Gli ultimi cinque giorni di vita del Grande Torino
Il 4 maggio 1949 la tragedia di Superga pone fine alle gesta sportive di una squadra divenuta leggendaria. Cosa è successo dopo lo scudetto vinto il 30 aprile giocando contro l'Inter e l'amichevole con il Benfica a Lisbona il 3 maggio

30 aprile
Milano, 30 aprile 1949: Inter-Torino, zero a zero. Sembra una partita destinata ad essere archiviata in fretta, invece, anche se in quel momento nessuno lo sa, quel pareggio diventa una una sliding door della storia dello sport. Al Torino basta non perdere per aggiudicarsi il titolo, mancano cinque giornate alla fine del campionato e i punti di vantaggio dei granata sui nerazzurri sono quattro. Un gol annullato all’Inter per fuorigioco, soprattutto una prestazione straordinaria del portiere granata Valerio Bacigalupo e il destino si compie. Il Torino mantiene il suo vantaggio in classifica e il presidente Ferruccio Novo, al termine della partita che de facto consegna il quinto Scudetto consecutivo ai granata, concede ai suoi giocatori il viaggio a Lisbona che gli avevano chiesto. Incominciano in quel momento, gli ultimi giorni del Grande Torino. Si parla spessa delle morte di quei calciatori che, come scrisse Vittorio Pozzo su Stampa Sera, «avevano mostrato a gente che per anni ha conosciuto di noi solo le cose più tristi, che per anni ci ha immaginati avviliti, prostrati, umiliati, un fresco sorriso di giovani, un alacre impegno di far bene. Si erano presentati come eletti ed esempio della nuova generazione, che riprendeva con coraggio la sua vita dal fondo ove, non per sua colpa, si è ritrovata dopo la guerra».
Il Grande Torino, nel 1949, è la scintilla di una speranza e di una felicità che si riaccendono e si manifestano con il linguaggio semplice dello sport: un padre che porta il figlio allo stadio, una radio accesa in una cucina, un nome gridato per strada. Vorrei, per una volta, provare a restare dentro a quei giorni in cui tutto era ancora futuro, dentro il tempo semplice e straordinario di uomini e atleti vivi, sani, magnifici di forza e di speranza. Tutti ricordano la loro morte, ma mai come oggi è importante parlare della loro vita ed è per questo che lo faccio coniugando i verbi al presente. Il Grande Torino parte per Lisbona non per una coppa, non per gli obblighi di un contratto di sponsorizzazione, ma per onorare un patto d’amicizia. Francisco Ferreira, capitano del Benfica e della nazionale portoghese, è a fine della carriera e quella partita serve ad aiutarlo economicamente. Vuole organizzare un match contro la miglior squadra d’Europa e ha strappato quella promessa al suo amico Valentino Mazzola, nel corso di una partita delle rispettive nazionali a Genova, due mesi prima. Oggi sembra incredibile, ma una squadra attraversa l’Europa per onorare e aiutare un amico, per dimostrare che lo sport è comunità, oltre che competizione. L’Italia del 1949 sta imparando di nuovo a respirare. Così come Coppi e Bartali respirano l’amore dei loro tifosi sulle strade polverose del Giro e diventano padri costituenti di una nuova idea di patria, anche gli stadi sono pieni di folle che cercano ossigeno per riconoscersi in qualcosa che non sia più lutto, fame, paura. Quell’ossigeno è il calcio e il Torino il suo interprete. Gli antichi avrebbero parlato di kalokagathia, un mix armonico di bellezza fisica e virtù morali e intellettuali; i torinesi, in generale gli italiani, più semplicemente dicevano «Toro».
1 Maggio
Bisogna immaginarli, quei giorni. Perché il racconto, quando si conosce il finale, diventa crudele. Ogni gesto pare un presagio, ogni parola sembra scritta per essere riletta dopo, ma loro non sanno; per fortuna, non sanno. Sono giovani atleti che salgono su un aereo, scherzano, guardano dal finestrino, parlano della partita precedente e di quella successiva, pensano ai figli, alle mogli, agli amici. La vita, quando è viva, non sa di essere di fronte a un’ultima volta. Valentino Mazzola è un uomo di trent’anni, moderno in campo e fuori, capace di sentire il cambiamento prima degli altri. È il Capitano che arrotola le maniche quando la squadra è in difficoltà, il segnale di inizio del «quarto d’ora granata», il momento in cui le cose si mettono a posto, proprio come fa la gente quando deve mettersi al lavoro. È la grammatica di quegli anni: è appena finita una guerra, bisogna ricostruire un Paese nelle infrastrutture e nello spirito, l’unica cosa utile è tirarsi su le maniche. Il 1° maggio il Torino decolla da Linate verso Lisbona. Il volo a bordo del trimotore Fiat G.212 è tutt’altro che confortevole. Luigi Cavallero, sulle pagine de La Stampa, lo racconta come un «viaggio periglioso, tra raffiche di vento e ondate di pioviggini»: parole che restituiscono non solo la fatica del tragitto, ma anche una certa inquietudine. È previsto uno scalo a Barcellona, e lì si attraversa un’altra sliding door. La comitiva granata incrocia quella del Milan, in viaggio verso Madrid per un’amichevole contro il Real. All’aeroporto si presentano anche alcuni dirigenti dell’Espanyol, con un’idea: organizzare, il 5 maggio, una partita tra Torino e Milan, a Barcellona.
