Zero dazi all'Africa: così la Cina sfida gli Usa sul commercio
Pechino elimina i dazi per 53 Paesi africani e si accredita come nuovo campione del libero scambio. Ma dietro l’apertura resta uno squilibrio commerciale enorme. Sullo sfondo, la corsa ai minerali critici

Aprire un mercato invece di chiuderlo: una scelta controtendenza, in tempi di nuovi protezionismi, ma che racchiude soprattutto una precisa scelta geopolitica. La Cina ha deciso di eliminare da domani, 1° maggio, i dazi su praticamente tutte le importazioni provenienti dall’Africa, offrendo accesso preferenziale a 53 Paesi del continente senza chiedere reciprocità. Un gesto che appare commerciale, ma che in realtà parla il linguaggio dell’influenza globale. Mentre da oltre un anno Donald Trump ha trasformato il commercio internazionale in una leva coercitiva, Xi Jinping si inserisce in uno spazio politico, quello dei rapporti commerciali aperti. Una mossa con cui la Cina non sta soltanto comprando rame, cobalto o petrolio africano, ma soprattutto peso strategico a livello globale.
Martedì la Commissione tariffaria del Consiglio di Stato cinese ha annunciato l’estensione del regime a dazio zero a tutti i Paesi africani con cui la Cina intrattiene relazioni diplomatiche. È la prima volta che una grande economia concede un’esenzione tariffaria totale e unilaterale all’intero continente africano. Xi lo aveva anticipato già a febbraio, durante un messaggio inviato al vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, inserendo apertamente la misura nella strategia cinese di consolidamento del proprio peso nel cosiddetto “Sud globale”. Prima di celebrare la svolta, però, conviene guardare dentro i numeri.
Il commercio sino-africano ha raggiunto nel 2025 il record di 348 miliardi di dollari. Ma il dato davvero rilevante è un altro: le esportazioni cinesi verso l’Africa sono cresciute del 25,8%, arrivando a 225 miliardi di dollari, mentre quelle africane verso la Cina sono aumentate appena del 5,4%, fermandosi a 123 miliardi. Risultato: il surplus commerciale di Pechino con l’Africa è esploso a 102 miliardi di dollari, con un salto del 65% in un solo anno. La Cina, insomma, si apre al mercato africano, ma lo fa da una posizione di forza schiacciante. Anche perché la struttura degli scambi resta quasi immutata. Sei soli capitoli doganali - combustibili minerali, minerali grezzi, rame, metalli preziosi, cobalto e semi oleosi - rappresentano circa il 90% delle esportazioni africane verso la Cina. E sei Paesi - Sudafrica, Repubblica democratica del Congo, Angola, Guinea, Zambia e Congo-Brazzaville - coprono da soli tre quarti dell’export continentale.
C’è di più: quasi il 95% delle esportazioni africane entrava già in Cina senza dazi. Petrolio greggio, rame, ferro, oro non monetario erano già esenti. In pratica, Pechino rinuncia a una quota limitata di gettito soprattutto sui prodotti agricoli africani, lasciando intatto il gigantesco squilibrio commerciale che la favorisce. Il costo economico per la Cina è contenuto, il rendimento politico enorme. I precedenti, del resto, invitano alla prudenza. Le agevolazioni tariffarie introdotte da Pechino per i Paesi meno sviluppati a metà anni Duemila produssero effetti limitati. In molti casi, gli incrementi dell’export africano furono marginali. Più che i dazi, il problema del continente era la sua debolezza industriale.
Washington, da parte sua, oggi offre all’Africa un accesso commerciale precario e condizionato. Donald Trump ha rinnovato l’accordo Agoa – il regime preferenziale per le merci di una trentina di Paesi africani - soltanto fino alla fine del 2026 e la sua amministrazione spinge apertamente per accordi basati sulla reciprocità tariffaria. Il risultato è un quadro ibrido, in cui alcune categorie di prodotti restano colpite da tariffe aggiuntive all'ingreso negli Stati Uniti, mentre altre beneficiano di esenzioni o regimi speciali. Se insomma la Cina offre stabilità, gli Stati Uniti rispondono con l’incertezza.
Il Sudafrica è il laboratorio più avanzato di questa transizione geopolitica. A febbraio Pretoria ha firmato con Pechino un nuovo accordo economico strategico che punta ad ampliare l’accesso duty-free per minerali, prodotti agricoli e tecnologie verdi sudafricane. Parallelamente, Washington minaccia di escludere il paese dall’accordo Agoa per le sue relazioni considerate troppo strette con Cina e Russia. La partita decisiva, però, riguarda i minerali critici. L’Africa possiede circa il 30% delle riserve minerarie mondiali, incluse quote decisive di cobalto, manganese, grafite e metalli del gruppo del platino. Materie indispensabili per batterie, auto elettriche, semiconduttori e transizione energetica. Ma il continente cattura appena una minima parte del valore finale generato da queste risorse, perché continua a esportarle quasi esclusivamente allo stato grezzo. Pechino lo ha capito molto prima degli occidentali. E infatti non si è limitata al commercio: ha costruito miniere, porti, corridoi logistici, raffinerie, infrastrutture energetiche. Con un obiettivo preciso: controllare le filiere strategiche del XXI secolo.
Il problema è che questa integrazione ha avuto anche un costo pesante per le economie africane. Negli ultimi vent’anni il deficit commerciale del continente con la Cina è esploso. E le importazioni di prodotti manifatturieri cinesi - elettronica, veicoli, elettrodomestici, tessile - hanno spesso schiacciato la produzione locale. Senza investimenti industriali africani, i dazi zero rischiano di accentuare ulteriormente questa dipendenza: non costruiscono catene del valore, né da soli creano manifattura e tecnologia. Quello che Pechino offre all’Africa, e in generale al Sud del mondo, è soprattutto una visione: la Cina come partner aperto, affidabile e prevedibile, in contrapposizione a un’America percepita sempre più protezionista e intermittente. Per i Paesi africani resta la necessità di usare questa apertura per costruire capacità industriale autonoma, invece di restare, ancora una volta, fornitori di materie prime dentro una partita decisa altrove.
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