Uno dei lasciti del viaggio del papa in Africa è il “j’accuse” contro il saccheggio delle risorse
Sul Continente si allungano «mani» che Leone XIV descrive come una «colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli»

Sull’Africa si allungano «mani» che Leone XIV descrive come una «colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli». Fenomeno «ancora più evidente oggi, rispetto ad alcuni anni fa». Mani mosse da «prepotenti interessi», spiega il Papa. Mani che «rubano» il cibo ai popoli e ne fanno un «possesso di pochi». Mani che in nome di «una speculazione connessa al bisogno di materie prime» dimenticano «esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica».
Uno dei lasciti del viaggio apostolico di Leone XIV in Africa è il “j’accuse” contro il saccheggio del continente. Il Papa non dà un nome alle «mani» – vocabolo usato nei suoi interventi – che rapinano l’Africa, ma le incontra lungo le strade, fra le città, in mezzo alla gente: le mani dei Paesi ex colonizzatori che continuano a colonizzare; quelle più politiche della Russia e della Turchia; quelle che hanno anche un ammanto religioso e si possono definire “arabe”; quelle sempre più evidenti della Cina.
Proprio con il dragone asiatico Leone XIV si incrocia più volte nella sua visita che, confida, voleva fosse il primo viaggio del pontificato: a Kilamba, ad esempio, la “città fantasma” dell’Angola costruita da Pechino in cui celebra la Messa davanti a 100mila persone; oppure appena sceso dall’aereo a Malabo, ex capitale della Guinea Equatoriale, dove viene accolto da grattacieli che nascondono hotel, sale conferenze e centri benessere “donati” dalla Cina; o ancora a Mongomo, dove prega di fronte alla patrona della Guinea, nell’ultimo lembo del Paese, che ha cambiato volto dagli anni ’90 dopo la scoperta dei giacimenti di greggio: edifici sorti dal nulla, cantieri ancora aperti, superstrade deserte che tagliano la foresta tropicale.
«C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona», è il ribaltamento della logica che propone il Papa. E nel volo di ritorno, dialogando con i giornalisti, chiede ai «Paesi ricchi» di cambiare le «relazioni con quelli più poveri»: «aiuti da parte degli Stati» influenti, ma anche «investimenti delle multinazionali» nelle nazioni, «come quelle dell’Africa», dove invece «si va per prendere». È un grido di «giustizia» quello che lancia il Pontefice: parola al centro dell’intero viaggio che ha toccato quattro Paesi. Grido e denuncia della “maledizione dell’abbondanza”, paradosso inaccettabile: petrolio e gas a profusione in Africa; sottosuolo ricco di oro, zinco, diamanti, uranio, coltan; risorse vendute ai giganti del mondo; ma la popolazione vive in condizioni di povertà, la corruzione è all’ordine del giorno, i diritti umani sono precari. Leone XIV cita papa Francesco per ribadire il “no” a un’«economia che uccide». Si rifà a Paolo VI per smascherare l’«illusione» di «una civiltà commerciale, edonistica, materialistica, che tenta ancora di spacciarsi come portatrice d’avvenire». Richiama la “Rerum novarum” di Leone XIII, il Pontefice che ha ispirato il suo nome, per dire che «oggi l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale».
Eppure, com’è accaduto in passato, c’è chi accusa il primo Papa statunitense di essere scivolato in una china pericolosa: leader politico più che “messaggero” del Vangelo. Il Signore «non ci chiama al disinteresse per il pane quotidiano», è la sua risposta dall’Africa. Ancora: «La fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli». E nel santuario mariano di Muxima, in Angola, si appella anche al Rosario che «ci impegna ad amare ogni persona con cuore materno e a spenderci per il bene gli uni degli altri». Poi alla Vergine affida il suo sogno: costruire «un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti». Sogno che chiama in causa l’intera Chiesa ma anche ogni donna e uomo di buona volontà. E soprattutto chi ha in mano le sorti delle nazioni.
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