Il Delta del Po affoga: ecco le voci di chi prova a resistere
di Chiara Spallino, Rovigo
È l'area che subirà maggiormente gli effetti dell'innalzamento dell'Adriatico. Le testimonianze raccolte da Greenpeace tra chi già oggi prova a immaginare un futuro diverso

«Mia figlia vuole andare via. Io non riesco a immaginare di lasciare il Delta, nonostante il nulla cosmico. Questo posto, se lo ami, ti si attacca addosso, proprio come l’umidità». Anna lavora in una stazione di servizio a Papozze, in provincia di Rovigo. La mattina presto, oltre i vetri del bar, si vedono solo auto di passaggio, prati deserti e grandi silos gialli. I silos fanno parte di un’azienda agricola abbandonata, dove un tempo si coltivava l’erba medica. «Molti giovani - aggiunge - sono costretti a spostarsi altrove. Se vuoi creare una famiglia, di certo non vieni da queste parti». Di fronte a Papozze - sull’altra sponda del fiume Po, che qui fa da confine tra Emilia-Romagna e Veneto - si trovano Contane e la frazione Iolanda di Savoia, in provincia di Ferrara. Qui si può camminare nel punto più basso d’Italia, la Corte delle Magoghe, a -3,44 metri sotto il livello del mare. Gran parte del Delta si trova in una depressione, anche per colpa della subsidenza - ossia l’abbassamento del suolo - alimentata dalle trivellazioni portate avanti dagli anni 30 per l’estrazione del metano. A dirla tutta, l’intero paesaggio di luoghi come Contane, tra risaie e canali, è frutto dell’impronta umana sull’ambiente. Prima delle bonifiche, a dominare erano boschi e zone umide.
A causa della sua storia, il Delta è l’area che in Italia subirà di più e per prima gli effetti dell’innalzamento del livello del mare. Secondo i dati raccolti dalla Società Geografica Italiana nel rapporto Paesaggi sommersi, pubblicato lo scorso anno, a meno di un deciso taglio delle emissioni climalteranti, nel 2100 il 4,7% del territorio italiano verrebbe inondato dal mare in maniera permanente o periodica. Negli scenari emissivi peggiori, si potrebbe arrivare anche al 5,15%. Nel Delta del Po, l’acqua arriverebbe a Ferrara. In totale, 275mila persone in Veneto, tra il Polesine e Venezia, e 74mila in Emilia Romagna potrebbero trasformarsi in migranti climatici. «È fuori discussione che le cose stiano cambiando - dice il risicoltore Giorgio Uccellatori, fermo al sole davanti ai suoi magazzini a Taglio di Po - fino a una trentina d’anni fa qua non c’era bisogno di irrigare, l’azienda viveva lo stesso. Oggi chi non può acquistare attrezzature per gestire l’acqua va subito fuori mercato e deve chiudere l’attività». A insidiare il riso è il cuneo salino: il mare si alza (a causa dello scioglimento dei ghiacciai e dell’espansione termica dell’acqua), i periodi senza pioggia abbassano la portata dei fiumi e l’acqua salata risale lungo il loro corso. Durante la siccità del 2022 il sale è arrivato a 40 km dalla foce del Po, con effetti sia sui raccolti sia sui prelievi di acqua potabile.

Intanto, stanno diventando più violente le trombe d’aria, le mareggiate e le esondazioni dei corsi d’acqua secondari. Secondo calcoli dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), entro il 2100 crescerà in tutta Italia sia il numero sia l’intensità degli eventi estremi. Già nel 2024 e nel 2025 sono state necessarie evacuazioni lungo il Po, per mettere al sicuro famiglie e bestiame. «Alcune persone sono consapevoli di ciò che stiamo vivendo, mentre in altre noto incredulità nei confronti del cambiamento climatico - osserva lo scrittore Sandro Abruzzese, autore del libro “Niente da vedere. Cronache dal Polesine e altri spazi sconfinati” - ogni volta che un canale esonda si pensa che sia un caso isolato o si spera in qualche soluzione tecnica. Non sempre si percepisce la continuità del problema». Nel 2024, Abruzzese ha partecipato - insieme, tra gli altri, allo scrittore Wu Ming I - alla scrittura del manifesto “Tornare nel delta al tempo della crisi climatica”. «Il Delta è il canarino nella miniera - si legge nelle prime righe - ovvero l’area più esposta, quella a cui guardare per capire meglio gli effetti del cambiamento climatico». Secondo il manifesto, non bisogna difendere il territorio com’è oggi, ma «rinaturare» e contenere l’effetto serra. Concordano gli ambientalisti locali. «Nonostante sia evidente come cementificare e distruggere i boschi renda più violente le inondazioni - dice il giovane avvocato Marco Falciano, della Rete Giustizia Climatica di Ferrara - spesso si promuove l’impermeabilizzazione. Per rispondere alla crisi climatica bisogna invece ripristinare gli habitat». Si potrebbero così arginare anche altri impatti antropici che pesano su queste terre. «Penso al vorace consumo idrico agricolo e industriale - ricorda Roberto Guzzon, guida dell’Oasi Golena di Panarella - oppure alla contaminazione da microplastiche e pesticidi».

