Corpo e affettività: i figli hanno scritto una lettera ai genitori (e alla Chiesa)
Dialogo autentico su sessualità e relazioni, testimonianze credibili di vita: al convegno nazionale Cei di Verona sono stati i giovani a rilanciare il cuore del servizio educativo e il cammino della pastorale familiare

Il compito di prendere la parola, alla fine, spetta a Pietro e Ilaria, 28 anni lui e 23 lei. Un momento cruciale, davanti alla platea di genitori, educatori e operatori della pastorale familiare di tutta Italia, riuniti a Verona da quattro giorni per un viaggio che – lo ripetono già in molti – è destinato a cambiare il modo di porsi in dialogo con i ragazzi dentro la casa che, assieme alla famiglia, è la Chiesa. Pensare che tutto è nato nella metropolitana di Londra, qualche mese fa: seduti, vicini, ci sono il direttore dell’Ufficio nazionale della pastorale giovanile Riccardo Pincerato e quello di Modena, don Simone Cornia. In quella diocesi l’impegno sul tema delle relazioni e dell’affettività, su cui l’Ufficio Famiglia si è messo al lavoro in vista del convegno nazionale, ha radici lontane: da oltre vent’anni, infatti, proprio a Modena il lavoro su corpo ed emozioni è condiviso tra pastorale giovanile e familiare, in un progetto – «Quando si ama!» – che ha abituato generazioni diverse a confrontarsi sugli stessi temi, pur partendo da linguaggi differenti, attirando ai corsi migliaia di persone. Non proprio un dettaglio, in un tempo in cui il dibattito pubblico e politico sull’educazione affettiva si accende e si irrigidisce senza trovare soluzioni percorribili e condivise, a nessun livello.
Tant’è: la Chiesa, che spesso sa essere più coraggiosa di altre istituzioni educative, decide che non si può perdere ancora tempo e quell’esperienza, quei ragazzi, li vuole in cattedra davanti agli adulti. Perché gli adulti li ascoltino. Tra la decisione e ieri, quando Pietro e Ilaria hanno preso la parola in plenaria a Verona e hanno letto la loro lettera ai genitori su cosa significhino per loro corpo, sessualità, relazione, affetti, c’è in mezzo un lavoro ambizioso di mesi che si è concretizzato in una ricerca quantitativa e qualitativa su 350 ragazzi tra i 18 e i 30 anni. Tre gli ambiti esplorati: relazioni, corporeità, rapporto con la Chiesa. Poi l’approdo alla Settimana nazionale, con quaranta giovani seduti ai tavoli di lavoro per porre interrogativi ai “grandi”, costringendoli ad ascoltare e a partecipare.
«Carissimi tutti, non sappiamo bene da dove iniziare… forse da quel momento in cui ci siamo seduti tra voi in punta di piedi, qualcuno curioso, qualcuno più titubante… non sapevamo bene cosa aspettarci, ci siamo messi in viaggio nel desiderio di condividere i nostri cinque pani e due pesci», iniziano Pietro e Ilaria. Raccontano di Leo, che ha esclamato: «Ho capito la mia bellezza da come mi guardavano, attraverso i loro occhi mi sono visto bello!». Di Chiara, che ha detto: «È stata una giornata di luce! La Chiesa vissuta così non ha barriere e pregiudizi, è una grande famiglia accogliente, dove adulti e giovani sanno dialogare, confrontarsi e scoprire vie imprevedibili per crescere insieme». Ancora di Sara: «Mi sono sentita accolta! Non dico verde speranza, ma grigia speranza… non perché la vedo grigia ma perché la speranza per andare avanti nel cammino verso il Signore mi è arrivata da chi ha i capelli grigi». Dialogando sul mondo delle relazioni, per i ragazzi è emerso che la famiglia è il focolare dove si impara l’alfabeto dell’affettività, dell’intimità, delle relazioni e della fede: «Tuttavia, siamo stati sinceri tra noi. Ci sono delle fatiche che pesano: la difficoltà nel dialogo, nel capirsi tra età diverse. A volte abbiamo sentito il peso di un divario generazionale, forse perché ci manca ancora un “vocabolario comune” per esprimere cosa abbiamo nel cuore». Ogni tanto, lo ammettono, «ci fa paura il giudizio; abbiamo spesso il “timore di non sentirci adeguati” ai vostri modelli o alle vostre aspettative. Desideriamo crescere in questo cammino di libertà e verità. In tante famiglie alcuni temi dell’affettività rimangono dei tabù su cui è difficile entrare in dialogo; è difficile, ma possibile!». I ragazzi hanno apprezzato che nei tavoli i genitori abbiano condiviso le loro fragilità, quello che è loro mancato: «Vogliamo dirvi che le vostre storie di amore sono per noi preziose, una testimonianza di come la vita, in tutte le sue pagine, possa essere donata con consapevolezza».

