Le donne vivono la fede in modo diverso dagli uomini. Perché è una ricchezza per la Chiesa

di Chiara Vitali, inviata a Torino
Hanno una grande religiosità e sono protagoniste nella trasmissione dei valori cristiani ai più piccoli, eppure stanno attraversando una stagione di allontanamento dalla comunità, specialmente a livello giovanile: il mondo femminile e il suo rapporto con la religione è stato al centro di un recente convegno svoltosi all'Università di Torino
May 6, 2026
Le donne vivono la fede in modo diverso dagli uomini. Perché è una ricchezza per la Chiesa
Due persone entrano in una chiesa e si siedono ai banchi. Cercano il silenzio, si ritagliano momenti di preghiera, curano la propria fede. La dimensione religiosa per loro è preziosa. Eppure, la loro esperienza è molto diversa perché tra loro c’è una differenza fondamentale: uno è un uomo, l’altra è una donna.
Che la fede venga vissuta in modo molto diverso in base al genere non è una consapevolezza diffusa. Spesso si ragiona sulle diversità dei ruoli nella Chiesa, sulle gerarchie di potere e su meccanismi che storicamente hanno escluso le donne. Ma capire come questa differenza incida nel modo più intimo di vivere la propria dimensione spirituale, questo è un passaggio ancora ulteriore. «La divisione sessuale dei ruoli presente in ogni religione, che stabilisce chi può fare cosa, determina due esperienze diverse della fede», spiega Stefania Palmisano, professoressa di Sociologia delle religioni dell’università di Torino. Nelle scorse settimane un convegno nel suo Ateneo ha messo al centro questo tema, con interventi di studiose e ricercatrici. Ad ascoltare c’era una sala piena di studenti e studentesse, giovani, rappresentanti del mondo religioso. È stato un passo di un percorso più ampio, che tra le altre tappe ha visto anche la pubblicazione di un libro, Donne e religioni in Italia, di Stefania Palmisano e Alberta Giorgi. Il giorno del convegno, per prima cosa, si sono evidenziate alcune consapevolezze. «Storicamente la religione è stata presentata come un affare maschile e spesso le donne sono state trattate come cittadine di seconda classe». E questo è interessante per almeno tre motivi: uno, la trasmissione della fede è spesso un affare femminile; due, gli studi mostrano che le donne vivono una maggiore religiosità rispetto agli uomini; tre, le donne stanno lasciando la Chiesa a una velocità inedita e maggiore rispetto agli uomini, in quello che viene descritto come un vero e proprio terremoto. «Momenti di confronto su questo tema – continua Palmisano – servono anche a superare una dicotomia che sentiamo spesso nelle realtà secolari: le donne religiose come oppresse e vittime di un sistema patriarcale e le donne secolarizzate come femministe ed emancipate».
Diversi elementi aiutano a capire che cosa significhi guardare alla religiosità in una prospettiva di genere. Un nodo decisamente significativo è quello dell’interpretazione dei testi biblici. Spesso, realizzata a svantaggio delle donne. «Pensiamo al corpus paolino, interpretato per la costruzione di una subalternità di natura della donna all’uomo – spiega Adriana Valerio, teologa e storica – O al fatto che i testi biblici sottolineano che Gesù avesse scelto come suoi compagni solo uomini, come se stesse creando una Chiesa degli uomini e per gli uomini. Ma Gesù aveva anche discepole e apostole donne. Lui stesso rappresentava una novità per il suo tempo: guardava le donne come destinatarie di una comunità di eguali, fratelli e sorelle». Gli esempi sarebbero molti altri, e anche le radici e le motivazioni storiche. «Abbiamo due possibilità – rimarca Valerio – O la Bibbia è contro le donne, e allora dobbiamo scappare, o c’è stata una cattiva interpretazione: e allora le Scritture vanno rilette, altrimenti il messaggio non è di salvezza ma di condanna».
Già secoli fa ci furono donne che diedero riletture dei testi sacri che miravano a valorizzare il contributo femminile. A ricordare alcuni nomi è Erminia Ardissino, professoressa e autrice, che cita ad esempio Lucrezia Tornabuoni, una scrittrice del 1400 che riscrisse e valorizzò le storie di donne raccontate nella Bibbia. O Isotta Nogarola, che diede una lettura diversa del peccato originale e del ruolo di Eva. Autrici poi dimenticate.
E poi c’è un pilastro, fondamentale, su cui si deve basare la «radicale uguaglianza» tra uomo e donna, pur nelle reciproche differenze: «È il battesimo», spiega Ilaria Zuanazzi, esperta di diritto canonico. «È necessario sottolineare la reciprocità e la complementarità tra uomo e donna, e avere la consapevolezza che la comunione si verifica in dinamiche di reciproco completamento, nel rispetto della irriducibile alterità dell’altro. La relazione non è unidirezionale: nella Chiesa non è il maschile il modello assoluto». In altre parole, tra maschile e femminile non ci deve essere alcuna gerarchia, ma una complementarità tra situazioni che hanno lo stesso valore.
Per avere un quadro del contesto a cui si applicano queste riflessioni, ci sono alcuni numeri da tenere in considerazione. Paola Bignardi, pedagogista, evidenzia che entro il 2033 solo il 17% delle giovani manterrà un legame con la Chiesa. «Le donne non trovano più la proposta cristiana attraente, portano domande di grande senso e a volte non trovano una risposta». Per questo Bignardi sta lavorando a una nuova ricerca che coinvolge proprio le giovani. «Il loro modo di vivere l’esperienza religiosa è diverso rispetto ai loro pari età maschi; vogliamo capire le ragioni del loro allontanamento, o meglio, del loro impossibile avvicinamento alla comunità cristiana». La sfida che pongono i giovani è un’occasione per la Chiesa tutta: «Come si legge nel Vangelo, la proposta per tutti è di una fede che non mortifichi la vita, ma che sia amica della vita. Questo darebbe una risposta alle domande di senso e farebbe percepire la Chiesa come una casa abitabile per tutte e tutti». Alla fine del convegno, diverse persone si alzano e si avvicinano alle relatrici. Chiedono che il percorso di lettura di genere della religione possa andare avanti.

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