Perché anche i giovani e i poveri dovrebbero dire la loro sulla scelta dei vescovi
di Irene Funghi
Dai Gruppi di studio del Sinodo arrivano altre due sintesi: una dedicata alla scelta dei pastori delle diocesi e una sulla gestione delle "questioni emergenti"

I lavori dei Gruppi di studio del Sinodo proseguono e, a piccoli passi, diffondono nuove linee guida, da applicare con elasticità a seconda dei diversi contesti, per rendere la Chiesa, nel suo insieme, più sinodale e missionaria. Sono queste, quindi, le parole che guidano i due Rapporti finali diffusi ieri sulla scelta dei nuovi vescovi e sui criteri con cui affrontare i temi più controversi, che oggi si preferisce definire «emergenti». Termine che, si legge nella nota diffusa dal Gruppo di studio, rimanda «alle disposizioni e al dialogo disponibile alla “conversione relazionale”, che l’intero popolo di Dio è chiamato ad assumere» piuttosto che «alla necessità della “soluzione di un problema”».
Le nuove linee guida danno seguito alle richieste espresse nella Relazione di sintesi approvata al termine della Prima sessione della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi e, per quanto riguarda i criteri per l’elezione dei presuli – il cui Gruppo di studio, il numero 7, si occupa di Alcuni aspetti della figura e del ministero del vescovo (in particolare: criteri di selezione dei candidati all’episcopato, funzione giudiziale del vescovo, natura e svolgimento delle visite ad limina apostolorum) in prospettiva sinodale missionaria –, il nuovo iter chiederà al vescovo uscente, ai vescovi delle province ecclesiastiche, alle conferenze episcopali e ai nunzi apostolici una consultazione più ampia del popolo di Dio prima di definire quella terna di nomi che il nunzio mette nelle mani del Papa per permettergli di scegliere il candidato.
Nella pratica, ogni Chiesa dovrebbe periodicamente attuare «processi di discernimento sul proprio stato e le proprie necessità» e «in vista della sessione in cui i vescovi della provincia ecclesiastica» «sono chiamati a stendere una lista di candidati all’episcopato», «il vescovo – uscente ndr – deve convocare il Consiglio presbiterale e il Consiglio pastorale diocesano». Questi dovranno esprimere «un parere scritto sullo stato e le necessità delle diocesi» e consegnare al vescovo in busta chiusa i nomi dei sacerdoti diocesani che giudicano adatti all’episcopato (anche per diocesi diverse dalla propria), un parere sul profilo che il futuro vescovo della propria diocesi dovrebbe avere e segnalare dei nomi in proposito. Quando possibile, il documento incoraggia a convocare «anche il Capitolo cattedrale, il Consiglio diocesano per gli affari economici, la Consulta dei laici, le Unioni dei consacrati e delle consacrate, Gruppi diocesani che rappresentano istituzionalmente giovani e poveri». Il vescovo è tenuto a trasmettere quanto raccolto alla Nunziatura apostolica e a farne tesoro per il proprio e per il discernimento degli altri presuli, libero di consultare ancora altri «presbiteri, diaconi, consacrate e consacrati, laiche e laici della diocesi».
Quando la Chiesa locale diventa vacante, sarà un comitato ad hoc – formato da due sacerdoti eletti dal Consiglio presbiterale, due consacrati e due laici eletti dal Consiglio pastorale diocesano – ad interagire, assieme all’amministratore diocesano o apostolico, quando presente, con il Nunzio apostolico. Che, a sua volta, è chiamato a interpellare «non solo chierici, ma anche una quantità possibilmente equivalente di consacrate e consacrati, laiche e laici, cercando di scongiurare rischi come il clericalismo, la politicizzazione o la polarizzazione delle posizioni, influenze di tipo familiare, tribale o etnico. Tra gli informatori è bene sia presente un numero adeguato di donne e giovani, rappresentanti delle Università e Facoltà ecclesiastiche, esponenti delle aggregazioni ecclesiali, persone cui si riconoscono speciali carismi, poveri ed emarginati, membri di comunità indigene o minoranze etniche/linguistiche». Ma anche «persone che rappresentano la società civile e il mondo della cultura, come pure persone che non si professano credenti o che hanno abbandonato la pratica ecclesiale» per meglio raccogliere informazioni sulla diocesi. In più, «i fedeli devono essere informati che ad essi è sempre possibile inviare liberamente alla Nunziatura le informazioni che ritengono utili». Nuovi criteri, alla luce dei quali anche i Dicasteri della Curia romana dovrebbero «rivedere le loro procedure». E in base ai quali il lavoro di ognuno verrà valutato e monitorato.
Riguardo alle «questioni emergenti» – di cui si è occupato il Gruppo di studio numero 9 su Criteri teologici e metodologie sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti – l’invito è ad un «cambio di paradigma» fondato su «conversione relazionale», «apprendimento comune» e «trasparenza». Non solo per «risolvere i problemi», ma per disegnare «insieme la scena linguistica, simbolica e culturale entro la quale i problemi possono emergere, essere nominati ed elaborati». Avendo come faro il “principio di pastoralità”, perché la comunità cristiana arrivi insieme a discernere ciò che «contribuisce alla costruzione del bene comune». E siccome, in questo, «assume particolare rilievo la disposizione all’ascolto delle testimonianze», ne vengono rilasciate tre: due su esperienze di cristiani omosessuali (uno in Portogallo e uno negli Stati Uniti) e una sulla creazione del movimento non violento, ispiratosi ai cristiani delle origini, che in Serbia portò alla caduta di pacifica Milosevic. Senza fornire «un pronunciamento finale», ma «piste» perché le «singole comunità» si «facciano carico» «dell’impegno a riconoscere e promuovere il bene con cui Dio agisce nelle storia e nell’esperienza delle persone».
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