2 maggio
La proposta arriva al direttore sportivo rossonero Toni Busini, ma trova il rifiuto netto del dirigente granata Egidio Agnisetta, altra sliding door. Il viaggio riprende e alle 17:00, il Torino atterra finalmente a Lisbona. Il Toro sbarca nel Portogallo del dittatore Salazar atteso la dai dirigenti del Benfica e Francisco Ferreira in persona. L’incasso di quel match, al momento del suo ritiro, che arriverà nel 1952, gli garantirà una specie di «pensione». La prima tappa a Lisbona del Torino è all’ambasciata italiana, sulla strada che scende dall’aeroporto verso la città. Poi si prosegue per il Parque Hotel Estoril, immerso nel verde, offre cure termali e uno standard di servizi lussuosi per l’epoca. La comitiva, capitan Mazzola in testa, è entusiasta della sistemazione. Si assegnano le camere, si riposa. Il 2 maggio il Torino svolge, allo stadio di Estoril, l’ultimo allenamento diretto da Ernő Egri Erbstein e Leslie Lievesley. Dopo il pranzo in hotel, rotta verso il centro di Lisbona per il ricevimento ufficiale alla Camara Municipal. Gli onori li fa il presidente del municipio, tenente colonnello Salvaçao Barreto. La stampa portoghese parla con rispetto quasi ammirato: su Mundo Deportivo si legge che il Torino ha trasformato il WM da sistema difensivo a calcio offensivo, veloce, continuo. Valentino Mazzola è il più celebre, ma il più forte, scrivono, è il terzino sinistro Virgilio Maroso, un vero «craque». Dopo l’impegno in municipio, un giro turistico per la città. A guidare giocatori e accompagnatori c’è il milanese Francesco Romanoni, juventino. Vive a Lisbona, è un tennista professionista e capitano non giocatore del Portogallo di Coppa Davis. Qualche foto, i regali da portare in Italia e una rapida visita agli impianti del Benfica. Si torna a cena al Parque Hotel Estoril, passando per Sintra con i suoi palazzi color pastello, sul mare. Altre foto, cartoline, risate.
3 maggio
Martedì 3 maggio è il giorno della partita: la squadra raggiunge l’Estádio Nacional dove la aspettano quarantamila spettatori, con tanti altri appostati sulle colline attorno. Alle 18:30 calcio d’inizio, arbitra il quotatissimo inglese Henry Pearce, il Benfica gioca in bianco per dovere di ospitalità, il Torino con la sua bellissima maglia granata con colletto bianco e schiera la formazione migliore possibile nonostante Mazzola febbricitante. Curiosamente manca proprio il «craque» Maroso, per il resto la formazione iniziale è quella che ogni tifoso del Toro, anche dopo 77 anni, conosce e recita a memoria: Bacigalupo, Ballarin, Martelli, Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.
La partita è vera, nonostante il clima disteso. L’ultimo gol del Torino lo segna Romeo Menti, su rigore all’ottantanovesimo, come se quel momento meritasse di fermare tutto e farsi vivere in slow motion. Finisce 4-3 per il Benfica. I padroni di casa si aggiudicano la «Coppa Olivetti», un trofeo messo a disposizione per l’occasione dagli stabilimenti Sida, che rappresentano l’Olivetti in terra lusitana. I quarantamila esultano, come fosse la partita della vita, solo uno se ne va imbronciato: Umberto II di Savoia, il «Re di maggio», lì in esilio. Dopo la partita, il Torino è invitato al ristorante Alvalade, è il posto in stile modernista, in mezzo al verde, in cui il Benfica festeggia i suoi successi sportivi. Alla «cena della fratellanza» partecipano autorità politiche e sportive e le squadre al completo. Tutti rigorosamente in giacca e cravatta. Discorsi di rito, con Ferreira celebratissimo, clima di grande amicizia tra i giocatori: qualcuno del Benfica chiede anche foto e autografi agli avversari più famosi, appena battuti in campo. Dopo uno scambio di omaggi, una nuova promessa da parte del club portoghese: la rivincita è fissata per il 19 giugno. Poi viene la notte. L’ultima notte. Quella che nessuno, vivendo, chiama così. Ed è qui che serve delicatezza. Non per inventare ciò che non sappiamo, ma per rispettare ciò che ogni vita contiene: una zona privata, non consegnata alla storia.
