Dall'archeologia alla pastorale: un inedito papa Pacelli

Un convegno a Roma illumina gli aspetti meno conosciuti di Pio XII, tra la passione per la storia, l'impegno diplomatico, il desiderio della cura d'anime
May 1, 2026
Dall'archeologia alla pastorale: un inedito papa Pacelli
Pio XII al quartiere San Lorenzo dopo i bombardamenti del luglio 1943
Un papa, Pio XII, che vedeva, nella sua città di nascita, Roma, la culla dell’archeologia cristiana. Ma anche un uomo e un fine diplomatico che aveva accarezzato l’idea, anche quando era un autorevole nunzio apostolico sotto Benedetto XV e Pio XI, prima di essere elevato al cardinalato nel 1929, di lasciare tutto per dedicarsi alla sola cura e dedizione delle anime come confessore, predicatore o vescovo di una diocesi. Sono alcuni degli aspetti singolari e per certi versi “inediti” che affioreranno nel corso del convegno fissato per il prossimo 4 maggio pensato per i 150 anni della nascita di Eugenio Pacelli, avvenuta il 2 marzo del 1876. L’evento, dal titolo “Eugenio Pacelli – Pio XII: tra città di Dio e città dell’uomo”, si svolgerà a Roma dalle 17, nella Sala dei Papi del convento di Santa Maria sopra Minerva. Sotto la presidenza del cardinale protodiacono Dominique Mamberti, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, interverranno Johan Icks, direttore dell’Archivio storico della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, che parlerà di “Eugenio Pacelli e i concordati”; Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani, che si soffermerà, nella sua veste di biografo del Pontefice romano sul cardinale Pacelli, segretario di Stato; monsignor Stefan Heid, rettore del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, che presenterà una relazione su “Pio XII e gli scavi sotto la confessione di San Pietro”; e il domenicano padre Fabrizio Cambi, priore del convento di Santa Maria sopra Minerva, che offrirà una panoramica su “L’Italia e i suoi patroni, santa Caterina e san Francesco, nel magistero di Pio XII”.
Il convegno di lunedì prossimo si svolgerà in prossimità di un luogo simbolo della biografia del Pastor Angelicus, la basilica di Santa Maria sopra Minerva: qui, infatti, si recò Pio XII, il 5 maggio 1940, per rendere omaggio con un celebre discorso ai due santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena da lui proclamati l’anno prima (il 18 giugno 1939) patroni d’Italia. «L’interesse e la venerazione per i due santi da parte di Pacelli – argomenta il domenicano Fabrizio Cambi – ha origini precedenti a questa proclamazione. Già in un telegramma dell’allora cardinale segretario di Stato e datato al 1934, custodito nell’archivio del nostro convento, si trovano alcuni elementi che saranno poi ripresi nel breve di proclamazione dei due santi patroni del 1939». E aggiunge a questo proposito: «Da mie ricerche condotte sui documenti del magistero pacelliano, su questo tema emerge soprattutto un rapporto tra Pio XII, Caterina da Siena e Francesco, centrato sulla loro santità. Una santità che, per entrambi, si intreccia, con l’essere italiani, proponendoli come modelli, per così dire, di cittadinanza cristiana. Come fu certamente di forte impatto simbolico fu la decisione di Pacelli di proclamarli patroni della nostra Penisola nell’imminenza dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Ne consegue da questa proclamazione una visione secondo cui essere italiani implica amare il Pontefice, difenderlo ed essere uniti a lui e, per suo tramite, al Signore Gesù Cristo».
Pio XII, oltre che per la sua fine diplomazia, sarà ricordato anche per gli scavi archeologici compiuti attorno all’altare della Confessione nella basilica di San Pietro in Vaticano, che si svolsero tra il 1940 e il 1949. «Si trattò di una scelta audace perché nessun papa prima di lui – è l’argomentazione di Stefan Heid – aveva osato farlo. Come memorabili furono le parole rivolte agli artefici di questa impresa, tra cui, monsignor Ludwig Kaas: “Non dico che dovete fare presto, ma fate bene”. Non deve impressionare che un romano di nascita, in qualità di pontefice, nutrisse il massimo interesse per lo studio della venerata tomba di Pietro. Pio XII conosceva bene l’archeologia cristiana. Addirittura, uno studioso del rango di Carlo Cecchelli ha affermato che in circostanze diverse Eugenio Pacelli, se non fosse divenuto Pio XII, per la profonda conoscenza di questa materia sarebbe potuto diventare un archeologo. Aveva un interesse personale e professionale per questa disciplina. Si verificarono così quindi le circostanze favorevoli affinché un’opera così imponente avvenisse sotto il suo pontificato». Heid annota infine un particolare: «Questo tipo di intervento, nonostante le tante critiche mosse negli anni successivi, è stato uno dei progetti più spettacolari e innovativi dell’archeologia cristiana in assoluto. La conferma di tutto questo? Che ancora oggi gli “scavi di San Pietro” possono essere visitati dai pellegrini e turisti senza che ciò comprometta la contemporanea fruizione da parte loro della Basilica sovrastante».
Ma Pacelli fu un cardinale segretario di Stato lontano dalla ribalta mondana dei riflettori e mosso da un desiderio molto intimo: quello di non volere rimanere per tutta la vita un uomo della Curia Romana. «Dalla numerosa documentazione e dai suoi carteggi privati – spiega Andrea Tornielli, autore di numerosi saggi sul Pontefice, tra cui il longseller del 2007 Pio XII. Eugenio Pacelli. Un papa sul trono di Pietro – si evince questo aspetto singolare del suo carattere. Nelle lettere rivolte al fratello come ai colloqui con il suo diretto superiore Pio XI, sogna anziché la “sacra porpora” di condurre una vita più semplice dedicata a quello che lui dice “il ministero delle anime”, ma poi obbedisce a papa Ratti e a ogni suo desiderata con il suo “eccomi qui”». Tornielli dal suo osservatorio rievoca il ruolo che ebbe l’allora cardinale Pacelli «grazie alla suo proverbiale impronta di riservatezza e alle sue correzioni scritte di suo pugno» nella stesura finale dell’enciclica di Pio XI contro i mali del nazismo, pubblicata in tedesco, Mit brennender Sorge («Con viva preoccupazione») del 1937: «Quel testo fu letto da credenti e non credenti e superò le frontiere del mondo cattolico. I protestanti per la prima volta tributarono a un documento papale riconoscimenti pubblici impensabili fino a quel momento».
Pacelli fu dunque uomo di fiducia di Pio XI, che lo volle legato pontificio nei più importanti viaggi internazionali da Budapest a Parigi, da Lourdes agli Stati Uniti. «Quelle designazioni simboleggiano la manifestazione di un apprezzamento del Pontefice brianzolo – è la riflessione finale di Tornielli – per la persona chiamata a rappresentarlo. Ma da questi viaggi si scopre anche il “Pacelli che non ti aspetti”. Come quando a Buenos Aires, secondo quanto ci testimonia la sua storica segretaria suor Pascalina Lehnert, stanco degli onori e ovazioni a lui tributate, si veste da semplice prete e si incammina in un quartiere povero della capitale argentina. Anche lì viene riconosciuto ed è subito attorniato da molta gente che vuole conversare con lui. Prima che la polizia potesse rendersi conto dell’accaduto e potesse intervenire, il legato pontificio era già amico di quella povera gente e la invitava ad adorare Gesù-Eucaristia. Voleva soltanto passeggiare un po’ in incognito, indossando un semplice abito talare nero, e aveva finito col perdersi anche lui tra la folla».

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