Secondo Michele Domeneghetti, sindaco di Corbola, sempre in provincia di Rovigo, bisognerà immaginare uno sviluppo diverso. «Lo spopolamento è costante: mancano opportunità lavorative e poli attrattivi, il sale avanza, le specie invasive minacciano pesca e acquacoltura». I numeri lo confermano: dal 2018 al 2025, la provincia di Rovigo ha perso 13mila abitanti. «Sarebbe un errore iniziare ora a rincorrere, come propongono alcuni, il turismo balneare di massa, costruendo edifici condannati a essere sommersi. Dovremmo puntare sull’ospitalità diffusa e su percorsi ciclopedonali e naturalistici».
L’altro fronte è quello delle emissioni. Proseguendo verso il mare, ci si imbatte in un luogo simbolico, teatro dello scontro tra società civile e aziende inquinanti: la ciminiera dell’ex centrale Enel di Porto Tolle, che svetta su lingue di terra, costruzioni in rovina e canneti. «La Rete dei Comitati Polesani ha sviluppato nel tempo un rapporto con Greenpeace Italia - racconta l’attivista Vanni Destro - insieme, oltre a batterci per il no alle trivellazioni, abbiamo evitato la conversione a carbone di questa centrale, oggi in disuso». Destro è anche tra i proponenti della “Giusta Causa”, la climate litigation con cui nel 2023 Greenpeace, Re Common e dodici cittadini italiani provenienti da zone a rischio hanno accusato Eni di contribuire alla crisi climatica. «Per limitare i danni sul Delta e sulle altre coste dobbiamo costringere i colossi dell’energia a rivedere le loro strategie, mentre gli Stati devono fissare obiettivi ambiziosi su riduzione delle emissioni e adattamento alla crisi climatica - spiega Federico Spadini di Greenpeace Italia - in gioco c’è la vita di migliaia di persone e la salute delle zone umide, con i loro servizi ecosistemici fondamentali». Le paludi, sempre più rare, contribuiscono infatti alla purificazione dell’acqua dolce, mentre le lagune smorzano le mareggiate. Proprio a Porto Tolle, Filippo Cacciatori le attraversa in barca, con l’ex centrale sempre all’orizzonte. Ogni tanto si ferma, per permettere a chi partecipa ai suoi tour guidati di saltare giù, fotografare gli aironi o vedere il punto in cui il Delta si apre sull’Adriatico. «Dal mio punto d’osservazione - dice, mentre inizia a farsi sera - mi accorgo che la portata del Po non segue più il ciclo normale delle stagioni. Al tempo stesso, le visite per ammirare il paesaggio e gli uccelli, qui, non conoscono crisi. È nella natura che dobbiamo cercare il nostro futuro».
Chi sono i migranti climatici?
Anche se al momento non esiste una definizione giuridica precisa, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni chiama migranti climatici quelle persone che devono lasciare la propria abitazione a causa del clima che cambia, in maniera temporanea o permanente, migrando dentro o fuori i confini nazionali. Quando si parla di questo fenomeno ci si riferisce spesso a dinamiche in atto nel sud globale; in alcune isole, come le Fiji, si è arrivati a politiche di ricollocazione pianificata, in altri territori si discute di allagamenti programmati. Tuttavia, anche in Europa esistono zone rese meno attrattive - quando non pericolose - dalla crisi climatica. Secondo i dati diffusi dall’Internal Displacement Monitoring Centre di Ginevra, tra il 2008 e il 2023 i fenomeni amplificati dalla crisi climatica - inondazioni, tempeste e incendi - hanno già spinto oltre 464mila cittadini europei a spostarsi. Il trend è in crescita e i numeri più alti si sono registrati nel 2023.
È l'Alto Adriatico la zona costiera più vulnerabile per i rischi idrogeologici
Per quanto riguarda gli effetti del cambiamento climatico, la costa più vulnerabile in Italia è l’Alto Adriatico tra Venezia e il Polesine, ma esistono anche altri punti critici che saranno colpiti dall’innalzamento del mare e dalle mareggiate, come quelle causate a gennaio 2026 dal ciclone Harry. Attingendo ai dati raccolti dalla Società Geografica Italiana nel rapporto “Paesaggi sommersi”, si possono citare il Golfo di Manfredonia in Puglia, Pisa e Grosseto in Toscana e poi Fiumicino, Ostia e Gaeta nel Lazio, oltre ad alcuni tratti della costa orientale della Sicilia e alle province di Cagliari e Oristano in Sardegna. Si avranno effetti anche nelle isole minori. In totale, si parla di 850mila residenti a rischio inondazione entro il 2100, considerando chi vive sulla costa o nelle vicinanze, al di sotto del livello del mare.
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