Parla l'arcivescovo di Washington McElroy: «Così Leone XIV può unire davvero l'America»

di Elena Molinari, New York
Il cardinale nominato da Francesco nel 2022: in questo anno di pontificato Prevost ha saputo affrontare le divisioni, mettendo sempre al centro l’identità del nostro popolo. Trump? Il Papa non è contro nessuno, afferma principi
May 6, 2026
Il cardinale McElroy assieme a Leone XIV durante la Messa celebrata in San Pietro lo scorso 29 giugno per i santi Pietro e Paolo
Il cardinale McElroy assieme a Leone XIV durante la Messa celebrata in San Pietro lo scorso 29 giugno per i santi Pietro e Paolo / ALAMY
Oltre alla formazione teologica, Robert Walter McElroy ha conseguito un dottorato in scienze politiche a Stanford: una combinazione rara che lo rende particolarmente attrezzato per interpretare il rapporto tra Chiesa e potere politico. Il cardinale è stato vescovo di San Diego, al confine con il Messico e la frontiera più attraversata al mondo, prima di essere nominato da papa Francesco arcivescovo di Washington nel 2022, alla guida della diocesi più politicamente esposta degli Stati Uniti. McElroy ha spesso espresso la sua vicinanza alle priorità pastorali di Francesco: l’attenzione ai poveri, l’accoglienza dei migranti, il dialogo con le periferie. Con Leone XIV condivide anche una conoscenza personale maturata negli anni in cui Prevost guidava il Dicastero per i Vescovi e McElroy era già una voce autorevole nell’episcopato americano. Il cardinale è stato tra i tre protagonisti della famosa puntata di 60 Minutes, che ha provocato la durissima reazione di Donald Trump contro il Papa.
Eminenza, a un anno dall’elezione di papa Leone XIV, come descriverebbe il suo pontificato?
È stato un anno di forte rinnovamento e, allo stesso tempo, di continuità. Il Papa si è posto come una figura capace di unire sensibilità diverse nella Chiesa. Ha affrontato le divisioni cercando costantemente di integrare le diverse anime della Chiesa, trasformando le tensioni in cammino comune. Negli Stati Uniti questo si è visto in modo molto concreto: tra i vescovi c’era una polarizzazione evidente su temi di politica pubblica e Leone XIV ha ci aiutato a costruire una maggiore unità, sia nei contenuti sia nello stile pastorale. Già lo scorso novembre, all’assemblea plenaria della Conferenza episcopale statunitense, ho visto un livello di unità e di impegno condiviso che non ricordavo nei miei quindici anni di episcopato. Leone XIV è davvero il pastore della Chiesa universale.
Qual è lo stile che più colpisce del Papa, soprattutto agli occhi degli americani?
È uno stile profondamente pastorale, radicato nell’ascolto. Leone XIV insiste molto sulla sinodalità, sull’ascoltare tutte le voci. Il Papa ha fatto scelte molto concrete in questo senso, per esempio nelle nomine episcopali. In California, Florida e Louisiana ha scelto vescovi con esperienza diretta di migrazione o provenienti da famiglie di immigrati. Questo manda un messaggio preciso: la Chiesa americana deve riflettere la realtà del suo popolo. E questo è stato percepito chiaramente dai fedeli.
Che cosa ha cambiato avere un papa nato a Chicago?
Prima dell’elezione di Leone XIV, il Papa era per molti americani una figura lontana, rispettata ma remota. Ora è qualcuno che conosce il baseball, che è cresciuto nel Midwest, che parla con l’accento e le cadenze di casa. Gli americani lo sentono vicino in modo viscerale. Lo vedono come uno di loro. E questo ha aperto porte che erano chiuse da tempo: le conversioni sono in aumento, le chiese stanno registrando nuovi fedeli, giovani che non si erano mai avvicinati alla fede. Nella mia arcidiocesi di Washington stiamo vivendo un momento straordinario in questo senso.
Il Papa si è espresso su temi sensibili, come l’immigrazione e la guerra in Iran, criticando alcune scelte dell’Amministrazione Trump. Come leggere questi interventi?
Non sono interventi contro qualcuno, ma a favore di principi. Sull’immigrazione, il Papa ha ribadito la dignità delle persone, il dovere di accoglienza e protezione. Sulla guerra, ha detto che il conflitto va evitato e che la pace si costruisce attraverso la riconciliazione. Ha detto che “Dio non benedice alcun conflitto” e che il discepolo di Cristo non può stare dalla parte di chi usa la forza. È un messaggio esigente, ma coerente con il Vangelo.
Lei ha scritto parole molto nette sulla guerra in Iran. In che modo Papa Leone XIV si inserisce nella tradizione cattolica su guerra e pace?
Il Papa si inserisce pienamente nella linea degli ultimi pontificati, ma la rende ancora più esplicita. La posizione della Chiesa oggi è chiara: la guerra deve essere evitata. Leone ha richiamato una tradizione che va da Giovanni XXIII con la Pacem in Terris – “è difficile immaginare la guerra come strumento di giustizia” – fino a Francesco con la Fratelli tutti, dove si afferma che non possiamo più considerare la guerra una soluzione. Nel caso dell’Iran, il Papa ha insistito su due punti: la cessazione permanente delle ostilità e la costruzione delle condizioni per una pace stabile. Questo significa anche conversione dei cuori, non solo accordi politici. E significa ricordare che le condizioni della dottrina della guerra giusta – danno grave e certo, ultima risorsa, proporzionalità – sono estremamente difficili da soddisfare oggi, in un contesto di armi che possono distruggere intere popolazioni.
Come ha reagito agli attacchi di Donald Trump contro il Papa?
Li ho trovati molto preoccupanti e, francamente, dolorosi. Non tanto per il Papa in sé, che non ha bisogno di difese, ma per quello che dicono del clima in cui viviamo. Siamo in un’epoca di forte polarizzazione e di deterioramento del linguaggio pubblico. Quando si attacca una figura religiosa con toni così aggressivi, si contribuisce a una spirale che rende il dialogo sempre più difficile. Il Papa non è un attore politico: le sue parole possono essere discusse, ma il modo in cui le discutiamo conta. E oggi vediamo spesso un livello di aggressività che non aiuta la vita democratica.
Quali segnali vede per il futuro di questo pontificato e nel modo in cui Leone XIV parla agli americani?
Il segnale più importante è che il Papa riesce a parlare a persone molto diverse tra loro e che lo fa toccando questioni fondamentali: dignità, giustizia, pace, comunità. In un Paese come gli Stati Uniti, dove la polarizzazione è molto forte, questo è essenziale. Leone propone orientamenti morali. E lo fa con un linguaggio che gli americani riconoscono come autentico, perché nasce dalla loro stessa esperienza. Credo che questa sia la sua forza. In un tempo di tensioni, è un contributo che può avere effetti profondi, anche se non immediatamente visibili.

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