Provaci ancora una volta, Sascha: la Gen Z all’ultima chiamata

Con Alcaraz ai box e i nuovi che spingono, Zverev affronta Roma e Roland Garros con il peso di una carriera ancora da completare con il sigillo di uno Slam
May 6, 2026
Provaci ancora una volta, Sascha: la Gen Z all’ultima chiamata
Sascha Zverev a recente Masters 1000 di Madrid, dove ha perso in finale da Jannik Sinner / Reuters
Il problema non è perdere. È perdere sempre nello stesso modo. Domenica 3 maggio 2026, a Madrid, Alexander Zverev perde ancora contro Jannik Sinner: 6-1, 6-2, in meno di un’ora. Con quella sensazione di “deja vu” non bellissima. Una finale, quella in terra di Spagna, mai davvero iniziata. Perché ormai tra Sascha e Jannik (e anche con Carlos Alcaraz, ora out per infortunio) la differenza non è più episodica, ma strutturale. Non è una distanza solo tecnica, sarebbe nel caso il meno, è psicologica e fisica. Sinner in Spagna ha vinto il quinto Masters 1000 consecutivo — primo nella storia — allungando una striscia iniziata a Parigi-Bercy 2025 e proseguita con Indian Wells, Miami, Montecarlo e Madrid. Non è solo una vittoria. È un sistema. E dentro questo sistema, Zverev resta sospeso, se non relegato al ruolo di comparsa o di vittima predestinata.
A 29 anni, con oltre 24 titoli ATP, due ATP Finals (2018, 2021), un oro olimpico (Tokyo 2021), più Masters 1000 vinti e una carriera stabilmente tra i primi cinque del mondo, Sascha non è un incompiuto qualsiasi. È un caso raro: un campione (ancora) senza consacrazione. Tre finali Slam — US Open 2020 , Roland Garros 2024 e Australian Open 2025 — tutte perse. La prima, contro Dominic Thiem, dopo essere stato avanti due set a zero. La seconda, contro Alcaraz, dopo aver retto per due set e mezzo. Sempre lì. Sempre vicino. Mai dentro. La terza contro Sinner. E intanto il tempo cambia qualità. Purtroppo nel tennis moderno c’è una cosa che pesa più del talento: la sincronia. Arrivare nel punto giusto, nel momento giusto. Zverev ha avuto il talento prima del tempo. Ora rischia di avere il tempo dopo il talento, ovvero quando forse è troppo tardi. Perché il calendario dice questo: Roma e Roland Garros 2026, ora o mai più. Con Carlos Alcaraz assente, si apre uno spazio reale, nonostante questo Jannik infinito che fagocita ogni torneo. Uno spazio, quindi, non enorme, ma concreto. Una finestra che nel tennis contemporaneo dura pochissimo. E allora la domanda non è più tecnica. È narrativa e storiografica. Che carriera sarà quella di Zverev? Il suo tennis lo conosciamo. Servizio sopra i 220 km/h, rovescio bimane tra i più solidi del circuito, capacità di coprire il campo con un corpo da 1,98. Un giocatore costruito per dominare. Eppure qualcosa non si chiude. Il 2022 sembrava l’anno della svolta. Poi la caviglia, quella torsione innaturale contro Nadal al Roland Garros, una delle immagini più dure degli ultimi anni. Da lì, la ricostruzione. Fisica e mentale. Per uno che tra l’altro ogni giorno lotta contro il diabete. E fuori dal campo, una carriera attraversata da ombre: accuse di maltrattamenti dalla ex compagna, procedimenti, un’immagine mai completamente stabilizzata. Elementi che non definiscono il giocatore, ma che lo accompagnano, anche se ora al pubblico questa sua immagine che non si spezza davanti alle continue sconfitte piace. Zverev è sempre tornato. Ma non è mai arrivato per davvero. Il punto è che non è solo, tanti della sua generazione, quella della “Z”, sono come lui. Zverev è il volto più completo di una generazione che ha sfiorato tutto senza prenderlo davvero. Daniil Medvedev ha vinto uno Slam (US Open 2021), è stato numero 1 del mondo per 16 settimane, ma oggi sembra fuori dal centro del gioco. Stefanos Tsitsipas ha giocato due finali Slam, ma non ha mai completato il passaggio e ora brancola nelle difficoltà. Andrey Rublev ha accumulato titoli e quarti, ma non ha mai rotto il limite nei Major. Sono stati tutti qualcosa. Nessuno è diventato tutto. E nel frattempo il tennis ha prodotto un’altra specie: quella dei Sinner e degli Alcaraz. Oltre a quelli che “famelici di titoli come loro” stanno arrivando, come Joao Fonseca, Arthur Fils e Rafa Jodar.
Oggi Sinner non vince soltanto. Riduce. Riduce il tempo dell’avversario, lo spazio, le opzioni, il modo di giocare. A Madrid ha battuto Zverev per la nona volta consecutiva, con un bilancio complessivo di 10-4. Non è solo superiorità. È inevitabilità. E quando un sistema diventa inevitabile, tutto il resto diventa attesa. Il tennis di oggi non concede più quello che concedeva ieri. Ma la storia, a volte, sì. È su questo che deve sperare Zverev per un destino non noto o predeterminato.
Goran Ivanisevic ha vinto Wimbledon nel 2001 da wildcard, a 29 anni, dopo tre finali perse. Andrés Gómez ha vinto il Roland Garros nel 1990 a 30 anni, quando nessuno lo aspettava più. Carriere che sembravano finite. E invece si sono chiuse nel punto giusto. Il tennis, ogni tanto, concede una seconda narrazione. Zverev è lì. Non più come promessa. Non ancora come epilogo. Sta in quel punto fragile in cui una carriera può cambiare significato in due settimane. Perché vincere uno Slam oggi non cambierebbe solo il suo palmarès. Cambierebbe il modo in cui lo racconteremo tra dieci anni. Come quei punti pesanti in un match, che determinano molto spesso il destino di una sfida, quella differenza tra il vincere o il perdere o tra il vivere o morire. Senza uno slam, resterà comunque uno dei migliori della sua generazione. Con uno slam in bacheca, diventerà il giocatore che quella generazione avrebbe dovuto essere. E forse è qui che entra il romanticismo. Non quello del talento, ma quello dell’attesa. Zverev è un giocatore che ha sempre dato l’idea di dover arrivare. Come se il suo tempo fosse sempre quello successivo. Come se il presente non bastasse mai. Ma il tennis, a un certo punto, smette di aspettare. Roma e Parigi non sono solo tornei. Sono una domanda: «Quanto tempo si può ancora chiedere al tempo?». Per questo sia Sascha che gli altri ci devono provare ancora e ora. Perché tornei, come questo di Roma e soprattutto Parigi, con il solo Sinner e privo di Alcaraz, con gli emergenti - in cui mettiamo anche i nostri Lorenzo Musetti, Flavio Cobolli e Luciano Darderi - non ancora pronti, non capiteranno probabilmente mai più.

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