Cosa c’entra l'enciclica Magnifica humanitas con la famiglia?

L’Intelligenza artificiale cambierà le nostre case prima ancora delle nostre città. Ecco perché, secondo la lezione di papa Leone, la sfida decisiva si gioca nelle famiglie. Attrezziamoci
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June 6, 2026
Tutto perfetto e tutto finto: una foto di una madre e di un figlio creata dall'Intelligenza artificiale
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Si può leggere la prima enciclica di papa Leone in chiave familiare? Si può tentare di inserire nel dinamismo a cui il Papa accenna nel primo capitolo del documento – «Un pensiero dinamico fedele al Vangelo» – il senso e la realtà delle relazioni familiari? La Chiesa in cammino con la storia dell’umanità ha sempre avuto uno sguardo privilegiato per i nuclei familiari che sono il cuore della comunità civile e di quella ecclesiale, il motore del cambiamento, il capitale sociale che motiva lo sforzo di interrogarsi sull’esistenza e di adeguare i principi alla realtà. Proprio quello che papa Leone intende fare quando parla di tecnologia. Nella sua prospettiva non si tratta di un concetto astratto ma di una realtà con cui le persone devono confrontarsi ogni giorno. E le persone, nella maggior parte dei casi, vivono in famiglia, devono preoccuparsi del proprio rapporto di coppia, dell’educazione dei figli, del lavoro, degli anziani, del loro ruolo nella società. Devono, soprattutto, migliorare le relazioni che sono il cuore della vita familiare perché dalla qualità dei nostri rapporti in casa dipendono valori personali e sociali irrinunciabili come la libertà e la dignità della persona, di ogni persona, a cominciare da quelle più fragili. Ecco perché il Papa avvia la sua riflessione dal concetto di persona – dalla custodia della persona di fronte alla tecnologia – e dalla costruzione del bene. Parlare di persona e di bene vuol dire, se ci pensiamo bene, parlare di famiglia. E la tecnologia si può benedire se resta al servizio dell’essere umano, se contribuisce a renderci più umani, cioè più relazionali, più fraterni, più solidali, più aperti agli altri, quindi intimamente più contenti. Qual è la prima misura di questa umanità? La famiglia, naturalmente. E cosa c’è di più «umano» di una famiglia? Dove si cresce in umanità se non in famiglia? «Restare umani» – come auspica papa Leone – vuol dire anche, e forse soprattutto, vivere meglio le relazioni familiari. Se questo può avvenire anche grazie alla tecnologia, allora vuol dire che abbiamo aperto la mente a quel discernimento che ci aiuta a cogliere il meglio dell’IA, a metterne tra parentesi gli eccessi, a utilizzarla come uno strumento di straordinaria efficienza senza trasformarla in un idolo onnipotente.
Facile? Tutt’altro, ma questa attenzione che vuol dire studio e prudenza, ma anche partecipazione, anche coraggio, anche entusiasmo, fa parte da sempre di quel dinamismo che è parte irrinunciabile della realtà familiare. Una famiglia viva è quella che si apre ai contatti, alle sfide, anche alle contaminazioni, che sono allo stesso tempo rischio e opportunità. Quando, al contrario, genitori e figli alzano pesanti barriere tra sé e il mondo vuol dire che siamo sulla cattiva strada. Ogni chiusura porta con sé illusioni e tristezze. Innesca la tentazione diabolica di poter fare da sé, di non aver bisogno degli altri, di determinare in modo autonomo giudizi e azioni. Nell’isolamento il male può germogliare, anche nelle sue forme peggiori. Nella relazione di vicinanza e d’aiuto – aiutare e accettare di farsi aiutare – si può aprire la strada del bene. Non a caso il Papa ci dice che la ricerca del bene è il fondamento della dottrina sociale della Chiesa. Una serie di principi preziosi che accompagnano il dinamismo della storia, cercando di adattare i fondamenti del Vangelo al mutare della storia, della società, delle famiglie, dove i principi si fanno amore e vita nella bellezza ma anche nella fatica delle relazioni. Insomma, capire come l’IA possa contribuire a rendere migliori – o peggiori – la qualità delle relazioni umane è, ne siamo convinti, un affare di famiglia. E non possiamo evitare di rifletterne insieme. Cominciamo.

Con l’IA si può garantire meglio la dignità della persona?

