in questo modo un errore da correggere, il limite una vergogna da nascondere e la dipendenza dagli altri una debolezza. Francesco rovescia proprio questo schema: non perché ami la sofferenza in sé o perché idealizzi la miseria, ma perché comprende che l’uomo non si salva diventando invulnerabile. Si salva – semplicemente – riconoscendosi creatura. In tal senso san Francesco è un grande comunicatore dell’umano perché non censura ciò che nell’umano è fragile. Comunica cioè l’uomo riconciliato con il proprio limite, e proprio per questo capace di relazione. Perché solo chi accetta di non bastare a sé stesso può davvero incontrare l’altro. Solo chi non trasforma la propria forza in dominio può fare spazio a una fraternità reale.
Una parola per il giornalismo
E allora che cosa può dire Francesco a chi oggi lavora con le parole, con le notizie e la comunicazione pubblica? Credo anzitutto questo: che comunicare non significa soltanto trasmettere contenuti, ma custodire una relazione con la realtà e con gli altri. Lo diciamo spesso, ad Avvenire: per noi l’informazione è anche relazione. Il giornalismo, quando è fedele alla sua vocazione, è prima di tutto un responsabile esercizio di attenzione. Il giornalismo sceglie, verifica, ordina e restituisce contesto. Prova a non cedere alla semplificazione, alla paura, alla polarizzazione. In un certo senso, anche il giornalismo ha bisogno di povertà francescana: meno ansia di apparire, più responsabilità nel vedere; meno accumulo di parole, più ricerca della parola giusta; meno dominio sull’attenzione altrui, più servizio alla comprensione comune. Il paragrafo 137 della Magnifica humanitas si intitola “Per un’ecologia della comunicazione”. Papa Leone insiste sulla necessità di promuovere un’ecologia della comunicazione. Poi precisa: «Sul versante delle regole pubbliche, ciò significa stabilire norme che rendono più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali; sul versante sociale e culturale, invece, implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata». In fondo san Francesco testimonia proprio questo, e cioè che la parola più credibile è quella che nasce da uno sguardo pacificato, da un corpo esposto, dalla vita non separata da quanto dice. Autenticità e autorevolezza. No: autenticità è autorevolezza. Forse è proprio questa la comunicazione e soprattutto l’informazione di cui abbiamo più bisogno: non più potente, ma più umana. Una comunicazione pubblica capace di riconoscere nel mondo non un campo di battaglia permanente ma una casa fragile, abitata da creature sorelle, piena di parole «disarmate e disarmanti» (copyright Leone), ancora in grado di costruire pace.
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