La scossa, i morti, i volontari, la ricostruzione: il Friuli ricorda il terremoto 50 anni dopo

di Paolo Viana, inviato a Gemona del Friuli (Ud)
Con una magnitudo di 6.5 punti Richter il 6 maggio il sisma del 1976 è stato il quinto evento sismico più forte della storia d’Italia. La scossa fu avvertita in tutto il Nord Italia e provocò oltre 990 morti
May 4, 2026
La scossa, i morti, i volontari, la ricostruzione: il Friuli ricorda il terremoto 50 anni dopo
Militari dell'Esercito al lavoro nelle zone colpite dal terremoto in Friuli Venezia Giulia del 6 maggio 1976. ANSA/ US ESERCITO
Sei maggio. Ore 21. 6.6 Richter. 59 secondi. Le coordinate della paura. Quella dell’Orcolat. L’orcaccio, in lingua friulana: «Qui c era la caserma degli alpini, uomini forti di fronte ad allucinanti rovine» scrisse Il Messaggero Veneto il 9 maggio. Ma il terremoto del 1976 non fu solo quella scossa devastante, avvertita in tutto il Nord Italia e incisa per sempre nella memoria collettiva. Prima di tutto, perché ve ne furono altre due, che a metà settembre “completarono” l’opera. Bilancio finale: 990 morti e oltre centomila sfollati, 45 Comuni “rasi al suolo” nelle province di Udine, Pordenone e Gorizia. Danni una ventina di miliardi di euro, a valori attuali. Sabato, a Gemona, la Caritas ha ricordato quei giorni di cinquant’anni fa. La mobilitazione di migliaia di volontari da tutta Italia. E ieri, domenica, il motto della ricostruzione, «il Friûl al ringracie e nol dismentee» - il Friuli ringrazia e non dimentica - è tornato a vivere nella Messa con il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei. Il 6 maggio, arriveranno Mattarella e Meloni.
Giuseppe Zamberletti a colloquio con alcuni militari e a destra Alessandro Giorni, allora capo dei Vigili del Fuoco / Esercito italiano
Giuseppe Zamberletti a colloquio con alcuni militari e a destra Alessandro Giorni, allora capo dei Vigili del Fuoco / Esercito italiano
Il centro di documentazione audiovisiva allestito nella centralissima via Bini ricorda «il Duomo come uno scheletro su una città piena di morti e rovine». A tempo di record si ricostruirono le fabbriche, le case e, infine, le chiese. Santa Maria Assunta riaprì nell’86. «Gemona in pochi anni è ridiventata una città come le altre – è stato detto – ma più umana, perché non può dimenticare i morti». Il convegno della Caritas ha celebrato quella resilienza “più umana” che chiamarono “modello Friuli”. Una delle figure emblematiche fu monsignor Alfredo Battisti. Coniò l’espressione «invasione di solidarietà». L’attuale arcivescovo di Udine, Riccardo Lamba, auspica che «a sostenere le sfide future della società civile possano essere ancora i valori della solidarietà, della capacità di adattamento e della responsabilità di ognuno, oltre al senso di appartenenza a un territorio ricco di tradizioni culturali». Il direttore della Caritas udinese, don Luigi Gloazzo, testimonia che «Nol è mai un mâl che nol sedi ancje un ben», cioè “non c’è un male cui non segua anche del bene”. Il sisma portò alla nascita della Caritas diocesana, che fu il fermento di altre iniziative. «Anch’io sono figlio di un centro parrocchiale nato allora. Quei valori mi guidano ancora» ha testimoniato il sindaco Roberto Revelant. Spiega Gioazzo: «Ci sono diversi modi di osservare la realtà. Il primo si concentra sul passato, il secondo su ciò che è nato da un evento – quasi come da un parto doloroso – ed è cresciuto silenziosamente, alimentando la Speranza». La nascita della Caritas diocesana è stata dunque questa «risposta più umana, spirituale ed ecclesiale che ha “reso concreta, storica” la Speranza, attivando i percorsi di animazione delle comunità nel servizio della carità; nell’accoglienza del volontariato italiano (scout), ecclesiale (gemellaggi tra diocesi) e nell’individuare successivamente il compito istituzionale della sua formazione; nell’attivarsi nelle emergenze nazionali ed internazionali; nell’interfacciarsi con la società civile per leggere e contrastare le cause delle povertà presenti sul territorio locale e nazionale; nell’assumersi il compito di educare le comunità all’ascolto; nel fare la scelta degli ultimi».
Una donna davanti alle macerie della propria abitazione / Esercito italiano
Una donna davanti alle macerie della propria abitazione / Esercito italiano
Di quella rinascita, restano le opere e una storia scritta nelle rughe di chi l’ha vissuta, come Roberto Rambaldi, già vicedirettore di Caritas italiana. È stato obiettore di coscienza e volontario tra le macerie. «Sentire la terra tremare sotto i tuoi piedi e aver paura con gli sfollati cambia anche la prospettiva del volontario – ammette – e ti viene naturale ritrovarti la sera a bere un bicchiere davanti alla tenda di un anziano che parla solo friulano e ha perso il fogolar, la casa, che è sacra per questo popolo». Il volontariato cattolico ha scritto pagine importanti del modello Friuli. Sempre con rispetto: «Anche se sei cattolico, non con tutti e non in tutte le occasioni puoi parlare di Dio, perché certe domande di fronte alla morte e alla distruzione te le fai anche tu», sottolinea Rambaldi. Il parterre di domenica era gremito di ex giovani volontari del ’76 che hanno proseguito poi a operare nel non profit; non c’è un male cui non segua anche del bene, appunto. Tuttavia, come ha spiegato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, «anche oggi troviamo i giovani nelle emergenze, ma assolto il loro compito si occupano d’altro. Tocca a noi che abbiamo fatto tesoro di alcune esperienze comunicare la bellezza di quanto abbiamo vissuto e far capire come da quel mobilitarsi nascano relazioni durature nel tempo».

La scossa del 1976

Con una magnitudo di 6.5 punti della scala Richter il 6 maggio e altre scosse a settembre il terremoto del Friuli del 1976 è stato il quinto evento sismico più forte della storia d’Italia, dopo quelli di Messina (1908), Marsica (1915), Irpinia (1980) e Vulture (1930). L’epicentro fu individuato tra Gemona e Artegna, la scossa fu avvertita in tutto il Nord Italia. Provocò oltre 990 morti e oltre 100mila sfollati. Furono rasi al suolo 45 Comuni.

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