Al cuore di tutta la riflessione del Papa c’è la persona creata a immagine di Dio. E l’immagine più autentica di Dio è la relazione d’amore. Non parliamo mai di un Dio solo, ma di un Dio Trinità, cioè inserito in una relazione che, se ci appare misteriosa nella sua definizione teologica alla luce della ragione, diventa simbolismo affascinante con gli occhi del cuore perché rimanda a un paradigma d’amore di cui avvertiamo profondamente il calore e la verità. Questa relazione è fondata sulla dignità di ciascuno, sulla libertà, sui diritti inviolabili di ogni persona. Ecco il punto centrale. Il valore di ogni donna e di ogni uomo non dipende dalla salute o dalla malattia, dalla provenienza geografica, al colore della pelle, dal prestigio sociale, dalla ricchezza, dalla simpatia. Ogni persona, proprio perché creata a immagine di Dio, merita attenzione, rispetto, considerazione. È proprio quello che succede – o dovrebbe succedere – in famiglia dove i piccoli, gli anziani, i disabili non dovrebbero essere messi da parte perché più fragili, più deboli, più bisognosi di cure e di attenzioni, ma custoditi e accompagnati ancora meglio.  Certo, lo sappiamo, non sempre capita così. Troppo spesso questi ragionamenti si scontrano con realtà in cui i bambini sono scelta sempre meno condivisa, i disabili e gli anziani sono affidati all’assistenza specialistica e confinati in strutture protette. Quante volte abbiamo raccontato le fatiche e i disagi dei caregivers familiari, troppo spesso lasciati soli, senza risorse adeguate, senza accompagnamento. È proprio nei casi più difficili dove si misura la nostra capacità di riservare a tutti quel rispetto e quella dignità che derivano dall’essere persona a immagine di Dio. È proprio nelle famiglie più segnate dalla sofferenza, dove le condizioni sociali e lavorative sono più precarie, che dovrebbe concretizzarsi l’impegno di tutelare la dignità della persona. Chiediamoci se, in questi casi, il contributo della IA può trasformarsi in promozione umana, se esistono applicazioni capaci di rendere meno gravosa l’assistenza domestica, se funzioni robotizzate e algoritmi pensati per programmare in modo preciso le cure di una persona disabile potrebbero rendere più agevole l’accudimento. Sarebbe facile pensarlo e, allo stesso tempo, immaginare che questo flusso di «tecnologia buona» non finisca per anestetizzare la vicinanza umana e la qualità delle relazioni. Quando questo difficile, difficilissimo equilibrio viene assicurato, potremmo quasi arrivare a dire che la tecnologia si trasforma in un contributo prezioso per garantire meglio la dignità della persona e il rispetto dovuto a tutti, senza distinzioni. Ma, in tutti i casi, attenzione e vigilanza non devono mai venire meno.

Ma cosa c’entra il bene comune con la tecnologia?

