Jung Chang: «Grazie alla scrittura ora sono libera come i miei "Cigni selvatici"»

Dalla Cina maoista all’Inghilterra, il racconto di una vita e la denuncia della svolta autoritaria cinese
May 6, 2026
Jung Chang: «Grazie alla scrittura ora sono libera come i miei "Cigni selvatici"»
La scrittrice Jung Chang
Da tanto tempo i lettori di tutto il mondo attendevano il seguito di Cigni selvatici di Jung Chang, l’appassionante memoir che nei primi anni ’90, attraverso la storia di tre generazioni di donne, aprì all’Occidente uno spiraglio sulla vita quotidiana del popolo cinese lungo il ‘900, in balìa di rivolgimenti epocali: la fine dell’Impero, la rivoluzione e le lotte per il potere, la dittatura di Mao, la Rivoluzione culturale e le caute aperture di Deng Xiaoping alla morte di Mao, che nel 1978 avevano permesso alla ventiseienne Jung Chang di andare a studiare in Inghilterra. In questi giorni Jung Chang è in Italia a presentare Il volo dei cigni selvatici (Longanesi, pagine 332, euro 22,00) che non solo riprende la storia sua e di sua madre dal 1978 fino ad oggi, ma racconta i dieci anni di ricerche fatte insieme al marito Jon Halliday per la loro monumentale biografia Mao. La storia sconosciuta che alla sua pubblicazione nel 2003 fu definita “una bomba atomica” perché sulla scorta di una documentazione inoppugnabile rovesciava il mito di Mao svelando le menzogne, l’avidità e la ferocia della sua lotta per il potere.
Che cosa l’ha convinta finalmente, quarant’anni dopo, a proseguire il racconto di Cigni selvatici?
«In effetti moltissimi me lo chiedevano da tempo, ma io esitavo perché mi sembrava che gli anni successivi fossero più tranquilli e meno interessanti rispetto alle drammatiche vicende vissute durante la rivoluzione culturale, con gli arresti e le torture. Ma la nuova svolta totalitaria imposta da Xi Jinping alla Cina ha rimesso tutto in discussione. Infatti la mia biografia di Mao, messa al bando, mi ha reso passibile di arresto se tornassi in patria: è dal 2018 che non ho più potuto vedere mia madre, novantenne e molto malata. Lei stessa, nelle nostre videochiamate, mi implorava di non richiedere un visto, perché capiva che se mi avessero concesso l’entrata in Cina era per non lasciarmi più uscire. Pochi giorni fa è mancata e non ho potuto andare al suo funerale».
Almeno ha avuto la consolazione di farle leggere questo nuovo libro?
«A dire la verità lei non ha mai letto i miei libri, perché voleva che mi sentissi completamente libera. Ho scritto Cigni selvatici grazie alle ore di registrazione dei suoi ricordi, era il libro della sua vita, eppure mi ha detto che non era sicura di condividere in pieno le mie idee e i miei commenti sulla vita sua e di mio padre ed era giusto lasciarmene la responsabilità. Mi aveva anche raccomandato di parlare di eventi familiari lasciando sullo sfondo la politica, perché temeva che l’indottrinazione ricevuta fin da bambina (sono stata anche una guardia rossa per un certo periodo) avrebbe potuto influenzarmi. Comunque ha sempre seguito con passione il mio lavoro, anche quando per le mie ricerche andavo in giro a fare interviste pericolose».
Diversamente dal precedente memoir, Il volo dei cigni selvatici parla molto di politica, raccontando il percorso suo e di suo marito Jon nella documentazione della biografia su Mao.
«Quando abbiamo deciso di scrivere la biografia di Mao non sospettavamo d’imbatterci in materiale tanto scottante! Personalmente non ho un particolare interesse per la politica, ma le nostre ricerche hanno scoperchiato un abisso di male, capovolgendo tutto quello che si pensava di Mao. Anche in Occidente il nostro libro ha fatto scalpore, perché era diffusa in certi ambienti intellettuali un’indulgenza nei confronti di Mao: ad esempio Henry Kissinger, uno dei principali sponsor del “Grande Leader”, si ostinò a chiudere gli occhi di fronte alle atrocità commesse durante la Rivoluzione culturale».
Il volo dei cigni selvatici è una severa denuncia dei piani di Xi Jinping, che punta a costruire uno Stato neomaoista per il dominio del mondo. Però si dice fiduciosa del fallimento di quelle ambizioni, perché la società cinese non si lascerà riplasmare in quello stile.
«Io sono ottimista per natura, come mia madre, che non ha mai abbandonato la speranza, nemmeno nelle circostanze più scoraggianti. Ma i messaggi che Xi Jinping lancia sul suo social media in cinese sono davvero inquietanti, perché parla apertamente del suo progetto di dominare il mondo. Come non ha rispettato l’indipendenza di Hong Kong, così balzerà su Taiwan, ma gli abitanti resisteranno tenacemente, non ne vogliono sapere di essere annessi alla Cina, non perché non si sentano cinesi, ma perché Taiwan è una democrazia e vuole restarlo. Le nazioni democratiche dovrebbero appoggiare l’indipendenza di Taiwan».
Lei ha vissuto ormai la maggior parte della sua vita a Londra: in che cosa si sente inglese e in quali aspetti invece cinese?
«Quando sono arrivata a Londra, nel 1978, potevo sembrare una marziana: per me era un mondo del tutto sconosciuto, eppure mi ci sono subito trovata bene, ero come un’anatra che sguazzava nell’acqua della libertà, ho subito adorato quel modo di vivere. Eppure la mia casa londinese è una casa cinese, con le mie porcellane, il mio cavallo di terracotta di Sechuan, le sete della mia terra natale, Cheang du, che voi chiamate Shantung. Temo che forse non potrò più tornare in Cina e mi manca la natura della mia terra, i fiori, i paesaggi che ho dentro il cuore».

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