Trump minaccia il ritiro. Un rischio, e una spinta, per l'Europa

Bruxelles può e deve guidare l’iniziativa: aumentando le pressioni su Putin e proponendosi quale primo interlocutore al fianco dei vertici ucraini per discutere di cessate il fuoco. Con una troika — Merkel, Draghi, un esponente baltico — per avviare il confronto
May 3, 2026
Trump minaccia il ritiro. Un rischio, e una spinta, per l'Europa
Militari ucraini rientrano da una posizione in prima linea nella regione di Donetsk su un veicolo dotato di rete anti-drone /Reuters
L’annuncio-minaccia è una specialità di Donald Trump. La prima volta incute timore e può avere successo – è la super-potenza mondiale che si muove. Ma quando l’annuncio-minaccia si ripete, potrebbe significare che pure nella “strategia del pazzo” la fantasia stia venendo meno. Ed emerge più chiara la mancanza di piani realistici per uscire da guerre e scontri politico-economici. Nel 2020, durante il suo primo mandato, il presidente repubblicano propose di trasferire 12mila militari americani dalla Germania verso altri Paesi Nato o di riportarli negli Stati Uniti, perché accusava Berlino di essere “inadempiente” in merito alla spesa militare, ancora molto al di sotto dell’obiettivo del 2% sul Pil richiesto dall’Alleanza atlantica. L’iniziativa fu bloccata dal Congresso Usa e poi cancellata dal successore Joe Biden.
Secondo le previsioni attuali, nel 2027 Berlino investirà 105,8 miliardi di euro nella difesa portando al 3,1% la quota di Prodotto interno impegnata. Oggi la causa dello scontro tra Casa Bianca e Cancelleria federale è pertanto diversa. A far infuriare Trump sono state le dichiarazioni di Friedrich Merz, il quale ha parlato di un’America umiliata dall’Iran, dopo una serie di altre severe critiche alle scelte statunitensi. L’esito sarà lo stesso di sei anni fa? Non lo possiamo sapere. Ma è certo che il frangente è molto diverso. La Russia di Putin ha invaso l’Ucraina e, soprattutto secondo i Paesi confinanti, vi sono timori che possa in futuro provare ad allargare la propria espansione imperialista verso territori dello spazio post-sovietico, a partire dai Paesi baltici e dalla Moldavia. Siamo nel mezzo di una gravissima crisi in Medio Oriente che, oltre a portare lutti e distruzioni, sta anche mettendo a dura prova la catena di approvvigionamento dell’energia per vaste aree del mondo. L’intero pianeta si sta armando sempre di più in un quadro di forte logoramento del diritto internazionale e delle organizzazioni sovranazionali. Indebolire un quadrante chiave, che per decenni è stato il cuore della postura difensiva occidentale contro il Patto di Varsavia, assume quindi un rilievo e una portata speciali. In Germania, è vero, ci sono quasi 40mila soldati a stelle e strisce; in ogni caso, la mossa potrà essere recepita come un ulteriore segnale di sganciamento della Casa Bianca dallo scenario europeo.
È probabile che la prima ripercussione si abbia sul fronte ucraino. Mentre Trump, tentando un estenuante e per ora fallimentare approccio dialogico con Vladimir Putin, ha fortemente ridotto l’appoggio a Volodymyr Zelensky, l’Europa ha di fatto preso su di sé il maggiore peso della resistenza di Kiev. Oltre a fornire i propri, acquista armamenti da Washington e li gira all’Ucraina; ha finalmente sbloccato il maxi-prestito di 90 miliardi per il biennio 2026-2027, essenziale alla tenuta dello Stato sotto attacco russo, e prova a stringere il Cremlino nel recinto di nuove sanzioni, laddove gli Usa hanno temporaneamente allentato le proprie giustificando la decisione con il blocco dello stretto di Hormuz. Per compiacere il suo interlocutore d’oltreoceano con concessioni di facciata, il capo del Cremlino ha offerto una breve tregua legata al 9 maggio, anniversario della Vittoria dell’Urss nella Seconda guerra mondiale. Ogni giorno senza fuoco né vittime è un buon giorno, eppure non sarà questo a modificare la situazione.
Sul terreno la situazione tragica è grossomodo questa: Russia all’attacco, Ucraina sulla difensiva, ma senza collasso del fronte. Mosca concentra gli sforzi soprattutto nel Donetsk, in particolare verso Kostiantynivka e Pokrovsk, cercando di indebolire il sistema di città fortificate che protegge Sloviansk e Kramatorsk. Il conflitto resta sanguinoso sulla prima linea, che pure è sempre più popolata di droni, robot e sistemi di controllo a distanza degli attacchi da sferrare. Le città ucraine si trovano sotto i costanti raid dal cielo, che non risparmiano obiettivi civili e mettono di continuo alla prova la popolazione, capace però di resistere stoicamente a un inverno vissuto al gelo. Kiev controbatte con la capacità via via incrementata di colpire in profondità nel territorio nemico, bersagliando raffinerie, terminal petroliferi, basi aeree, porti, depositi e infrastrutture energetiche, diventati ormai obiettivi sistematici. Il Cremlino accusa il colpo, stringe la censura, cerca forze fresche da gettare nella mischia (agghiaccianti le testimonianze sui suicidi dei soldati nordcoreani mandati a combattere in una guerra che non li riguarda) e chiede soldi agli imprenditori privati. Non sembra però indebolito al punto da riconoscere di avere fallito con l’operazione speciale del 24 febbraio 2022.
Bisogna allora ripetere che l’Unione europea ha il dovere e l’occasione insieme di avviare un’iniziativa diplomatica a tutto tondo che aumenti la pressione su Putin da un lato (non smettiamo di comprare il suo gas e il suo petrolio, gli permettiamo ancora di fare molte cose che potremmo impedirgli) e dall’altro proporsi quale primo interlocutore al fianco dei vertici ucraini per discutere di cessate il fuoco e di pace. Se Trump ha fatto sedere al tavolo come mediatori inesperti di cose russe il genero Jared Kushner e l’amico immobiliarista Steve Witkoff (forse perché non così interessato al successo dell'iniziativa), la Ue potrebbe schierare una troika con Angela Merkel, Mario Draghi e un leader baltico: tre profili diversissimi, uno con esperienza diretta dello Zar, uno con credibilità economico-istituzionale europea, uno portatore della memoria storica e della diffidenza dell’Est europeo verso Mosca. Può esserci una finestra in cui questa via va esplorata con determinazione, superando le divisioni interne e con coscienza della gravità del momento. Se davvero i soldati americani cominciassero a partire, Putin verrebbe rafforzato e probabilmente indotto a non cedere su nulla. Non aiutano nemmeno, è banale sottolinearlo, coloro che invece vorrebbero tornare a comprare da Mosca e normalizzare le relazioni come se tutto fosse passato. Ma forse, con la prospettiva di perdere lo scudo Usa, ora cominceranno ad avere qualche dubbio.

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