Il concetto di bene comune appartiene troppo spesso alle ipotesi dell’irrealtà. Tutti, a cominciare dai politici che ne citano spesso le conseguenze positive soprattutto quando si traducono in vantaggio per il loro partito, ne parlano e ne discettano, ma pochi sono in grado di metterne a fuoco l’autentico significato. Per non incorrere nello stesso errore, partiamo dal basso. Due esempi. Il primo semplice e concreto. Davanti a tutte le scuole, all’ora di uscita, si formano grovigli di auto in attesa. Genitori che attendono al volante, motori accesi, veicoli che si intrecciano, doppie file, clacson impazziti. Man mano che i piccoli escono si scatena la gara a chi scatta prima, perché c’è da tornare a casa in tutta fretta, perché c’è da raggiungere di nuovo l’ufficio, perché diventa fastidioso attendere a lungo in ultima posizione mentre gli altri genitori scattano via. Una baraonda che diventa un pessimo esempio di educazione al rispetto degli altri e al codice della strada. E siccome, in qualsiasi processo educativo, gli esempi e i gesti pesano un quintale più delle parole, ogni ritorno a casa rafforza nei bambini la convinzione che mettersi al volante può diventare un piccolo o grande cedimento verso l’inciviltà. Si bada al bene proprio che è quello di accelerare quanto più in fretta possibile il ritorno a casa per riprende le nostre attività quotidiane, e si mette in secondo piano il bene comune che sarebbe quello di fare ogni operazione in modo prudente anche se un po’ più lento, parcheggiare in modo ordinato anche se un po’ lontano dalla scuola, magari incentivare l’uso degli scuolabus e dei mezzi pubblici, evitare rischi all’incolumità delle persone, soprattutto dei piccoli che sostano davanti alla scuola. Insomma una scelta di ecologia integrale che diventa anche un comportamento di alto profilo educativo. La tecnologia, in questo caso, potrebbe essere utilizzata per programmare un algoritmo capace di scaglionare le uscite dei bambini, e quindi la presenza dei genitori in attesa, minuto dopo minuto, calcolando i tempi di percorrenza, le condizioni del traffico, ma anche eventuali imprevisti durante le lezioni e addirittura le condizioni meteo. Mamme e papà avrebbero così la possibilità di arrivare a scuola in tempi diversi, con intervalli ragionevoli, senza causare inutili ondate di traffico e senza far salire l’ansia oltre i livelli di guardia. Sarebbe, insomma, un prezioso contributo al bene comune.
Secondo esempio, in un ambito più delicato come quello dell’educazione al digitale. Costruire una conoscenza diffusa delle possibilità, ma anche dei rischi, connessi all’IA non può essere soltanto una scelta individuale ma, proprio per la pervasività e la penetrazione trasversale del mezzo, dovrebbe diventare un punto irrinunciabile di qualsiasi progetto educativo, qualcosa da programmare in modo concordato tra scuola e famiglia. Ma quanti sono i genitori attrezzati per affrontare questa sfida? E gli insegnanti? Esistono, come abbiamo più volte scritto, associazioni familiari che hanno scelto come obiettivo proprio l’educazione al digitale, tra cui le realtà più attrezzate e più consapevoli sono quelle che si ritrovano nel progetto dei «Patti digitali». Ma è sufficiente? Questo impegno non dovrebbe vedere in prima fila anche le istituzioni civili, a partire dalle scuole? E la comunità ecclesiale, dopo una presa di posizione così autorevole come la pubblicazione di un’enciclica, può tirarsi da parte nel momento in cui si deve trasferire in una base sempre più ampia di persone quella che papa Leone chiama coscienza generativa? Ecco perché aiutare a comprendere meglio le potenzialità ma anche i rischi del digitale di ultima generazione rappresenta una fondamentale scelta di bene comune da cui nessuno può sentirsi escluso.

Possibile usare la tecnologia per rafforzare i legami e non per indebolirli?

Tutti gli altri principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa – solidarietà, sussidiarietà, partecipazione, giustizia – sono altrettanti valori che nascono in famiglia e di cui la famiglia dovrebbe rappresentare una piccola scuola di base. Nel momento in cui questo paradigma di valori si misura con le potenzialità dell’IA tutto si complica, a cominciare dalle contromisure che i genitori devono prendere per «disarmare» – come dice papa Leone – la supertecnologia agli occhi dei figli. Se è vero, come è vero, che uno dei compiti fondamentali dei genitori è quello di regalare ai figli le ali senza far loro perdere il senso dei legami forti e la sicurezza delle radici, questo è proprio un ambito in cui questo compito può essere messo a dura prova. Quali sono i pericoli? Facile entusiasmarsi per uno strumento che sa elaborare informazioni a velocità impressionante e dispone di banche dati pressoché infinite, tali da soddisfare anche le domande più insidiose. Ma attenzione, ci dice papa Leone – e questi aspetti non dobbiamo stancarci di ripeterli ai nostri figli – la creatività è un’altra cosa, la nostra fantasia si nutre di emozioni, di suggestioni, di affetti, di relazioni che nessuna IA potrà mai sostituire. La comunicazione umana è fondata sull’amore, sulla simpatia, sull’amicizia, caratteristiche che non sono riproducibili da una memoria artificiale per quanto potentissima. Non basta aver «letto» dieci milioni di libri per essere sapienti – come ha fatto l’IA che accumula conoscenze a ritmo insostenibile per qualsiasi cervello umano – ma bisogna operare una selezione di quello che si è imparato. È il mistero della memoria umana, che non funziona per accumulo, ma per selezione. Ed è proprio la capacità di discernimento, di comprensione degli avvenimenti, la finezza dell’analisi critica che fa la differenza. La mente più prodigiosa non è quella che ricorda tutto – Umberto Eco diceva che chi ricorda tutto è uno stupido – ma è quella che meglio riesce selezionare ciò che davvero è più utile per la propria vita. E, questa selezione, nasce dall’intelligenza, ma anche dai sentimenti più profondi, dalla nostra umanità, dal nostro desiderio e dalla nostra capacità di relazione. Qui, anche nell’approfondimento di Magnifica humanitas, torna al centro la famiglia perché è sempre papa Leone a ricordare che «la capacità di saperci prendere cura gli uni degli altri è una dimensione importante del nostro essere umani». Dove si apprende e si perfeziona questa capacità se non nell’esperienza familiare? «Leggere le fiabe a un bambino, fare compagnia a una persona anziana, rendere accogliente uno spazio, sono gesti che – sottolinea ancora l’enciclica - si vivono in ambiente familiare, ma che ci aiutano ad apprendere e a interiorizzare l’importanza della cura a livello sociale e ci allenano a riconoscere l’altro come persona degna di attenzione». La tecnologia può sostenere e agevolare la cura reciproca tra persone? Certamente, basti pensare ai tanti ausili robotizzati che possono migliorare la vita degli anziani non autosufficienti e alle tante applicazioni virtuose nell’ambito dell’assistenza domestico-sanitaria. Ma offrire strumenti che aiutano non vuol dire avere la capacità di organizzare gli eventi e neppure può significare «esautorare la libertà e il giudizio dell’essere umano, soggetto delle relazioni e responsabile delle decisioni».

