Dorothy Day: «La via della preghiera in questi nostri tempi pericolosi»
di Dorothy Day
La serva di Dio negli anni Settanta scrisse la prefazione al libro di fra Lorenzo, il carmelitano amato da Leone XIV

Pubblichiamo qui un testo inedito in italiano di Dorothy Day, giornalista, scrittrice e attivista americana, serva di Dio dal 2000, la cui causa di beatificazione è attualmente al vaglio del Vaticano. Il testo è ora pubblicato come Postfazione al libro La pratica della presenza di Dio (Libreria Editrice Vaticana), indicato da papa Leone XIV come un libro utile a conoscerne la spiritualità. In origine fungeva da Prefazione ad un’edizione inglese, pubblicata negli anni Settanta, di questo testo classico della spiritualità cristiana, scritto da fra Lorenzo della Risurrezione, frate converso carmelitano francese vissuto nel Seicento a Parigi, testo che Dorothy Day ha più volte letto.
Questo libro, composto da conversazioni e lettere, attraversa i secoli ed è tuttavia poco conosciuto. Rimane un classico: offre un messaggio e indica una via. Propone una spiritualità accessibile a tutti. La maggior parte degli uomini e delle donne lavora per vivere. Un filosofo ha osservato: «Fa’ ciò che stai facendo», cioè presta attenzione a ciò che stai facendo. La cucina di fra Lorenzo, naturalmente, non ospitava libri che insegnassero a trovare Dio. Dovette trovare la sua strada attraverso la preghiera.
Ma come pregare? Santa Teresa d’Avila ha scritto molti libri sulla preghiera, così come san Giovanni della Croce; e a partire da quelle opere altri libri hanno ulteriormente spiegato il significato della preghiera. San Paolo esorta a scrutare le Scritture e a pregare senza interruzione. Entrambi questi inviti dovettero apparire difficili a fra Lorenzo, che trascorreva la vita tra la cucina e il mercato, procurando pane e vino, carne e verdure per la sua comunità. Ben poco tempo gli rimaneva per dedicarsi alla piacevole occupazione di leggere sulla preghiera.
Sono persuasa che anche i discepoli di Gesù leggessero poco, poiché molti di loro erano pescatori. Gli chiesero: «Insegnaci a pregare». Egli consegnò loro il Padre nostro. Lui, Dio fatto uomo, non aggiunse altre formule di preghiera. Sul Padre nostro sono stati scritti interi libri; nelle conversazioni e nelle lettere raccolte da fra Lorenzo, invece, non compare alcun riferimento ai libri. La sua serenità e la sua semplicità coincidono con la semplicità stessa della preghiera.
I tempi di fra Lorenzo non differivano dai nostri. Santa Teresa d’Avila, vissuta durante l’Inquisizione, ha scritto: «Tutti i tempi sono tempi pericolosi». Proprio come san Paolo invita i cristiani a diventare altri Cristi, così Lorenzo visse come un altro Cristo, custodendo in ogni momento la presenza del Padre. Cresciuto come gli altri bambini e gli altri giovani, conobbe la conversione del cuore a sedici anni [nel libro LEV si dice a 18]. Gli accadde una di quelle esperienze sorprendenti che possono capitare a tutti, sia vivendo in campagna sia in città. «Un giorno d’inverno, guardando un albero spoglio e pensando che, dopo qualche tempo le sue foglie sarebbero apparse di nuovo, poi i fiori e i frutti, ricevette una sublime visione della provvidenza e della potenza di Dio che non si è mai cancellata dalla sua anima. Questa visione lo distaccò totalmente dal mondo e gli diede un tale amore per Dio che egli non poteva dire se fosse aumentato dopo più di quarant’anni da quando aveva ricevuto questa grazia».
Occorre compiere un salto nella fede attraverso i sensi, dal naturale al soprannaturale; proprio per questo la Chiesa mi attirò nella giovinezza, perché parlava ai sensi. La musica che raggiunge l’orecchio, l’incenso che avvolge l’olfatto, il richiamo del colore per l’occhio, le vetrate, le icone e le statue; il pane e il vino per il gusto; il contatto dei ricchi paramenti e delle tovaglie dell’altare; il tocco dell’acqua santa, gli oli, il segno della croce, il battersi il petto.
Quando mia madre stava morendo, mi domandò con calma e gravità: «E la vita futura?». Io potei soltanto indicare i fiori che la circondavano. Era autunno e grandi crisantemi riempivano i tavoli della sua stanza. Sembravano una promessa di Dio, e Dio mantiene le sue promesse. Indicai anche gli alberi all’esterno, spogli delle foglie e apparentemente morti da lontano; eppure poco tempo prima avevano brillato come una fiamma di gloria nei colori degli aceri. Un altro segno di promessa.
