La ricerca della verità e la lezione che arriva da Garlasco
La magistratura deve fare di tutto per meritarsi la fiducia e gli onori del popolo sovrano. “Garlasco” rimane un buco nero nella storia del diritto penale.

Una storia disperata. Chiara, una ragazza di 26 anni, viene massacrata in casa. È il 13 agosto 2007. Alberto, il fidanzato, ritenuto colpevole, sarà condannato. Passano gli anni, tanti, troppi. Un altro giovane, Andrea, entra in scena. L’assassino forse è lui. Dovesse essere così, avremmo tenuto in carcere un innocente. Gli italiani inorridiscono. L’Italia, come la Francia nell’affare Dreyfus, si spacca in due. Le trasmissioni televisive – non tutte della stessa qualità - si susseguono. Onore a chiunque lavora e studia per fare emergere la verità. Il caso è serio. Chiamata a dire la sua sui social, tanta gente si scatena. Alla cattura di Alberto gridava: «Assassino!». Oggi, invece, sono per Andrea gli epiteti e le maledizioni più feroci. La mente va alla Settimana Santa. Una storia disperata. Comunque vadano le cose, almeno uno dei due giovanotti sta pagando un prezzo altissimo per un delitto che non ha commesso. Deve essere devastante, per un innocente, essere stritolato in un maledetto ingranaggio legale e mediatico di questa portata. Il fiato sul collo. Si soffoca. Alle spalle di Chiara, di Alberto, di Andrea, ci sono i genitori, i familiari, gli amici, i compaesani. C’è tanta gente che si cala nei loro panni. Vite stravolte. L’unico responsabile della morte della povera Chiara è l’assassino. Già, ma chi è? Bando alle suggestioni, affidiamoci al Diritto, alla legge. Siamo un Paese civile. Vero è che la sfera di cristallo non la possiede nessuno. Vero è che anche i giudici, i giornalisti d’inchiesta, gli avvocati, i periti, gli esperti in tanti campi sono uomini e possono sbagliare. Proprio per questo, proprio perché sanno di non essere infallibili, essi devono porre attenzione massima prima di fare un’affermazione, di firmare un documento, di scrivere una condanna.
Dietro le carte ci sono le persone. Un conto è il caso, imprevedibile, l’errore umano sempre dietro l’angolo, altra cosa è la superficialità, la distrazione, le omissioni, l’orgoglio personale e professionale nel fare il proprio dovere. Non appartengo alla schiera di chi è pronto a lanciare stracci in faccia al malcapitato di turno. Non sto dalla parte di coloro che insieme all’acqua sporca buttano via anche il bambino. Una riflessione pacata, onesta e misericordiosa, però, è d’obbligo. Domanda: da questa disperata storia possiamo imparare qualcosa? Certo. La prima: nessuno dica più “la vita è solo mia e ne faccio quello che voglio io”. Non è vero. La vita è mia e non è mia, appartiene a me e anche a voi. In qualche modo, chiunque, quando ha sete, ha il diritto di bere alla mia fonte. Perciò ho il dovere di tenere sotto controllo la mia rabbia, la mia libido, il mio pessimismo; il modo di esprimermi, di guidare, d’ insegnare, predicare. All’origine di un villaggio che brucia c’è sempre una minuscola scintilla. Il devastante incendio del locale di Crans-Montana è un rimprovero e un monito per tutti. Custodiamoci. Ripetiamo a noi stessi e ai nostri bambini: «Tutto ciò che pretendo in più per me e non mi spetta lo sto rubando a te». Questo elementare principio vale per le cose, i sentimenti, le professioni, le corruzioni, la politica, le raccomandazioni, le sentenze in tribunale, in confessionale, in televisione, sui giornali. Adesso non ci resta che fare silenzio. Diciamolo senza giri di parole: siamo in un angosciante guazzabuglio. Non vorrei essere nei panni di nessuno dei protagonisti di questa storia disperata. Purtroppo, anche nei confronti dei genitori di Chiara, vengono lanciate offese gratuite e senza pietà. A loro, invece, vogliamo continuare a essere vicini con affetto. Venga a galla la verità. Il clima si è fatto velenoso. Il 28 settembre dell’anno scorso, durante la Messa dei bambini, un tizio che ben conosco, fingendo di voler ricevere la santa Comunione, arrivò all’Altare e mi consegnò un proiettile avvolto in un foglio di giornale. Un avvertimento? Un’intimidazione camorristica? Non lo so, lo stabiliranno i giudici. La settimana scorsa sono stato chiamato a testimoniare in tribunale. Tremavo. Non dalla paura, ma dalla preoccupazione di poter dire una sola parola che non corrispondesse al vero e potesse, di conseguenza, appesantire la situazione dell’imputato. Parlavo sotto giuramento, ma, prima ancora, davanti alla mia coscienza. Guai se gli italiani dovessero perdere la fiducia nella magistratura. Sarebbe un danno enorme. La magistratura, però, deve fare di tutto per meritarsi la fiducia e gli onori del popolo sovrano. “Garlasco” rimane un buco nero nella storia del diritto penale. Che non accada più. Cerchiamo almeno di imparare qualcosa per il futuro. Una delle prime lezioni da fare nostra da questa lacerante cattedra è l’esercizio dell’umiltà. Bando alle ideologie, alle superficialità, agli orgogli professionali o di casta. Chi ha sbagliato chieda perdono e paghi per gli errori commessi. Intanto, rimaniamo uniti nella ricerca della verità, senza farci e fare ulteriormente male.
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