Perché nel confronto tra famiglia e IA il vero pericolo è la solitudine?

Abbiamo più volte sottolineato il pericolo che nasce dalla scelta – che spesso scelta non è – di lasciare soli i ragazzi a navigare nel web. Rischio che si moltiplica all’infinito quando dall’altra parte dello schermo c’è uno strumento come lo chatbot, cioè un programma di software progettato per simulare una conversazione umana grazie appunto all’IA. I tanti giovanissimi che si lasciano coinvolgere emotivamente da questi strumenti, fino ad innamorarsene e perfino a progettare con loro piani suicidari, non fanno più notizia. Purtroppo. Sono fatti che, pur non così frequenti, ci devono comunque spingere a raddoppiare l’attenzione per meglio capire e per meglio intervenire. È faticoso, certamente, ma come opportunamente sottolinea papa Leone, c’è spesso un grande divario tra le nostre capacità di reazione e i progressi della tecnologia. Se la nostra preoccupazione è quella educativa, come non riflettere sul tema del cosiddetto «allineamento» della IA ai valori umani? Che non significa che la tecnologia possa provare emozioni e sentimenti, tantomeno che possa sviluppare una coscienza umana, per quanto il tema sia da tempo al centro del dibattito delle neuroscienze. Ma vuol dire che la raffinatezza della simulazione tecnologica è arrivata a un punto tale da imitare in modo straordinario la complessità del pensiero umano. Ora, visto che la macchina non pensa, c’è sempre qualcuno che inserisce dati e informazioni tali da costruire un «pensiero» artificiale capace di replicare, almeno per qualche aspetto, quello umano. E questo qualcuno – i programmatori che controllano e realizzano i vari progetti di IA – trasmette un «pensiero» che si richiama a determinati valori e a determinate convinzioni. Non possiamo pretendere di moralizzare la macchina, dice papa Leone, ma possiamo chiederci se non sia il caso di mettere sul tavolo la questione del codice etico a cui si richiama l’IA, ben sapendo che le forme e le possibilità di questo strumento sono molteplici. Un punto su cui noi famiglie non dovremmo arretrare di un millimetro. La tecnologia con cui dialogano i nostri figli non è mai neutra ma si richiama a un sistema di valori, generalmente quello che fa riferimento al politicamente corretto, quello cioè che le grandi società che governano la tecnologia avanzata, ritengono più condivisibile. Che valori ci sono dietro? Difficilmente realtà che hanno come prima preoccupazione il profitto si preoccupano di aspetti come il discernimento morale, la giustizia sociale o la solidarietà tra i popoli. Noi però non possiamo ignorare questi aspetti. Da qui, come auspica papa Leone, l’urgenza di una grande alleanza educativa capace di fronteggiare una realtà multiforme, potentissima, sempre in crescita. L’obiettivo è chiaro. Non lasciare che l'efficienza sostituisca la relazione, che la connessione digitale prenda il posto della comunione umana. Si tratta di un confronto difficilissimo in cui noi famiglie non possiamo essere lasciate sole. «Educare i bambini, i ragazzi e i giovani perché imparino a riconoscere le manipolazioni, a difendere la propria dignità e a rispettare quella degli altri anche negli ambienti digitali» dovrebbe rappresentare oggi un impegno collettivo allargato e condiviso, probabilmente il primo punto di un’ideale agenda del bene comune.

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