Più tardi mi chiese: «Riesco soltanto a pronunciare il Padre nostro e il Credo. È abbastanza?». Pensando ai libri che riempirebbero biblioteche intere, scritti su ogni frase del Padre nostro, trovai conforto nel sapere che lei praticava così la presenza di Dio.
La pratica della presenza di Dio raccoglie conversazioni, lettere e massime che indicano come vivere, con l’intento di coltivare questo senso della presenza di Dio nell’anima e nel mondo che ci circonda. La stessa parola “senso” potrebbe risultare fuorviante, perché tutto il libro riguarda la vita spirituale dell’uomo, non quella sensoriale; e per questo potrebbe essere facilmente liquidato come una sciocchezza. Eppure tutti noi desideriamo il Vero, il Bene e il Bello che è Dio. Oggi scorgiamo attorno a noi un mondo segnato dai conflitti e dalla paura, da preparativi di guerra, da avidità, disonestà e ambizione, e desideriamo la pace per il nostro tempo, quella pace che supera ogni comprensione e che scorgiamo appena, confusamente, come in uno specchio. Quando san Paolo invita a pregare sempre, a pregare senza cessare, indica proprio la pratica della presenza di Dio.
Alcuni anni fa una donna anziana morì tra noi, qui nella nostra Casa di ospitalità di New York. Intorno a lei si raccolsero molti uomini e donne che la conoscevano da tempo; aveva ricevuto le migliori cure. Con noi c’era anche un’infermiera pronta a intervenire in ogni emergenza. Ma Catherine, nelle ultime settimane della sua vita, mi afferrava spesso la mano mentre passavo accanto a lei e mi supplicava: «C’è un Dio, dimmi che c’è un Dio! Dimmelo!».
Io potevo soltanto rispondere: «Sì, Catherine, c’è un Dio. Egli è nostro Padre e ci ama, te e me». Pronunciare queste parole comporta un atto di fede. Si avverte la propria impotenza e allora la preghiera si intensifica. Si ha l’impressione di non sapere nulla; si può soltanto stringere una mano e pronunciare una semplice affermazione. Gran parte della nostra preghiera consiste proprio in queste affermazioni: «Ti lodo, o Dio, ti benedico. Che cosa ho sulla terra se non te, e che cosa desidero in cielo se non te?». Lo dico per Catherine, al posto di Catherine, perché lei si trova «nella valle oscura». Ma l’ho consolata davvero? Alcuni giorni dopo una giovane donna mi confidò: «La parola “Padre” per me non significa nulla. Non mi porta conforto. Ho avuto un padre ubriacone che abusava di mia madre e picchiava i suoi figli». Le parole non bastano. Da questa impotenza nasce la preghiera. E Dio interviene.
In un tempo di guerra come il nostro, mentre si invoca “Pace, Pace” quando pace non c’è, mentre si temono la vecchiaia e la morte, il dolore e l’oscurità, la miseria e la solitudine, gli uomini hanno bisogno di ritrovare la semplicità di fra Lorenzo. Proprio oggi abbiamo bisogno di questo libro, mentre l’immensità dei problemi del nostro tempo ci sovrasta. Occorre tornare alla semplicità di fra Lorenzo, perché la sua “piccola via” alleggerisce i nostri pesi e riempie di gioia il cuore.
In questi giorni non riesco più a guardare il cielo e la luna senza pensare con meraviglia e stupore che gli uomini vi hanno camminato. Concepire un’impresa simile, proporsi una tale avventura, superare ogni paura e ogni dubbio, confidare così profondamente nella capacità dell’uomo di risolvere i problemi e di trovare la maniera per compiere una simile esplorazione: quale dedizione della mente e della volontà! «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi? Lo hai fatto poco meno degli angeli» (cfr. Sal 8,5-6). Continuo a chiedermi di che cosa sarebbe capace l’uomo se la sua anima fosse forte nell’amore di Dio, se desiderasse Dio con la stessa intensità con cui ha desiderato penetrare la potenza e la gloria della creazione.
Conoscere Lui, amarlo e servirlo: un Dio personale che ha assunto la carne umana, si è fatto uomo, ha sofferto ed è morto per noi. La vera meta dell’uomo non consiste nel trovare la via verso la luna, ma nel trovare la via verso Dio, perché il cuore umano ha bisogno di amore. E Dio è amore. Fra Lorenzo, che trascorse gli ultimi trent’anni della sua vita lavorando nella cucina di un monastero carmelitano e morì all’età di ottant’anni, trovò Dio nella «pratica della presenza di Dio».
Marzo-aprile 1976
Traduzione dall’inglese di Giuseppe Romano
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