4 maggio
La sera del 3 maggio 1949 dovrebbe essere ricordata non come l’anticamera della tragedia, ma come una sera di vita. La morte ha un’orribile capacità di colonizzare tutto ciò che la precede, di cambiare retroattivamente il significato delle cose, ma se c’è un dovere della memoria, è quello di non lasciare alla morte l’ultima parola sui vivi. La mattina del 4 maggio, il Torino si muove verso l’aeroporto, ritrova ancora Francisco Ferreira, riconoscente, con un ultimo regalo per i granata: una sacca piena di tonno in latta. Abbraccia Mazzola, si danno appuntamento per il 19 giugno. Sul trimotore Fiat G212 salgono i 31 dell’andata, nella stiva entrano le bottiglie di Porto e i regali comprati per famiglie e amici. L’aereo decolla alle 9:52, a bordo si comincia a giocare a carte. Alle 13:15 lo stop a Barcellona per riempire il serbatoio. Si riparte, passaggio al radiofaro di Savona, manca mezz’ora, ma c’è un bruttissimo temporale, pioggia e vento di libeccio, l’aeroplano balla, «ok, dai, siamo arrivati!», ultimo contatto con la torre di controllo di Torino, sono le 17:02 del 4 maggio 1949, «bentornati, campioni!».
E qui ci fermiamo, un minuto prima dello schianto, perché ricordarli com’erano significa ricordarli prima del silenzio, prima di andarsene, tutti insieme, per sempre. Restiamo a quello zero a zero, alle parate di Bacigalupo che chiudono la porta del Toro all’Inter e aprono, per concessione di Novo, quella del viaggio a Lisbona, all’amicizia con Ferreira, alle maniche di Mazzola, all’ultimo rigore di Menti. Perché una squadra non diventa immortale quando muore, diventa immortale se, mentre vive, ha insegnato qualcosa. Il Grande Torino ha insegnato che lo sport può essere un linguaggio di ricostruzione e di orgoglio nazionale, ha insegnato che una città operaia, bombardata, ferita, può trovare, in undici uomini vestiti di granata, un modo per rialzare la testa e diventare il simbolo di tutti, perché nessuno si salva da solo. Ricordiamoli non come vittime, ma come uomini, atleti, padri, figli, mariti, compagni, amici, giovani capaci di far felice un Paese che aveva disperatamente bisogno di felicità. Il 4 maggio continuerà a essere il giorno del dolore granata che nessuno potrà mai lenire, ma non è giusto che la morte si prenda la loro vita. «Che la morte ti incontri vivo» è il più bell’auspicio: loro sono morti da vivi, pieni di speranze e di cose ancora da fare. C’è un modo per sentirlo chiaramente: al «Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata» c’è una teca, volutamente scoperta, con una valigetta di ferro deformata dallo schianto e ritrovata fra i resti dell’aereo: quella del massaggiatore della squadra, Ottavio Cortina. Conteneva alcune piccole ampolle di vetro, rimaste miracolosamente intatte, esposte con i loro tappi di sughero. Basta chiudere gli occhi e farsi attraversare le narici e il cuore dall’odore di canfora che ancora si sente distintamente e che serviva a massaggiare i muscoli di quei giovani campioni. Con quell’odore nel naso e nel cuore che si sentono distintamente le risate e i discorsi negli spogliatoi, la forza e la fragilità, l’orrore della guerra e la bellezza del calcio, la pura di non farcela e il coraggio, la tenacia, di un gruppo di ragazzi vivi, più che mai.
Un gruppo di ragazzi che dalle 17:04 del 4 maggio 1949 hanno fatto innamorare di loro milioni di persone che non li hanno mai visti giocare.
Chi scrive, con orgoglio e occhi lucidi, è uno dei tanti.
Un gruppo di ragazzi che dalle 17:04 del 4 maggio 1949 hanno fatto innamorare di loro milioni di persone che non li hanno mai visti giocare.
Chi scrive, con orgoglio e occhi lucidi, è uno dei tanti.
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