No alle bombe atomiche. Tutte e di tutti: è questa la posizione della Chiesa
di Enrico Lenzi
Trump ha accusato il Papa di essere favorevole al nucleare iraniano e di mettere così a rischio i cattolici. «Chi mi critica lo faccia con la verità», replica Prevost. E la verità è nelle parole dei Papi e nella dottrina sociale

«Si mettano al bando le armi nucleari e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci». Parole che appaiono quanto mai attuali, ma che hanno più di sessant’anni. A scriverle, nel paragrafo 60, è Giovanni XXIII nella sua lettera enciclica Pacem in terris. Parole chiare, che non fanno distinzioni. Parole attuali, come quelle pronunciate in diverse occasioni dallo stesso Leone XIV, come quando, ricorda don Sergio Massironi, docente di Teologia all’Università Cattolica, «nel Regina Coeli di due settimane fa il Papa, ricordando la tragedia nucleare di Chernobyl, ha auspicato che a tutti i livelli decisionali prevalgano sempre discernimento e responsabilità, perché ogni impiego dell’energia atomica sia al servizio della vita e della pace». Un auspicio che «non va letto come uno sdoganamento del nucleare civile senza problemi – avverte don Massironi –, ma mantiene una certa cautela, inserendo l’uso del nucleare all’interno di un discorso di difesa del Creato». Parole evidentemente “sfuggite” al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che martedì è tornato ad attaccare il Papa “colpevole di non sostenerlo nella sua azione militare”, dicendo che è favorevole al nucleare iraniano mettendo così in pericolo milioni di cattolici. Dichiarazioni a cui Leone XIV ha replicato invitando a poggiare le critiche sulla verità.
E la verità è che i Pontefici, spiega don Eros Monti, docente di Dottrina sociale della Chiesa presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale nella sezione di Torino, «hanno fatto sentire la propria voce contro la guerra e gli strumenti di morte sempre più potenti anche prima del 1963: si pensi a Benedetto XV che definisce “inutile strage” la Prima Guerra mondiale o che il 1° agosto 1917 invoca in un messaggio “una pace giusta e duratura”. E anche Pio XII chiese altrettanto arrivando a parlare nel radiomessaggio del Natale 1944, nel corso del Secondo conflitto mondiale, della necessità di un organismo internazionale per mantenere la pace», di fatto «mettendo in archivio il concetto di una guerra preventiva come metodo per garantire la pace».
Ma nella replica di Leone XIV a Trump, il teologo Simone Morandini, presidente del Segretariato attività ecumeniche (Sae) e direttore di Credere oggi, legge la «preoccupazione del Pontefice che sulle tematiche della guerra giusta, della pace, ci sia in gioco anche il volto di Dio. Basti pensare all’immagine in cui Trump appare come un Gesù guaritore. O la scena dei pastori delle realtà evangelicali che impongono le mani su Trump alla Casa Bianca». Del resto «il presidente americano mostra di non avere alcuna conoscenza dell’evoluzione del pensiero cattolico su questi temi» dice Morandini, ricordando come il concetto di guerra preventiva «sia stato mandato in pensione dalla Pacem in terris e dal Concilio Vaticano II. La minaccia nucleare non può essere un’arma di deterrenza, né può essere considerata come una risposta di legittima difesa in caso di aggressione».
La vicenda dell’attacco degli Stati Uniti all’Iran a scopo preventivo per evitare che sviluppassero il nucleare a uso militare, introduce, infatti, un altro elemento che la Dottrina sociale della Chiesa e il magistero dei Papi negli ultimi secoli hanno affrontato: quando la guerra può essere giusta. La risposta appare chiara quanto semplice: mai. «Sono molti i testi e i documenti che richiamano con forza questo concetto – ribadisce don Massironi –. La guerra non può essere mai giusta, anche perché lascia aperte sempre delle ferite. Mi sembra significativo sotto questo profilo le parole usate dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, nella sua recente Lettera pastorale in cui, parlando delle conseguenze della guerra sottolinea come manchi la capacità di “sentire il dolore altrui” e come si resti “prigionieri del proprio dolore”, che porta a pensare che la propria sicurezza possa passare sopra gli altri». Un danno che richiede generazioni per essere riparato.
Il no alla guerra e l’invito a percorsi di pace «è un filo rosso che attraversa tutti i pontificati, garantendone una continuità di pensiero, anche se modulato nelle situazioni del tempo in cui si vive» aggiunge ancora don Monti, che ricorda il “mai più la guerra” di Paolo VI, piuttosto che “la pace sarà l’ultima parola della storia” di Giovanni Paolo II o la constatazione che “la guerra è sempre una sconfitta” di papa Francesco. Del resto «non si può dialogare con le armi in pugno». Ancora una volta parole chiare, ma che non trovano un’accoglienza unanime. «Purtroppo dobbiamo riconoscere che sui temi della guerra e della pace – conferma Morandini – non sempre come Chiese cristiane abbiamo dato risposte univoche, dimostrando unità. Al contrario dobbiamo registrare divisioni non soltanto tra Chiese, ma anche all’interno delle stesse Chiese». Eppure «nella Lettera agli Efesini, Gesù è definito come la nostra pace» aggiunge Morandini.
Insomma, le parole di Leone XIV restano sulla scia di quel saluto che proprio un anno fa fece alla sua prima apparizione dalla Loggia centrale di San Pietro: «La pace sia con tutti voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, che ci ama tutti incondizionatamente». Ancora parole che pongono le proprie radici nel Vangelo. «Come dimenticare l’invito che Gesù fece a Pietro di riporre nel fodero la spada e di rispondere con la non violenza a un atto di violenza (il suo arresto, che lo porterà sulla croce). Per noi che siamo suo discepoli la non violenza è un metodo». Forse, sottolinea don Monti, «la politica dovrebbe farsi illuminare dal Vangelo, invece di strumentalizzarlo. Purtroppo, invece, «aveva ragione il filosofo protestante Paul Ricœur quando afferma che “l’uomo si sente potente quando distrugge” e non quando costruisce. La distruzione lo fa sentire onnipotente, la costruzione lo affatica». Da parte sua Leone XIV e la Chiesa cattolica non smettono di costruire una pace disarmata e disarmante, anche se il contesto internazionale rende complesso, perché, come ha detto il Papa martedì sera «se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo, che lo faccia con la verità».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