Rispetto al tema della corporeità, ragazzi e adulti hanno scoperto di camminare sullo stesso terreno: «Entrambi riconosciamo dialogo, fedeltà e sentimento come elementi fondamentali alla base delle nostre relazioni. Allo stesso tempo molte delle difficoltà che oggi noi incontriamo le avete percorse anche voi. Tuttavia talvolta tra generazioni non parliamo davvero, o lo facciamo con linguaggi che non comunicano: noi agiamo in base a ciò che vediamo in famiglia, nel bene o nel male. Oggi c’è poca educazione perché c’è meno presenza». Di qui la richiesta cruciale: «La distanza che percepiamo può essere colmata solo se avete il coraggio di essere trasparenti, anche sui temi più delicati, come sessualità e corporeità». È il corpo l’elemento da cui partono le emozioni e il contatto, necessari per sentire l’altro fino in fondo e donarsi reciprocamente, comprendere i momenti critici e belli della coppia, un mezzo per dialogare. E sul corpo servono testimonianze: «Vogliamo vedere la vostra umanità, non solo le vostre certezze. Vorremmo costruire con voi spazi di incontro reali, dove la fede non sia solo una dottrina, ma una apertura del cuore che tiene aperto il dialogo». Ancora: «Siamo pronti ad ascoltarvi, ma chiediamo anche a voi di essere pronti ad ascoltare noi, con la voglia di scoprire insieme cosa significa amare».
Poi le richieste alla Chiesa, a cui i ragazzi chiedono di farsi presente attraverso «persone che incarnano il Vangelo». «Molti di voi – spiega con coraggio Pietro, che è un seminarista, alla platea – più che le esperienze parrocchiali, hanno negli occhi i propri genitori come esempio di affettività e quella fedeltà vista nei nonni che, nonostante le fatiche, ha insegnato che l’amore non è un’emozione passeggera, non è una fiaba, ma una storia possibile se si ha il coraggio di prenderla sul serio. Abbiamo bisogno di questo: di una fede che non sia un’idea, ma una relazione autentica vissuta con coerenza». Lavorando nei tavoli «abbiamo ascoltato tante parole che rivelano fatiche e ferite: una certa distanza e rigidità che immobilizza; il fatto di sentirsi dire “sei troppo giovane” quando si portano i propri dubbi; o il percepire che in parrocchia certi temi siano ancora avvolti da una cultura del nascondimento. Talvolta, forse, abbiamo ereditato un linguaggio che parla di vergogna e senso di colpa, dove tutto era tabù e peccato e dove sembra di essere ancora fermi all’Antico Testamento».
Il sogno allora è quello di una Chiesa, e di una famiglia, che sia davvero quell’«ospedale da campo» di cui spesso parlava papa Francesco, capace di curare le ferite del cuore senza chiedere prima il certificato di santità: «Se il confronto di questi giorni ci ha restituito che la parrocchia spesso è più di ostacolo che di aiuto, perché non mettersi in gioco proprio a partire dai cammini ordinari che si realizzano nelle nostre comunità parrocchiali e diocesane? Abbiamo bisogno di un ascolto libero da pregiudizi, un ascolto che non dà soluzioni preconfezionate e che sappia stare con noi nelle domande». Non abbiate paura» chiedono i ragazzi. E la strada per una rivoluzione della pastorale familiare è tracciata.
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